Sabato 5 settembre il Caruso, a Belmond Hotel di Ravello, ha ospitato un charity cocktail a sostegno di Medici Senza Frontiere, trasformando una serata di fine estate in un momento di ascolto, partecipazione e conoscenza del lavoro svolto ogni giorno dagli operatori umanitari nelle aree più difficili del mondo. A lasciare il segno più profondo è stata soprattutto la testimonianza di Mirella Riccardi, psicoterapeuta e operatrice umanitaria, capace di raccontare senza filtri cosa significhi lavorare in luoghi nei quali guerra, epidemie, violenze e povertà cambiano radicalmente il valore delle parole sicurezza, cura e futuro.
La sala era gremita. Molti gli ospiti seduti, altri in piedi, mentre sullo schermo scorrevano le immagini degli interventi di Medici Senza Frontiere nelle aree nelle quali garantire un’assistenza medica significa spesso confrontarsi con strutture sanitarie insufficienti, carenza di farmaci, emergenze continue e popolazioni provate da anni di conflitti e privazioni.
Mirella Riccardi e il racconto dello Yemen
Riccardi ha riportato il pubblico dentro la quotidianità vissuta durante una missione in Yemen, dove l’ospedale non era soltanto il luogo di lavoro, ma anche quello nel quale trascorrere la notte. Per ragioni di sicurezza gli operatori vivevano al quarto piano della struttura, mentre nei primi tre venivano assistiti i pazienti, compresi i neonati.
Ha raccontato di interventi chirurgici numerosi e difficili, della scarsità delle risorse disponibili e di situazioni nelle quali anche pratiche mediche considerate normali nei sistemi sanitari occidentali possono diventare estremamente complicate.
Ma la parte forse più difficile del lavoro, ha spiegato, riguarda il rapporto con persone che hanno perso ogni certezza. In alcuni contesti la morte causata da malattie come Ebola viene interpretata attraverso credenze tradizionali e ricondotta alla stregoneria. Convincere le popolazioni ad affidarsi ai medici, spiegare l’origine di una malattia, costruire fiducia diventano quindi parte integrante dell’intervento sanitario.
Il lavoro umanitario richiede competenze scientifiche, ma anche una capacità di relazione che diventa decisiva proprio quando il dolore rischia di cancellare ogni fiducia.
Le donne vittime di violenza e il valore della presenza
Nel racconto di Mirella Riccardi è entrata anche l’esperienza delle donne vittime di stupro, incontrate durante le missioni. Donne che cercano nell’operatore sanitario non soltanto una cura, ma una presenza umana alla quale affidarsi per pochi minuti.
Una di loro, ha ricordato Riccardi, le si aggrappò al braccio appoggiandole la testa accanto, alla ricerca di conforto. È uno degli episodi che meglio spiegano quanto il lavoro medico e psicologico nelle aree di emergenza vada oltre la diagnosi, la terapia o la compilazione di un referto.
Essere medico, e più in generale operatore sanitario in quei contesti, significa innanzitutto essere presenti quando il paziente ha paura, riuscire a comunicare quando sembra impossibile farlo e restituire dignità a persone che spesso hanno perso casa, familiari e riferimenti.
Una testimonianza particolarmente sentita anche dai numerosi medici presenti alla serata.
Dai colleghi in Congo alla Palestina, il lavoro continua ogni giorno
Poco prima del suo intervento Riccardi aveva scambiato alcuni messaggi con colleghi impegnati in Congo e Palestina, ricordando quanto il lavoro di Medici Senza Frontiere continui in aree nelle quali gli operatori sanitari sono esposti quotidianamente a condizioni di grave pericolo.
È anche per questo che, nel corso della serata, è stato sottolineato più volte il ruolo delle donazioni. Le risorse raccolte permettono alle équipe di intervenire, acquistare medicinali e attrezzature, sostenere gli ospedali e garantire assistenza sanitaria a persone che spesso non hanno alternative.
Riccardi ha ringraziato i presenti proprio per questo sostegno, ricordando come dietro ogni missione ci siano professionisti disposti a partire, ma anche una rete di persone che rende possibile il loro lavoro.
Il Caruso e Medici Senza Frontiere insieme per sostenere le missioni
La serata era stata aperta dalla General Manager del Caruso, Iolanda Mansi, che ha richiamato la responsabilità di chi vive condizioni privilegiate nel sostenere le persone che si trovano invece ad affrontare situazioni di grande difficoltà.
Sono intervenute anche Lina Coppola, volontaria di MSF Antenna Salerno, e Stefania Masala e Ilaria Novellino, responsabili della filantropia e delle donazioni.
Un contributo importante all’organizzazione è arrivato inoltre dalle volontarie dell’Antenna Salerno Elena Giovannetti, Valentina Aristarco e Giovanna Ammaturo, che hanno lavorato alla realizzazione dell’iniziativa insieme agli altri protagonisti della serata.
L’incontro si è concluso nei Giardini Wagner, con un cocktail curato dall’Executive Chef del Caruso Armando Aristarco e dal team della struttura.
La cornice di Ravello, l’eleganza del Caruso e la qualità dell’accoglienza hanno accompagnato un evento nel quale, tuttavia, l’attenzione è rimasta concentrata soprattutto sulle persone che lavorano lontano dai riflettori.
Le donazioni trasformate in cure, medicine e presenza
La serata ha permesso di comprendere in modo concreto cosa accade dopo una donazione a Medici Senza Frontiere. Dietro quelle risorse ci sono ospedali da sostenere, équipe da inviare, farmaci da acquistare, pazienti da operare e persone da assistere anche dal punto di vista psicologico.
La testimonianza di Mirella Riccardi ha restituito una dimensione umana a numeri e scenari che spesso arrivano al pubblico soltanto attraverso le cronache internazionali.
Yemen, Congo, Palestina, epidemie, guerre e violenze non sono rimasti nomi lontani sulla carta geografica. Per qualche ora sono entrati nella sala del Caruso attraverso il racconto di chi li ha vissuti lavorando accanto alle vittime.
Ed è probabilmente questo il risultato più importante della serata di Ravello: ricordare che sostenere Medici Senza Frontiere significa mettere strumenti concreti nelle mani di professionisti che scelgono di essere presenti proprio nei luoghi nei quali curare qualcuno può significare, semplicemente, permettergli di arrivare al giorno successivo.
Emilia Filocamo
