26 Ottobre 2021

Pubblicato il

Religione, La festa dell’Ascensione

di Redazione
di Il capocordata

Il brano di Luca (24, 46-53) che ascolteremo nella festa dell’Ascensione ci racconta l’apparizione di Gesù Risorto “agli Undici e gli altri che erano con loro”: esso è stato scelto per la lettura liturgica di oggi a motivo dell’accenno finale all’ascensione del Signore. Sappiamo che Luca ci riferisce due racconti dell’episodio dell'Ascensione di Gesù: questa, nel suo Vangelo e, l’altra, all’inizio degli Atti degli Apostoli, scritti sempre da Luca. Confrontando questi due testi, ci domandiamo: come spiegare il fatto che Luca presenti l’Ascensione come avvenuta una volta nel giorno di Pasqua e un’altra quaranta giorni più tardi? Nel primo racconto essa avviene nella massima discrezione, nel secondo essa suppone invece uno scenario maestoso. Si tratta di una duplice interpretazione della glorificazione di Gesù: nel Vangelo, l’Ascensione viene a suggellare la vita di Gesù mediante l’esaltazione celeste del Messia; nel libro degli Atti, la glorificazione di Cristo vuole soprattutto inaugurare il tempo della chiesa e della sua missione: si tratta di una presentazione più realistica, più storica del mistero dell’Ascensione.

L’adempimento delle Scritture (v. 44)

Dopo i versetti precedenti, più narrativi, a partire da questo punto il Vangelo ci mostra Gesù che impartisce egli stesso agli apostoli le sue ultime istruzioni, il suo testamento spirituale. E’ il Risorto stesso che ritorna sui fatti della vita pubblica (“quando mi trovavo ancora con voi”) per far scoprire agli apostoli il loro significato e compimento: si tratta ora di “ricordarsi” di come Gesù, nella sua vita terrena, ne aveva già parlato. Insieme con la sua generazione, Luca rievoca queste parole e fatti di Gesù, entra in tal modo in una intelligenza più profonda del mistero di Cristo, con la convinzione che tutto questo egli lo riceve dal Signore stesso. Gesù si era richiamato alle Scritture nella sua predicazione; dopo la Pasqua gli apostoli se ne ricordano, riprendono la ricerca per conto proprio e scoprono così nei testi di un tempo un’efficacia insospettata per presentare e spiegare i fatti attuali. Questo lavoro di riscoperta e di rimeditazione farà sì che il N.T. sia giunto a mettere a frutto in maniera molto abbondante e multiforme l’ A.T.

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L’intelligenza delle Scritture

“Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture” (v. 45). Gesù aveva già interpretato così le Scritture per i discepoli di Emmaus. Qui, la spiegazione rivolta agli Undici, essa riveste una particolare importanza. Bisogna in effetti che gli Apostoli ci appaiano debitamente iniziati, perché è su di loro che peserà in seguito il compito della testimonianza ufficiale nella chiesa. Gli Atti ce li presenteranno come i testimoni scelti anticipatamente e favoriti dalle apparizioni del Risorto. Sottolineiamo che è Gesù Risorto ad aprire la mente dei suoi all’intelligenza delle Scritture. E’ proprio l’evento della Pasqua che cambia tutto per gli apostoli; da quel momento, per loro, la storia acquista un nuovo volto e le parole un significato nuovo.

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Passione e risurrezione annunciate dalle Scritture (v. 46)

“Così sta scritto”: la corrispondenza tra le Scritture antiche e i fatti della passione-risurrezione non è dovuta al caso e non si presenta neppure semplicemente come l’oggetto di una verifica posteriore. In realtà, i fatti erano ineluttabili perché erano stati così voluti da Dio: lo testimonia l’annuncio che Dio ne aveva fatto nelle Scritture. Gesù aveva predetto sempre l’annuncio della sofferenza e della risurrezione. La connessione, sofferenze-risurrezione, che le Scritture facevano aiutava certamente gli apostoli ad accettare pienamente la passione che, in un primo tempo, li aveva profondamente scossi. L’evento di Pasqua ha fatto entrare gli apostoli in tutto il mistero di Gesù e in particolare nel mistero della sua messianicità: risuscitandolo, “Dio ha costituito Signore e Cristo questo Gesù”. E’ “nel nome di Gesù” che la salvezza deve essere annunciata e gli apostoli guariranno e battezzeranno nel nome di Gesù. Gli apostoli saranno “testimoni” e si presenteranno come tali durante tutto il tempo della predicazione: essi renderanno conto di fatti storici, della loro esperienza con Gesù, dal battesimo ricevuto da Giovanni fino al giorno in cui è asceso al cielo. Il dono dello Spirito, poi, perfezionerà l’opera di Gesù prima che gli apostoli si spargano nel mondo: lo Spirito è forza, potenza dall’alto, di origine e di carattere soprannaturali che renderà possibili le imprese apostoliche umanamente insensate e inspiegabili, che Luca ci racconterà nel libro degli Atti degli Apostoli.

Cristo ascende al cielo benedicendo i suoi fedeli

“Ed avvenne che mentre li benediceva, si staccò da loro e si sollevava verso il cielo” (vv. 50-51). Già il carattere unico delle apparizioni del Risorto aveva dovuto far riflettere gli apostoli sul nuovo modo di essere di Gesù; così deve aver fatto anche la scomparsa definitiva di questa presenza misteriosa nell’episodio, appena accennato, dell’ascensione. Nel libro degli Atti, il racconto dell’ascensione si presenta come introduzione alla storia di una chiesa che dovrà ormai vivere nell’assenza-presenza di Gesù. La sua presenza non sarà fisica, limitata nello spazio e nel tempo. Sarà spirituale, illimitata, ovunque e sempre. La sua distanza assoluta è in realtà una vicinanza assoluta: da questa distanza assoluta Gesù può ormai abbracciare tutto il mondo e la sua storia. Nel momento in cui si stacca dai suoi, l’evangelista ci presenta Gesù con un’immagine grandiosa attinta dall’A.T.: quella del sommo sacerdote che, con le mani alzate, benedice il popolo prostrato ai suoi piedi. E gli apostoli ritornano nel tempio di Gerusalemme a benedire Dio: si tratta di una interpretazione dossologica (glorificare Dio) dell’ascensione. Il racconto evangelico di Luca finisce nel tempio, dove era incominciato (1, 5).                                                          

Bibliografia consultata: Ridouard-Coune, 1970; Fausti, 2011.

 
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