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12 Giugno 2021

Pubblicato il

Religione, “Vogliamo vedere Gesù”

di Redazione

di Il capocordata

Il commento dei farisei all’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme (“il mondo è andato dietro a lui” v. 19), sembra trovare un’immediata conferma nella richiesta di alcuni Greci, proseliti saliti a Gerusalemme per la pasqua, di incontrare Gesù (Gv. 12, 20-33). La loro richiesta: “Vogliamo vedere Gesù” (v. 21), non indica infatti una semplice curiosità. Nel vangelo di Giovanni il verbo “vedere” ha il significato di accoglienza o di rifiuto verso Gesù e la rivelazione del Padre. Filippo ascolta la richiesta dei Greci: coinvolge Andrea e insieme, come comunità, si rivolgono a Gesù.

I discepoli degli inizi si fanno portavoce della fede dei popoli. Alle soglie della passione, sembra che il Vangelo ricominci da capo, allargando la comunità dei discepoli e rendendola universale. Gesù non sembra rispondere alla richiesta di Filippo e di Andrea. Tuttavia la venuta dei Greci sembra che sia l’evento che provoca l’avvento dell’”ora”: “E’ venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato” (v. 23). Segue un monologo di Gesù che si sviluppa in due momenti: la prima rivelazione (vv. 23-29) e la seconda rivelazione (vv. 30-36a).

La prima rivelazione

La venuta dei Greci costituisce un momento chiave del racconto. L’evangelista Giovanni la interpreta come la realizzazione dell’antica profezia di Isaia: “Alla fine dei giorni…verranno molti popoli…al tempio del Dio di Giacobbe” (2, 2-4). La richiesta dei Greci conferma dunque la dimensione universale della missione del Figlio, più volte sottesa nel quarto vangelo. Il radunarsi dei popoli attorno a Gesù segna l’avvento dell’”ora” (v. 23). L’ora, che non era ancora giunta alle nozze di Cana e nei vari tentativi dei leader giudei di arrestare Gesù, è finalmente giunta. Giovanni la descrive come un’ora di gloria (“sia glorificato” v. 23).

La metafora, che segue, del chicco di grano destabilizza però il lettore perché crea un rapporto tra gloria e morte: “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (v. 24). La glorificazione del Figlio passa attraverso la morte, una morte fertile capace di produrre vita e generare comunione. La logica del seme non concerne, tuttavia, soltanto il destino di Gesù. La comunità generata dalla morte di Gesù deve essere pronta ad abbracciare la stessa logica nel dono totale di sé. Anche per i discepoli di Gesù è dunque giunto il momento di compiere una scelta radicale: abbandonare una vita apparente per abbracciarne una caratterizzata dal seguire l’esempio del loro maestro. Coloro che abbracciano il destino di Gesù saranno chiamati suoi amici, riceveranno la pienezza della rivelazione e saranno amati fino alla follia dell’amore.

In un passaggio che ricorda l’agonia del Getsemani, Gesù sperimenta la paura della sofferenza e della morte: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora?” (v. 27). L’incarnazione del Verbo giunge ora alla sua pienezza: ora Gesù sperimenta la paura del dolore e della morte. Ma pur nell’angoscia lo sguardo di Gesù è rivolto al Padre e alla glorificazione del Padre: “Padre glorifica il tuo nome” (v. 28). La venuta dell’”ora” segna il momento in cui sarà pienamente manifestata questa gloria. La gloria del Padre è la rivelazione del suo Nome; è l’offerta della vita a tutti coloro che hanno riconosciuto la sua presenza nel Figlio. Il Verbo vive nella gloria del Padre: “Venne allora una voce dal cielo: L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!” (v. 28).

Seconda rivelazione (vv. 30-36)

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“Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori” (v. 31). La glorificazione del Figlio è il momento del giudizio di questo mondo. La venuta del Figlio nel mondo porta a una “crisi”, a un momento di scelta per o contro la verità. Il mondo rappresenta nel vangelo una realtà neutra: può decidere di entrare in relazione con Dio ed essere salvo o può trasformarsi in un idolo e accettare di vivere al servizio del “principe di questo mondo”. L’avvento dell’ora conduce la lotta tra la luce e le tenebre al capolinea: la croce obbliga i cuori a venire allo scoperto per decidere a quale re si vuole offrire la propria adorazione.

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“E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (v. 32). E’ chiaro il riferimento alla sua morte in croce. Gesù annuncia che il suo innalzamento sarà il momento della verità, il momento in cui la sua identità sarà rivelata. L’evangelista aiuta a ricordare che la morte di Gesù non costituisce il capitolo finale della sua storia, poiché è la morte del pastore buono che dona la vita per le sue pecore. La sua morte è un dono di salvezza per tutti.

Per vincere la morte Gesù deve lasciarsi inghiottire da essa, al punto da sembrare uno sconfitto, un perdente. E proprio l’ora della croce è l’ora della gloria. Un percorso che non corrisponde alle nostre immagini di Dio, alle rappresentazioni che ci siamo fatti di lui. Solo l’immagine del chicco di grano che deve marcire nel grembo della terra, per portare un frutto abbondante, ci può essere in qualche modo di aiuto. Il discepolo sa che la strada del Maestro è anche la sua. Ma è possibile un simile percorso per noi? Perché, quando si tratta di scomparire dalla faccia della terra, sopravviene anche l’angoscia, lo smarrimento, la paura. Il turbamento c’è: anche Gesù lo ha sperimentato. Solo una fiducia incrollabile nel Padre, un Padre che non abbandona il suo Figlio nelle mani della morte, un Padre che non ci abbandona perché siamo suoi figli, ci salva dalla morte.

Bibliografia consultata: Gatti, 2018; Laurita, 2018.

 
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