Ci sono ristoranti che non si visitano: si vivono, si ricordano, si raccontano. E ci sono chef che non si limitano a cucinare: interpretano un’epoca, ne custodiscono l’anima. È per questo che la chiusura, annunciata per maggio 2025, de La Rosetta, storico ristorante romano al Pantheon, non è solo la fine di un’attività, ma la chiusura di un capitolo della cultura gastronomica italiana.
Massimo Riccioli, chef e patron del locale, ha deciso di fermarsi. Dopo una vita dedicata all’eccellenza del pescato, al servizio raffinato, alla selezione maniacale delle materie prime, lascia la cucina. Una scelta lucida e sofferta, figlia di tanti motivi – tra cui, in modo ormai insopportabile, l’overtourism che ha stravolto il centro storico della Capitale, rendendolo ostile alla bellezza della lentezza, alla quiete dell’esperienza, al valore di un pasto vissuto e non consumato.
“La Rosetta è sempre stata un luogo per chi cercava qualità. Oggi è sempre più difficile offrire bellezza in mezzo al rumore”, Massimo Riccioli.

L’eleganza del mare nel cuore di Roma
Fondata negli anni ’60, La Rosetta è stato il primo ristorante di solo pesce a Roma. Un’avanguardia coraggiosa in una città dominata da carbonare e abbacchi, in cui Riccioli ha saputo imporre – con rigore e poesia – un’idea di cucina marinaresca nobile, essenziale, priva di orpelli.
Crudi impeccabili, spaghetti ai ricci che sono diventati leggenda, triglie fritte con grazia quasi calligrafica. Ogni piatto era un esercizio di purezza, un omaggio al mare senza mai un eccesso, senza l’inseguimento delle mode o dei trend.
E intorno, un servizio sobrio e preciso, una carta dei vini studiata con amore, e soprattutto un’idea di accoglienza che sapeva farsi gesto.
Massimo Riccioli: il mare come vocazione
Ma chi è Massimo Riccioli? È uno dei grandi signori della cucina italiana. Figlio d’arte, cresciuto in una famiglia di ristoratori, ha ereditato e trasformato La Rosetta in un punto di riferimento assoluto. La sua carriera, però, ha superato i confini della città e del Paese: a Londra ha diretto con grande successo il Massimo Restaurant & Oyster Bar presso il prestigioso Corinthia Hotel, portando la sua visione del mare sulle rive del Tamigi.
Ovunque sia andato, ha portato con sé una filosofia incrollabile: il prodotto viene prima di tutto. Ogni pesce, ogni mollusco, ogni erba aromatica doveva essere perfetta, selezionata, riconosciuta come parte di una narrazione più ampia. “La freschezza non è una virtù, è un dovere”, diceva spesso.
Con mano sobria ma sicura, Riccioli ha scolpito una cucina fatta di essenza, senza mai perdere di vista l’eleganza. In tempi di fusion e sovrapposizioni, ha scelto la via più difficile: quella della verità.
L’overtourism che soffoca il bello
Ma il tempo cambia. E Roma, in particolare la zona del Pantheon, non è più la stessa. I flussi turistici si sono trasformati in ondate ingestibili, in un centro storico sempre più frenetico, rumoroso, disordinato, dove persino raggiungere un ristorante, sedersi, conversare in pace, è diventato un ostacolo.
Un clima che stride profondamente con l’atmosfera che La Rosetta ha sempre voluto offrire: discrezione, intimità, concentrazione sul gusto. Per chi entra per la prima volta in quel locale, l’aria profuma ancora di sale e intimità, ma intorno il rumore ha preso il sopravvento. E in questo contesto, Massimo Riccioli ha scelto di chiudere con dignità, anziché adattarsi a una realtà che non gli appartiene.

L’ultima occasione per un grande addio
Il tempo però non è ancora finito. Chi vuole salutare Massimo Riccioli e La Rosetta ha ancora poche settimane per vivere un’esperienza irripetibile: prenotare un tavolo, farsi guidare dallo chef in un percorso di sapori autentici, e dire addio – nel modo migliore – a un pezzo di storia della ristorazione italiana.
Perché La Rosetta non è solo un ristorante che chiude. È la fine di un’idea di Roma, di un’idea di cucina, di un modo di vivere il cibo come cultura, rispetto e gesto d’amore.