Roma, 57 video su pazienti e bambine: radiologo verso il processo per violenza sessuale

Chiuse le indagini a Roma su un tecnico radiologo di 31 anni: 57 video sequestrati, accuse di abusi su pazienti anche minorenni e stop alla professione
Di Lina Gelsi
Raggi, radiologo, pexels shvetsa
Raggi, radiologo, pexels shvetsa

A Roma un’inchiesta che tocca la fiducia nel rapporto di cura arriva a un passaggio decisivo: per un tecnico radiologo di 31 anni sono state chiuse le indagini dopo accuse gravissime legate a esami diagnostici eseguiti su pazienti molto giovani, in diversi casi minorenni. Il fascicolo ruota attorno a 57 video sequestrati e a una contestazione pesante: secondo la Procura, quelle visite sarebbero state usate per spogliare, palpeggiare e filmare ragazze e bambine senza alcuna necessità clinica reale.

Roma, l’inchiesta sugli esami diagnostici finita al centro del caso

Il punto è che la vicenda non riguarda solo una singola condotta contestata, ma un possibile metodo reiterato. Secondo gli atti ricostruiti dagli investigatori, l’uomo avrebbe approfittato del ruolo sanitario per indurre le pazienti a spogliarsi o a restare in biancheria intima, facendole assumere posizioni che, in diversi episodi, non avrebbero avuto alcun collegamento con il test diagnostico richiesto. In alcuni casi, sempre secondo l’accusa, sarebbe arrivato anche al contatto fisico con il pretesto di agevolare l’esame. Il quadro contestato dalla Procura si è formato nel tempo, partendo da una segnalazione precisa e poi allargandosi fino a delineare un numero molto più alto di presunte persone offese.

Le denunce, il cellulare sequestrato e i 57 video trovati

L’indagine, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, è partita dalla denuncia della madre di una ragazza minorenne, insospettita dal comportamento tenuto durante un esame. Da lì sono intervenuti gli agenti del commissariato Flaminio, che hanno sequestrato il telefono del professionista. Dentro quel dispositivo sarebbero stati trovati 57 video ritenuti rilevanti ai fini dell’inchiesta. Un elemento che ha dato forza al procedimento è anche la presenza, nei filmati, di pazienti molto giovani riprese in condizioni di particolare vulnerabilità, spesso in un contesto sanitario nel quale la fiducia nel medico o nel tecnico dovrebbe rappresentare una garanzia assoluta e non un rischio ulteriore.

Le strutture interessate e il nodo della fiducia nel sistema sanitario

Secondo la ricostruzione investigativa, il tecnico radiologo avrebbe lavorato in diverse strutture polispecialistiche private di Roma, comprese aree della città a nord, a est e sul litorale di Ostia. Questo dettaglio rende la vicenda ancora più delicata, perché allarga il perimetro degli accertamenti e pone una domanda inevitabile sul controllo interno nelle sedi sanitarie private. Quando una paziente, soprattutto se molto giovane, entra in un ambulatorio, dà per scontato che ogni richiesta abbia una motivazione clinica chiara. Se questa cornice viene alterata, il danno non riguarda soltanto chi denuncia, ma investe l’intero rapporto di affidamento verso la sanità territoriale.

La misura cautelare e cosa cambia dopo la chiusura delle indagini

Già a gennaio, su richiesta della Procura di Roma, il gip aveva disposto il divieto temporaneo di esercizio dell’attività professionale. Ora, con la chiusura delle indagini, il procedimento entra in una fase ulteriore e più definita: la contestazione accusatoria viene cristallizzata e la difesa può depositare memorie, chiedere atti o preparare le proprie controdeduzioni prima delle decisioni successive dell’autorità giudiziaria. Non si è ancora alla sentenza, ed è un passaggio da ricordare con nettezza. Però il segnale istituzionale è forte: l’inchiesta viene ritenuta abbastanza solida da proseguire verso un eventuale processo.

Le possibili conseguenze per pazienti e famiglie

Intanto il caso lascia aperta una ferita che va oltre le aule di giustizia. Per le famiglie coinvolte, il tema non è soltanto penale ma anche umano: capire se un gesto richiesto durante una visita fosse davvero necessario oppure no. È proprio qui che si misura il peso di questa vicenda. In ambito diagnostico il paziente, specie se minorenne, si affida a un sapere tecnico che non può verificare da solo. Secondo gli investigatori, proprio questa asimmetria sarebbe stata sfruttata per trasformare un atto medico in qualcosa di completamente diverso. Per chi legge, la ricaduta pratica è chiara: nei casi che riguardano minori o esami invasivi, la presenza e l’attenzione dei familiari restano un presidio essenziale, senza però spostare il fulcro delle responsabilità, che in un contesto sanitario ricadono prima di tutto su chi opera.

Roma davanti a un caso che impone controlli e vigilanza

C’è poi un profilo pubblico che Roma non può liquidare come fatto isolato. Ogni episodio contestato in ambienti sanitari impone verifiche su procedure, stanze diagnostiche, tutela della privacy, presenza di accompagnatori e capacità delle strutture di cogliere segnali anomali. La città, già alle prese con un sistema sanitario spesso sotto pressione, si ritrova davanti a una vicenda che chiede rigore, protezione dei più fragili e controlli reali. Perché quando l’abuso viene ipotizzato proprio nel luogo in cui si cerca assistenza, non è solo il singolo episodio a fare notizia: è il confine della fiducia pubblica che diventa improvvisamente più fragile.

 
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Cronaca

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