24 Ottobre 2021

Pubblicato il

Roma, Aula Magna della Sapienza torna il pianista turco Fazil Say

di Redazione
“Bisogna sentirlo, questo giovane suona come un diavolo”: a dire queste parole a proposito di Fazil Say è stato il compositore tedesco Aribert Reimann

Fazil Say torna a Roma con le musiche che ama di più. Nella sua esecuzione i “Notturni” di Chopin sono sognanti e poetici e “l’Appassionata” di Beethoven trabocca di veemente passione. Conclude con una sua composizione dedicata ad Atatürk in prima esecuzione italiana.

“Bisogna sentirlo, questo giovane suona come un diavolo”: a dire queste parole a proposito di Fazil Say, diventate proverbiali, è stato il compositore tedesco Aribert Reimann, dopo aver ascoltato il pianista turco quando aveva solo diciassette anni. Da allora Say ha suonato con tutte le principali orchestre americane ed europee e con importanti direttori, elaborando un vasto repertorio, che va da Bach a Beethoven, dai romantici ai contemporanei. Adesso di anni ne ha quarantasette e continua a incantare il pubblico e la critica, che trovano che i suoi concerti sono diversi dagli altri, più spontanei, più aperti, più emozionanti.

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È un interprete fuori dell’attuale mean streem, che riduce tutto alla tecnica e all'immagine, mortifica le idee e rende gli interpreti uno uguale all'altro. Say è diverso, è sempre originale e trascinante e sa giungere al cuore dell'ascoltatore, un dono divenuto ormai raro nel mondo sempre più materialista e rigidamente programmato della musica classica. Nei giorni scorsi ha dovuto ripetere due volte nello stesso giorno un suo concerto ad Istanbul, per soddisfare il pubblico di oltre diecimila persone che voleva ascoltarlo.

È anche compositore, perché suonare e comporre sono per lui i due lati di una stessa medaglia, da quando la sua insegnante gli chiedeva di improvvisare ogni giorno sui temi del quotidiano, prima di dedicarsi agli abituali esercizi pianistici. Nelle sue composizioni Say accoglie gli stimoli più diversi e fa dialogare la musica classica europea con la tradizione musicale della Turchia, gettando un ponte tra oriente e occidente. Say ha le sue idee, non solo in campo musicale, e le esprime liberamente e con coraggio, come quando ha dedicato una sua composizione alle vittime della polizia durante le manifestazioni per Gezi Park ad Istanbul. Per alcuni tweet considerati ironici sull'Islam – un'accusa che egli respinge decisamente – ha subito anche un processo, conclusosi dopo quattro anni con l’assoluzione.

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Fazil Say suonerà martedì 23 gennaio alle 20.30 a Roma nell’Aula Magna della Sapienza per i concerti della IUC. Inizierà con tre dei brani più noti di Chopin (il Notturno in mi minore op. 72, e i due Notturni in do diesis minore e in do minore, pubblicati postumi) a cui seguirà la Sonata in fa minore op. 57 "Appassionata" di Beethoven, che ad oltre due secoli dalla sua composizione continua a emozionare con la sua forza espressiva e le sue idee musicali rivoluzionarie, esaltate dall’interpretazione di Say. La seconda parte del concerto si aprirà con Erik Satie, eccentrico protagonista della vita musicale parigina tra diciannovesimo e ventesimo secolo, di cui Say eseguirà sei Gnossiennes, piccoli brani all’apparenza semplicissimi e innocui, ma assolutamente originali per la libertà del ritmo, degli accordi e della forma.

Say concluderà con due proprie composizioni, Black Earth e Yürüyen Köşk – Hommage à Atatürk, op. 72, quest’ultima è stata scritta nel 2017 ed è una novità per l’Italia. Black Earth si basa su una canzone di Aşık Veysel (1891-1973), famoso autore di ballate popolari turche e ultimo rappresentante di una tradizione millenaria finita con lui. Questa sua canzone parla di solitudine e perdita: alla fine tutto quel che rimane è la “terra nera” della sua regione natale di Sivas.

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Yürüyen Köşk – Hommage à Atatürk, op. 7 – il cui titolo significa “il palazzo che cammina” – è un ampio brano diviso in quatto movimenti (Illuminazione – Lotta contro l’oscurità – Credere nella vita – Il platano) ed esiste in due versioni, per pianoforte solo – che costituisce la quarta parte di The Art of the Piano – e per quintetto. È ispirato ad un episodio della vita di Atatürk, il padre della Turchia moderna, che in una sua proprietà fondò una “fattoria del popolo” per incoraggiare le pratiche agricole moderne. Quando un platano crebbe così tanto da rendere necessario tagliarne un ramo per non danneggiare un edificio che sorgeva lì vicino, Atatürk decise piuttosto di spostare il palazzo di qualche metro, con una complessa opera di ingegneria. Poi donò al popolo turco questa proprietà e tutti gli altri suoi beni.

Ufficio Stampa dell'Istituzione Universitaria dei Concerti:

Mauro Mariani

 
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