La nomina di Roberto Botta a vice direttore generale di Roma Capitale accende una nuova polemica che incrocia giustizia, memoria e fiducia nelle istituzioni. Al centro ci sono le famiglie di Elena Aubry e Noemi Carrozza, le due giovani morte nel 2018 in incidenti collegati, secondo le accuse, alla criticità della sicurezza stradale. I parenti contestano l’opportunità di assegnare un incarico apicale a un dirigente coinvolto in procedimenti penali legati a quelle tragedie, sottolineando che il punto, per loro, non è la sentenza ma il segnale che arriva dal Campidoglio.
Roma, Botta vice direttore generale: l’ordinanza e il ruolo affidato in Campidoglio
L’incarico viene ricondotto a un’ordinanza sindacale (n. 178 del 17 dicembre 2025) che dispone il conferimento dell’incarico di Vice Direttore Generale di Roma Capitale, con una struttura collegata al monitoraggio e alla rendicontazione degli interventi strategici di mandato, in un quadro organizzativo che si intreccia anche con attività ancora in corso legate ai programmi giubilari e al Caput Mundi. È un ruolo di peso, con responsabilità gestionali e di coordinamento, e proprio per questo la scelta viene osservata con attenzione anche fuori dagli addetti ai lavori.
Roma, Botta vice direttore generale: il legame con il Simu e i procedimenti su Aubry e Carrozza
Il nome di Botta compare in procedimenti che riguardano due vicende diventate simbolo del tema manutenzione e sicurezza delle strade. Per Noemi Carrozza, morta dopo un incidente su via Cristoforo Colombo (15 giugno 2018), il Corriere di Roma ha riportato il rinvio a giudizio di Botta e di altri dirigenti del Simu con l’accusa di omicidio stradale, in un filone che richiama la mancata presenza di un guardrail nel punto dell’impatto.
Sulla morte di Elena Aubry, avvenuta su via Ostiense (6 maggio 2018), RaiNews ha riferito di un processo disposto per più imputati, fra cui funzionari e dirigenti collegati al Simu, con l’impostazione accusatoria legata al dissesto della strada e agli obblighi di gestione e vigilanza.
Roma, Botta vice direttore generale: le parole delle famiglie e la richiesta di “opportunità”
La reazione dei familiari è stata rilanciata anche dalla stampa romana: la denuncia pubblica parla di una ferita che si riapre e di un senso di incomprensione (“tra tanti perché lui?”), con un messaggio che insiste sull’etica pubblica prima ancora delle aule di giustizia. In questa cornice prende forma la frase che sintetizza il loro ragionamento: «Il tema non è il tribunale, è l’etica pubblica».
Roma, Botta vice direttore generale: garantismo e responsabilità politica non coincidono
Il punto, per i parenti delle vittime, non è mettere in discussione la presunzione di innocenza: i processi servono proprio a verificare responsabilità e ricostruire i fatti. La contestazione riguarda un altro piano, quello dell’opportunità: scegliere oggi, per un incarico apicale, una figura che domani dovrà difendersi in aula su vicende così dolorose rischia di trasformarsi, secondo loro, in una “violenza simbolica” e in un messaggio di distanza verso chi chiede sicurezza e cura dello spazio pubblico.
Roma, Botta vice direttore generale: cosa succede adesso
Nei prossimi mesi il tema tornerà inevitabilmente su due binari: quello giudiziario, con l’avanzamento dei procedimenti legati alle morti di Aubry e Carrozza, e quello istituzionale, con la gestione concreta dell’incarico assegnato e le eventuali valutazioni politiche che potranno seguire. Intanto resta la domanda che le famiglie rivolgono al Campidoglio: non chiedono una condanna anticipata, chiedono un gesto che, a loro avviso, dimostri rispetto e sensibilità verso un dolore che non si archivia con il tempo.
