Un caso congelato nel tempo
Era una giornata come tante altre quella del 12 aprile 1994. Roma, in zona Talenti, si trovò al centro di un mistero che ancora oggi fa parlare di sé. Antonella Di Veroli, consulente del lavoro di 47 anni, venne trovata morta in modo agghiacciante: nascosta nell’armadio della sua casa di via Federico De Roberto, avvolta da un sacchetto di plastica e con le ante sigillate da silicone. Indossava ancora il suo pigiama. Un’immagine che ha lasciato segni indelebili nella memoria collettiva.
Riapertura delle indagini
Recentemente la Procura di Roma ha deciso di riaprire le indagini su questo caso irrisolto. L’iniziativa è partita dall’avvocato della sorella di Antonella, Carla Di Veroli. Giulio Vasaturo ha formalizzato una richiesta che potrebbe finalmente portare alla luce la verità. A riportare questa svolta ci ha pensato il quotidiano “Repubblica”.
Dettagli inquietanti e nuovi sviluppi
A suo tempo, le indagini avevano identificato due sospettati principali: Umberto Nardinocchi, ex socio e presunto amante della vittima, e Vittorio Biffani, fotografo. Entrambi furono dichiarati innocenti nei processi seguenti. C’erano però degli elementi rimasti in ombra: un’impronta sull’armadio attribuita a un ignoto e una testimonianza sul guanto di paraffina che non portarono a nulla.
Negli anni successivi il fascicolo restò sepolto sotto la polvere dell’oblio giudiziario. Solo nel 2011 ci fu un tentativo fallito di riaprire il caso. Tuttavia nel 2023 l’interesse per la vicenda riaffiorò grazie al lavoro dei giornalisti Diletta Riccelli e Flavio M. Tassotti. La loro analisi portò alla luce un bossolo mai esaminato e una telefonata dalla casa di Antonella verso un taxi nella notte del delitto.
Speranze rinnovate dalla scienza moderna
L’istanza presentata quest’anno punta proprio su questi dettagli trascurati per far luce su quello che accadde davvero trent’anni fa. Le tecnologie odierne potrebbero rivelare impronte digitali o tracce biologiche decisive per delineare un profilo genetico dell’assassino.
Una nuova pista
Carla Di Veroli è convinta che l’omicidio della sorella sia legato a motivazioni professionali piuttosto che a impulsi passionali o vendette personali. In particolar modo sottolinea come Antonella avrebbe rifiutato di firmare documenti contabili compromettenti prima della sua scomparsa.
C’è inoltre la possibilità dell’intervento di un terzo uomo sconosciuto, testimoni oculari lo avrebbero visto armeggiare con una busta proprio davanti alla casa delle Di Veroli durante quella fatidica notte.
Nelle prossime settimane il pubblico ministero incaricato deciderà se accogliere queste nuove prove nel processo investigativo ufficiale che potrebbe finalmente portare giustizia alla famiglia dopo più di trent’anni.