A Frosinone basta una cifra per riaccendere un tema che da mesi attraversa la sanità pubblica: oltre 35mila euro lordi incassati in un solo mese da un medico gettonista ultrasettantenne, con partita Iva, impegnato nei pronto soccorso della provincia. Il professionista, secondo quanto ricostruito nelle ultime ore, avrebbe lavorato 442 ore nel solo gennaio 2026, coprendo circa 36 turni da 12 ore.
Numeri che hanno provocato una dura reazione politica e che chiamano in causa non solo i costi, ma anche l’organizzazione dell’emergenza-urgenza nel territorio ciociaro.
Frosinone e i 35mila euro del gettonista: perché il caso fa discutere
Il punto non è soltanto il compenso, pur molto elevato, ma il confronto con gli stipendi ordinari del servizio sanitario. Il Fatto Quotidiano ha ricordato che un dirigente medico dipendente guadagna mediamente molto meno, con un divario che rende il “modello gettonista” sempre più difficile da accettare per chi lavora stabilmente negli ospedali pubblici.
Da qui nasce la polemica: da una parte c’è l’esigenza di tenere aperti e funzionanti i presidi di emergenza, dall’altra c’è la sensazione di un sistema che finisce per pagare di più il lavoro esterno rispetto a quello strutturato.
La vicenda, infatti, non riguarda un incarico isolato o marginale. Le 442 ore attribuite al medico in un solo mese descrivono una presenza molto intensa dentro un settore delicatissimo come quello del pronto soccorso. Ed è proprio su questo aspetto che si concentrano le domande più pesanti: quanto può reggere un sistema che si affida in modo così massiccio a professionisti esterni?
E quali garanzie offre, sul piano clinico e organizzativo, una copertura affidata a turni così numerosi? Sono interrogativi che vanno oltre il singolo caso e che toccano il cuore dell’assistenza pubblica.
Interrogazione a Rocca e pressing politico sulla Regione Lazio
A portare il caso all’attenzione della Regione è stato il consigliere regionale di Azione Alessio D’Amato, che ha annunciato un’interrogazione urgente rivolta al presidente Francesco Rocca. D’Amato ha chiesto come sia possibile che nel Lazio si continui a ricorrere ai medici gettonisti nonostante gli indirizzi nazionali dichiarati negli ultimi mesi e ha posto l’accento sul fatto che un solo professionista, in un mese, avrebbe percepito l’equivalente dello stipendio di molti colleghi dipendenti.
Il consigliere ha anche fatto sapere di voler predisporre un esposto all’Ispettorato del lavoro e ai carabinieri del Nas, con l’obiettivo di verificare il rispetto delle norme e di accertare se un carico di lavoro di questo tipo sia compatibile con la sicurezza dei pazienti e con il corretto funzionamento del servizio.
La scelta di chiamare in causa anche gli organi di controllo fa capire che il caso non resterà confinato alla polemica politica quotidiana: il rischio è che diventi un nuovo simbolo delle difficoltà del sistema sanitario regionale nel reperire medici per i reparti più esposti.
La replica dell’Asl di Frosinone: carenza di medici, influenza e gara slittata
La Direzione strategica della Asl di Frosinone ha risposto chiarendo che la cifra circolata in queste ore è un valore lordo, riferito alle tariffe previste per il lavoro svolto. L’Azienda ha spiegato che il ricorso a questa copertura si è verificato in un periodo segnato da assenze di personale medico, picco influenzale e slittamento dell’avvio della gara d’appalto per i servizi di emergenza-urgenza, inizialmente prevista dal 1° gennaio 2026.
La stessa Asl ha aggiunto che le misure adottate si sono rese indispensabili per coprire tutti i turni mensili, in presenza di una persistente carenza di medici nell’area della medicina d’urgenza e del pronto soccorso, con l’obiettivo di garantire continuità assistenziale in tutto il territorio provinciale.
Nella replica c’è un altro elemento destinato a pesare nel dibattito pubblico: la procedura concorsuale per il reclutamento di 20 medici di pronto soccorso non avrebbe ricevuto alcuna candidatura. Un dato che, più di ogni slogan, racconta quanto sia diventato difficile rendere attrattivi questi reparti.
Pronto soccorso in provincia e il problema degli organici deserti
È qui che il caso Frosinone assume un valore più ampio. La polemica sui 35mila euro rischia di far dimenticare la questione di fondo: senza personale disponibile, le aziende sanitarie si trovano spesso a scegliere non il modello ideale, ma quello possibile nell’immediato.
Se i concorsi vanno deserti e se l’emergenza-urgenza resta uno dei settori meno appetibili per i medici, l’alternativa diventa coprire i turni con soluzioni esterne, più costose e meno stabili, pur di non ridurre l’operatività dei pronto soccorso.
Nel caso della provincia di Frosinone l’Asl sostiene di aver agito proprio con questa logica: evitare vuoti nei quattro pronto soccorso e mantenere in piedi la rete dell’emergenza. Ma la necessità non cancella il problema politico e amministrativo. Anzi, lo mette ancora più in evidenza.
Perché se il sistema pubblico riesce a pagare cifre molto alte a professionisti a chiamata ma non riesce ad assumere medici stabili, il malessere interno cresce e il messaggio che passa all’esterno è devastante: conviene di più entrare da autonomi che scegliere un incarico strutturato.
La soluzione annunciata dall’Asl e le domande che restano aperte
L’Azienda sanitaria ha infine precisato di aver avviato una gara d’appalto per i servizi di emergenza-urgenza finalizzata a costruire un modello organizzativo più stabile, efficiente e coerente con il fabbisogno assistenziale della popolazione, aggiungendo che la piena operatività del nuovo assetto è entrata in vigore dal 15 febbraio 2026. È un passaggio importante, perché segnala il tentativo di uscire dalla logica dell’intervento tampone.
Resta però aperto il punto più delicato: questa vicenda è un’eccezione legata a un mese particolarmente pesante oppure la spia di un meccanismo ormai radicato? La risposta interessa i cittadini prima ancora dei partiti. Perché ogni volta che la sanità pubblica si regge su turni straordinari, appalti urgenti e professionisti chiamati a coprire volumi di lavoro eccezionali, il tema non è soltanto la spesa. È la tenuta del servizio, la qualità dell’assistenza, la capacità della Regione di dare un orizzonte credibile ai suoi ospedali.
Nel Lazio, e non solo a Frosinone, il caso del medico gettonista da 35mila euro in un mese diventa così la fotografia di una contraddizione che non può più essere liquidata come fatto episodico. Da una parte c’è la necessità di non lasciare scoperti i pronto soccorso. Dall’altra c’è l’urgenza di restituire forza, dignità e convenienza al lavoro medico dentro il servizio pubblico. Finché questo equilibrio non sarà ricostruito, ogni nuovo “caso record” finirà per trasformarsi in un processo pubblico alla sanità regionale.
