Se qualcuno ci chiedesse che cosa ci piace, sapremmo davvero rispondere?

Di Marco Bordon
Sorriso di donna, denti, kamal, hoseinianzade, unsplash
Denti bianchi, kamal, hoseinianzade, unsplash

Se qualcuno ci chiedesse all’improvviso “che cosa ti piace?”, forse molti di noi resterebbero qualche secondo in silenzio. Non perché non abbiamo gusti, interessi, preferenze. Ma perché siamo diventati bravissimi a dire cosa dobbiamo fare, cosa ci manca, cosa ci preoccupa, cosa sarebbe opportuno scegliere. Molto meno a riconoscere, con parole semplici e sincere, ciò che ci piace davvero. È una domanda apparentemente facile, quasi infantile. Proprio per questo può diventare implacabile: ci riporta a noi stessi, senza grandi discorsi, senza alibi, senza la protezione dei ruoli che indossiamo ogni giorno.

Che cosa ci piace davvero: una domanda più difficile di quanto sembri

Dire che cosa ci piace dovrebbe essere naturale. Da bambini lo facciamo senza esitazione: un colore, un gioco, un animale, un sapore, una voce, una stagione. Non sentiamo il bisogno di giustificare ogni preferenza. Ci piace, e basta. Crescendo, invece, impariamo a filtrare. Valutiamo se una risposta è intelligente, adeguata, utile, elegante, conveniente. Anche il piacere finisce sotto esame.

Così, a poco a poco, smettiamo di ascoltare la parte più limpida dei nostri gusti. Sappiamo indicare cosa è giusto fare, cosa ci conviene, cosa dà prestigio, cosa viene approvato. Sappiamo spiegare le ragioni di una scelta professionale, il peso di una responsabilità, la necessità di una rinuncia. Ma davanti alla domanda essenziale — “che cosa ti piace?” — rischiamo di scoprire un vuoto inatteso.

È il segno di una distanza. Forse siamo rimasti a lungo dentro vite efficienti, piene, organizzate, senza chiederci se quelle vite contenessero ancora qualcosa capace di accenderci.

Il piacere non è superficialità: è una forma di conoscenza

Per molto tempo il piacere è stato trattato con sospetto. Come se fosse un lusso, una distrazione, un cedimento. In realtà, sapere che cosa ci piace è una forma seria di conoscenza personale. Non significa assecondare ogni impulso, né trasformare la vita in una sequenza di gratificazioni immediate. Significa capire dove la nostra sensibilità si riconosce.

Ci piace un luogo perché lì respiriamo meglio. Ci piace una persona perché con lei non dobbiamo recitare. Ci piace un lavoro perché ci fa sentire utili e presenti. Ci piace un libro perché nomina qualcosa che non riuscivamo a dire. Ci piace una musica perché riordina un’emozione. Ci piace camminare, cucinare, costruire, insegnare, ascoltare, viaggiare, restare, creare, custodire.

Dentro ciò che ci piace c’è spesso una verità più profonda di quanto ammettiamo. I nostri gusti non sono solo dettagli decorativi. Sono tracce. Parlano del nostro modo di abitare il mondo, delle nostre mancanze, delle nostre fedeltà, dei paesaggi interiori che continuiamo a cercare.

Quando smettiamo di ascoltare i nostri gusti

Il problema è che spesso perdiamo il rapporto con ciò che ci piace senza accorgercene. Accade quando le giornate diventano una corsa di adempimenti. Accade quando il lavoro occupa ogni spazio mentale. Accade quando una relazione, una famiglia, un ruolo pubblico o privato ci chiedono di funzionare sempre. Accade quando la stanchezza rende tutto uguale.

A quel punto non diciamo più “mi piace”. Diciamo “va bene”, “conviene”, “serve”, “non posso fare diversamente”. La lingua cambia prima ancora della vita. Le parole del dovere prendono il posto delle parole del desiderio.

Non sempre è una colpa. Spesso è la conseguenza di anni complessi, di responsabilità reali, di urgenze che non lasciano respiro. Ma arriva un momento in cui la domanda torna: in mezzo a tutto quello che devo essere, fare, sostenere, che cosa mi piace ancora? Che cosa scelgo non perché obbligato, non perché utile, non perché applaudito, ma perché mi corrisponde?

Il rischio dei gusti presi in prestito

C’è poi una confusione più sottile: credere che ci piaccia ciò che tutti indicano come desiderabile. Viviamo circondati da immagini, modelli, classifiche, consigli, vetrine continue. Ci viene suggerito cosa mangiare, dove andare, come vestirci, quali esperienze vivere, quali luoghi fotografare, quali obiettivi inseguire.

Il gusto personale rischia di diventare imitazione. Si finisce per desiderare non tanto una cosa, ma lo sguardo che quella cosa produce. Non un viaggio, ma la sua rappresentazione. Non una casa, ma il giudizio che suscita. Non una vita, ma l’idea di successo che comunica.

È qui che la domanda “che cosa ti piace?” diventa quasi rivoluzionaria. Che cosa sceglieremmo se non dovessimo dimostrare nulla? Che cosa continueremmo ad amare anche senza approvazione, senza racconto pubblico, senza riconoscimento?

Il piacere vero ha bisogno di silenzio

Per capire che cosa ci piace davvero serve una certa dose di silenzio. Non necessariamente isolamento. Piuttosto uno spazio interiore libero dal rumore delle aspettative. Il piacere autentico non sempre arriva come una folgorazione. A volte si lascia riconoscere piano, dalla qualità dell’attenzione che ci chiede.

Ci accorgiamo che una cosa ci piace davvero perché il tempo cambia consistenza. Perché mentre la facciamo non siamo altrove. Perché non abbiamo bisogno di fingere entusiasmo. Perché ci resta addosso una sensazione di ordine, di presenza, di vitalità.

Al contrario, molte esperienze apparentemente desiderabili ci lasciano svuotati. Le abbiamo volute, raggiunte, magari esibite. Eppure, una volta finite, non ci hanno restituito nulla di essenziale. Questo non significa che fossero sbagliate. Significa che forse non erano davvero nostre.

Saper rispondere significa saper scegliere

Riconoscere ciò che ci piace non è un esercizio sentimentale. Ha conseguenze concrete. Chi non sa che cosa gli piace finisce spesso per scegliere per inerzia, per compiacere, per paura, per abitudine. Chi invece conserva un rapporto vivo con i propri gusti dispone di una bussola.

Non sempre potrà seguirla. La vita impone limiti, tempi, doveri, responsabilità. Ma sapere dove si trova il proprio centro cambia il modo di attraversare anche le rinunce. Un conto è sacrificare qualcosa che conosciamo. Un altro è vivere senza sapere che cosa stiamo sacrificando.

Per questo la domanda iniziale non è leggera. “Che cosa ti piace?” può diventare una forma di educazione alla libertà. Ci obbliga a distinguere l’essenziale dal superfluo, il nostro dall’imitato, il vivo dall’automatico.

Ritrovare il gusto delle cose semplici

Forse la risposta non va cercata subito nei grandi progetti. A volte si ricomincia da cose minime: un’ora senza fretta, una conversazione vera, un piatto cucinato bene, una strada percorsa a piedi, una libreria, un teatro, un giardino, una stanza in ordine, una voce amica, un lavoro fatto con cura.

Le cose che ci piacciono davvero non sono sempre spettacolari. Spesso sono precise. Hanno una temperatura, un odore, un ritmo, una memoria. Ci riportano a una parte di noi che non chiede di impressionare nessuno.

In questo senso, riconoscere ciò che ci piace significa anche smettere di vergognarsi della propria semplicità. Non tutto deve essere straordinario per essere significativo. Non tutto deve diventare contenuto, prestazione, racconto. Ci sono piaceri che valgono proprio perché restano intimi, quotidiani, fedeli.

La domanda che può rimettere ordine

Alla fine, forse dovremmo farcela più spesso, questa domanda. Non come passatempo, ma come verifica. Che cosa mi piace ancora? Che cosa mi fa sentire più vero? Che cosa scelgo quando nessuno mi misura? Che cosa mi dà energia senza chiedermi di diventare qualcun altro?

Sapere rispondere non vuol dire avere una vita risolta. Vuol dire non essersi del tutto perduti. Vuol dire conservare un punto di contatto con la propria parte più sincera. In un tempo che ci spinge a correre, apparire, reagire, produrre, ricordarsi che cosa ci piace è un gesto piccolo e molto serio.

 
CATEGORIA

Cronaca

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista