Roma, 19 gennaio 2026. Dopo anni di attese, rinvii e sentenze ribaltate, il processo d’appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone torna al centro dell’attenzione con un gesto che cambia ritmo all’udienza: Marco Mottola, imputato insieme al padre Franco e alla madre Annamaria, prende la parola e affida ai giudici dichiarazioni spontanee, scandite da una linea difensiva senza aperture.
«Sono innocente e siamo innocenti. Non ho mai fatto del male a Serena Mollicone», dice davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Roma, respingendo la ricostruzione accusatoria e descrivendo come “falsa” l’ipotesi che la 18enne di Arce, uccisa nel 2001, sia stata spinta contro una porta all’interno della caserma.
Serena Mollicone e la versione di Marco Mottola: “In caserma non l’ho mai vista”
Il 38enne torna sul punto più sensibile dell’intera vicenda: l’idea che Serena sia entrata in caserma la mattina del 1° giugno 2001 e che lì sia iniziata l’aggressione. Mottola nega in modo categorico: sostiene che Serena non sia “mai venuta” da lui e che lui non l’abbia mai vista dentro la caserma.
Nello stesso passaggio prova anche a disinnescare il movente che, per anni, ha alimentato ipotesi e sospetti nel dibattito pubblico: nessun legame sentimentale, nessuna relazione, nessun litigio. Un elenco di smentite che, in aula, diventa un messaggio diretto a chi lo accusa e a chi lo giudica.
Serena Mollicone, il “nodo porta” e la superperizia: perché quel dettaglio pesa ancora
La porta indicata come possibile punto d’impatto resta uno degli snodi tecnici più discussi. Nel corso del processo, le perizie hanno alimentato una partita per millimetri: secondo la superperizia illustrata anni fa in aula, il trauma cranico di Serena risulterebbe compatibile con l’urto contro una superficie ampia e piana, con riferimenti espliciti a una compatibilità ritenuta molto elevata con la porta della caserma dei carabinieri di Arce.
Mottola, oggi, ribalta il peso di quel reperto: dice di avere saputo dell’esistenza della porta rotta solo nel 2008 e riferisce che il padre gli avrebbe spiegato di averla danneggiata in un contesto familiare, per poi sostituirla. È un passaggio che mira a spostare il baricentro: non “arma” del delitto, ma elemento nato altrove e diventato, col tempo, un simbolo accusatorio.
Serena Mollicone e Santino Tuzi: l’attacco alla testimonianza che ha segnato l’inchiesta
Nelle dichiarazioni spontanee, Mottola punta poi su un altro snodo decisivo: il brigadiere Santino Tuzi, morto suicida nel 2008 dopo aver reso dichiarazioni sull’ingresso di Serena in caserma. Mottola sostiene che Tuzi abbia “inventato” una menzogna e che avesse motivi per farlo, perché avrebbe avuto “qualcosa da nascondere”.
Un’accusa che arriva sapendo che l’uomo non può replicare, ma che prova a incrinare la credibilità del racconto diventato negli anni uno dei pilastri del procedimento. Sul fronte testimoniale, l’udienza ha riportato in aula anche elementi legati a chi frequentava Tuzi.
Annarita Torriero, che ebbe una relazione con il brigadiere, ha riferito di non avere mai visto Serena dentro l’edificio, ma di averla incrociata più volte nei pressi del cancello, sulla strada o nel cortile, da sola o con amici.
Alla Corte ha indicato anche, usando immagini proiettate in aula, i punti dove avrebbe notato la ragazza e il gruppo. Sempre Torriero ha aggiunto un ricordo che, per chi conosce la storia, ha un peso emotivo immediato: quando passavano in zona Fonte Cupa, luogo del ritrovamento del corpo, Tuzi cambiava umore e mostrava segnali fisici evidenti, come sudorazione e rossore, quasi tremasse.
È un dettaglio che non prova un fatto da solo, ma spiega perché il processo continua a scavare nella psicologia dei testimoni e nelle pieghe di chi, in quegli anni, visse da vicino il caso.
Perché c’è un appello bis: la Cassazione e il ritorno al punto più delicato
Il processo riparte perché la Cassazione ha annullato le assoluzioni e ha disposto un nuovo giudizio davanti a un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Roma. Nelle motivazioni, riportate da più fonti, la Suprema Corte ha criticato passaggi ritenuti contraddittori e non comprensibili nelle sentenze assolutorie precedenti, imponendo un nuovo esame complessivo dei nodi probatori.
È in questo scenario che le parole di Mottola assumono un significato preciso: non solo difesa, ma tentativo di fissare una “verità” personale davanti ai giudici che dovranno rimettere ordine in un mosaico complesso, fatto di riscontri scientifici, testimonianze contestate, ricostruzioni alternative e fratture che, dopo quasi venticinque anni, restano aperte.
Cosa si gioca nelle prossime udienze: riscontri, credibilità, cronologia del 1° giugno 2001
Da qui in avanti, l’appello bis dovrà misurare ogni pezzo con la stessa domanda: cosa è solido e cosa no. La compatibilità tecnica del trauma, la sequenza degli spostamenti, la tenuta dei racconti, i dettagli che cambiano nel tempo. Nel frattempo, resta immutato il punto di partenza che nessuna udienza cancella: Serena Mollicone scomparve il 1° giugno 2001 e fu trovata morta due giorni dopo.
Intorno a quel vuoto di ore si continua a discutere, oggi come allora, cercando un incastro che regga in diritto e nei fatti.
Prossima udienza il 18 febbraio
L’udienza di oggi, la quarta, è durata ben 11 ore. La prossima si svolgerà mercoledì 18 febbraio, quando verranno ascoltati: il comandante dei Carabinieri Gabriele Tersigni, i testimoni Giuseppe D’Ammasso, Laura Ricci e Pasquale Simone.
