Sergio Peroni ha attraversato mezzo secolo di automobilismo italiano da protagonista silenzioso e decisivo: pilota, organizzatore, promotore, uomo di pista prima ancora che uomo di scrivania. Romano, cresciuto professionalmente nel circuito di Vallelunga, ha costruito una carriera partendo da un’intuizione semplice e rivoluzionaria: rendere le gare automobilistiche più accessibili, più vive, più vicine ai piloti e agli appassionati veri.
Ha portato in Italia un modello ispirato al mondo inglese delle corse club, ha organizzato campionati, eventi, gare di durata, competizioni per auto storiche e percorsi di crescita per generazioni di piloti. In questa intervista, Sergio Peroni racconta la velocità, il rispetto, la paura, la burocrazia, i giovani talenti, la Ferrari elettrica, il ricordo di Giancarlo Fisichella e il senso profondo di una vita passata nei circuiti.
Lo incontriamo nella Barberia tradizionale di Marco Vitale, al taglio di capelli.
Vergovich: Qual è il primo ricordo legato ai motori che ancora oggi ti torna in mente con più forza?
Peroni: Ho cominciato questa professione praticamente a vent’anni. Avevo iniziato a correre in macchina a diciotto, perché prima non si poteva, e lo facevo di nascosto dalla mia famiglia. Dopo un paio d’anni, però, non riuscivo più a sostenermi economicamente. Così decisi di guardare con attenzione cosa mancasse davvero nel mondo delle corse.
Mi resi conto che, a parte la Formula 1, che già allora aveva un interesse enorme in Italia, tutte le altre competizioni erano seguite poco dagli organizzatori e dai circuiti. Negli anni Settanta fui il primo a creare un’agenzia specializzata nell’organizzazione e nella promozione di gare automobilistiche. Quello fu il primo passo importante, quello che mi fece entrare professionalmente in questo mondo.
Vergovich: Nel mondo delle gare hai passato una vita, e ancora oggi lavori a pieno regime. Che rapporto hai, intimamente, con la velocità?
Peroni: È un lavoro che non puoi fare se non hai una passione enorme per l’automobile. È complicato, faticoso, ma anche molto appassionante. Io ho sempre corso in macchina. Ho avuto un’interruzione solo negli anni in cui non avevo soldi, dai venti ai venticinque o ventisei anni, poi ho continuato a correre fino a cinque anni fa.
Per me la velocità è tutto. Vuol dire riflessi pronti, capacità di ragionare in fretta, lucidità nel prendere decisioni importanti in pochi attimi.
Vergovich: Che cosa ti ha insegnato il mondo delle gare, delle automobili da corsa e della velocità sul carattere degli uomini?
Peroni: Mi ha insegnato che il carattere è decisivo. Questo sport richiede decisione, preparazione, occhio pronto. Devi essere capace di fronteggiare qualunque situazione e devi farlo in pochissimi istanti. La sicurezza, in pista, nasce anche dalla capacità di decidere.
Vergovich: Nel motorsport hai incontrato più coraggio, più vanità o più sacrificio?
Peroni: Tanta vanità, molto sacrificio e vera bravura in pochi elementi.
Vergovich: Qual è la persona che ti ha dato la lezione più importante della tua carriera?
Peroni: All’inizio della mia carriera ci furono due figure fondamentali. La prima fu Henry Morrogh, il famoso pilota che venne in Italia e portò molte gare nel nostro Paese. Da lui imparai come si correva in Inghilterra, dove l’approccio era completamente diverso: lì si correva con tutto. L’importante era passare un fine settimana in pista, con qualunque macchina, divertendosi con gli amici.
In Italia questo non succedeva. La lezione di Henry Morrogh fu fondamentale. Poi, però, l’aiuto decisivo me lo diede De Luca, storico direttore dell’autodromo di Vallelunga. Io sono di Roma, Vallelunga era il circuito dove muovevo i primi passi. De Luca ebbe fiducia in me e mi permise di organizzare in Italia la prima gara club, proprio sul modello inglese, con vetture di ogni genere ammesse al via.
Fu anche una scommessa economica. Io chiesi la possibilità di provarci, lui mi diede fiducia e la prima gara andò benissimo: più di cento piloti al via. Da lì la mia professione partì molto velocemente.
Vergovich: C’è un errore giovanile che oggi consideri decisivo per diventare l’uomo e il professionista che sei?
Peroni: Sì, assolutamente. Non ho mai seguito la politica interna alla Federazione. È stato un errore enorme. Se avessi seguito quella strada, se mi fossi adattato alla politica federale, oggi sarei molto più di quello che sono.
Non ho mai voluto accettare compromessi. Sono andato avanti sempre fiero di quello che potevo fare da solo e conquistare da solo. Questo però mi è costato, anche economicamente. Mi è costato molto.
Vergovich: Dopo una vita nei circuiti, che cosa resta di più: le vittorie, le amicizie, le responsabilità o le emozioni?
Peroni: Racchiudo tutto in una parola: il rispetto. Per me è importantissimo. Il rispetto dell’ambiente delle corse. Tu puoi chiedere a chiunque: se nomini Sergio Peroni, la prima cosa che ti dicono è che sono un professionista, ma anche una persona perbene. Nel nostro ambiente non è così facile.
Vergovich: Il pubblico vede la partenza, i sorpassi, il traguardo. Che cosa non vede mai dell’organizzazione di una gara automobilistica?
Peroni: Non vede tutto quello che c’è dietro le quinte. Noi iniziamo dall’anno prima a preparare le gare dell’anno successivo. Ogni singolo evento viene costruito mesi prima. In ogni weekend di gara lavorano circa trecento persone: commissari di percorso, tecnici, addetti a ogni settore della competizione.
È un lavoro lungo, faticoso e costoso. Il pubblico difficilmente può immaginare quanto impegno ci sia dietro una gara.
Vergovich: Qual è la parte più difficile: far arrivare i piloti, ottenere le autorizzazioni, garantire la sicurezza, tenere insieme tutti gli interessi?
Peroni: Io ho sempre scelto di organizzare gare di velocità in circuito. Questo mi ha evitato molti problemi che, per esempio, riguardano i rally. Nei circuiti la sicurezza è garantita da standard internazionali altissimi. Oggi gli incidenti gravi per le persone, in pista, sono diventati rarissimi grazie alla sicurezza dei circuiti e delle vetture.
Le macchine da corsa possono subire incidenti violentissimi e nel 99% dei casi il pilota ne esce senza conseguenze gravi. Nei rally è diverso: hai il pubblico lungo i percorsi, hai situazioni molto più difficili da controllare. Anche dal punto di vista assicurativo non è giusto mettere sullo stesso piano una gara in circuito e una gara su strada.
Vergovich: Sei stato descritto come una persona capace di semplificare le cose nel motorsport. Semplificare significa togliere problemi o renderli gestibili?
Peroni: Semplificare significa soprattutto togliere burocrazia. Purtroppo negli anni la burocrazia è cresciuta moltissimo. Oggi per iscriversi a una gara bisogna essere quasi degli eroi al computer, superare vari livelli e procedure. Un tempo bastava una telefonata.
Questo è un problema soprattutto per le persone di una certa età, che nel nostro mondo sono tante. Noi gestiamo da anni il campionato italiano di auto storiche e molti partecipanti sono persone che corrono per passione, per piacere, anche per ritrovare le macchine con cui correvano da giovani. A una certa età, il rapporto con il computer può diventare un ostacolo.
Vergovich: Qual è la qualità indispensabile per chi vuole fare oggi il tuo mestiere?
Peroni: Oggi sconsiglierei a chiunque di cominciare da zero. È diventato difficilissimo. Servono giovani di buona volontà, certo, ma devono sapere tecnicamente e sportivamente come si gestisce un evento. E oggi devono conoscere molto bene anche la promozione, il marketing, i social.
Attorno a noi c’è una squadra di persone che lavora solo su questi aspetti. Per un organizzatore giovane è diventato fondamentale capire come si comunica e come si promuove un evento.
Vergovich: Hai mai avuto paura durante una gara che stavi organizzando?
Peroni: Sì. Nella mia vita di organizzatore ho avuto purtroppo due morti. Uno era un ragazzo giovane che correva in Formula, e non ci fu nulla da fare. L’altro era una persona di una certa età, morta per un infarto mentre guidava.
Per un organizzatore questi sono i ricordi peggiori. Ma cinquant’anni di carriera, purtroppo, comprendono anche questo.
Vergovich: C’è l’exploit di Kimi Antonelli in Formula 1, un ragazzo giovanissimo che vince e convince. Quando vedi un pilota molto giovane in pista, che cosa osservi prima di tutto?
Peroni: Conosco bene Kimi Antonelli. Suo padre corre con la sua squadra di Mercedes GT nelle nostre gare, quindi l’ho visto crescere. Per me è un fenomeno. È un ragazzo carinissimo, gentilissimo, cresciuto in una famiglia perbene. Non si dà nessuna aria.
Mi innervosisce molto vederlo sotto tiro per l’invidia di altri piloti. Lo trovo stupido. La prima cosa che osservo in un giovane pilota è proprio l’atteggiamento.
Oggi si può iniziare molto presto. Un tempo si cominciava a diciotto anni, oggi a quattordici o quindici si passa dal kart all’auto. Il problema è che il nostro sport è sempre più costoso. Gestire un ragazzo di sedici anni in una formula promozionale come la Formula 4 può costare dai 500 ai 600 mila euro. Questo significa che o hai sponsor importanti, oggi rarissimi, o hai una famiglia alle spalle che ti sostiene.
A volte questo produce ragazzini viziati, che corrono per sentirsi migliori degli altri, più che per vera passione. Lo vedi dagli atteggiamenti nel circuito. Ci sono sedicenni che arrivano con coach, allenatore, massaggiatore. Se ripenso ai nostri diciotto anni, mi viene da sorridere. Oggi molti giovani piloti fanno una vita quasi monastica: niente distrazioni, vanno a letto presto, mangiano in modo controllato, pensano solo alla prestazione.
Vergovich: In pista si impara anche il rispetto delle regole. Eppure, spesso, dopo una gara i piloti si accusano a vicenda proprio di non aver rispettato le regole. È così o in gara può accadere di tutto?
Peroni: I regolamenti vanno rispettati, ma in automobilismo molte situazioni sono difficili da giudicare dall’esterno. Stabilire se un pilota fosse venti centimetri avanti rispetto a un altro e quindi avesse diritto a una traiettoria non è semplice.
So che questa mia opinione può attirarmi critiche, ma l’ho sempre pensata: chi giudica questo sport dovrebbe aver fatto almeno dieci anni da pilota. Giudicare soltanto da un video è estremamente difficile. Quello che accade in pista, in quel secondo, lo sa davvero solo il pilota. Puoi avere tutte le telecamere che vuoi, ma la decisione è presa in un istante.
Vergovich: Quanto conta la testa rispetto al piede?
Peroni: La testa è fondamentale se vuoi arrivare in fondo. Se cerchi solo l’exploit, il piede può bastare per fare una cosa bella, spettacolare. Ma se non arrivi al traguardo non hai capito come funziona.
In un campionato conta chi arriva in fondo. La singola gara la puoi anche interpretare come una scommessa. Un campionato no.
Vergovich: Parliamo di automobilismo italiano. Partiamo dalla Ferrari. Che critica fai alla Ferrari elettrica?
Peroni: La Ferrari elettrica segue una tendenza generale: tutto il mondo sta facendo auto elettriche. Da un marchio come Ferrari forse molti clienti non si aspettavano una mossa di questo tipo. Probabilmente ha anticipato i tempi.
Sul piano delle prestazioni è una Ferrari: oltre mille cavalli, accelerazione da zero a cento in due secondi e mezzo. La parte estetica, però, è stata giudicata da molti molto lontana dal design a cui Ferrari ci ha abituati.
Vergovich: Potremmo abituarci a questa estetica?
Peroni: Secondo me no. Secondo me sarà molto difficile.
Vergovich: Qual è il circuito italiano a cui sei più legato?
Peroni: Affettivamente Vallelunga, senza dubbio. È il circuito romano, quello in cui sono nato professionalmente. Da pilota, invece, il circuito più bello per chi guida è Imola.
Vergovich: L’Italia ha ancora una cultura motoristica profonda o rischia di perderla?
Peroni: Dipende da chi parliamo. Se parliamo degli appassionati generici, ti direi che oggi la cultura motoristica è molto ridotta. Molti guardano le gare quando c’è un incidente, si entusiasmano per i nomi importanti, ma capiscono poco di automobilismo.
Poi c’è il mondo degli addetti ai lavori. Lì il discorso cambia completamente. L’Italia viene da una tradizione straordinaria, è stata patria dell’automobile, soprattutto nel famoso triangolo dove si sono concentrati grandi costruttori di auto sportive e da competizione. In quel mondo la cultura motoristica è ancora molto forte.
Vergovich: Le auto storiche parlano solo agli appassionati o possono emozionare anche i giovani?
Peroni: Bisogna distinguere. Ci sono le auto storiche da collezione, usate per raduni e manifestazioni non competitive. La Mille Miglia, per esempio, non è una gara competitiva: è una grande passeggiata meravigliosa attraverso l’Italia, con auto fantastiche, selezionatissime, provenienti da tutto il mondo. Ognuna di quelle vetture è un gioiello.
Poi ci sono le auto storiche che corrono in pista. All’estero, soprattutto in Germania, non hanno problemi a portare in pista auto da uno o due milioni di euro, accettando il rischio di toccate e incidenti. In Italia, invece, molti le tengono chiuse in garage e corrono con vetture di minore valore storico, quindi spesso meno interessanti.
Vergovich: Qual è stata la gara più difficile da organizzare nella tua carriera?
Peroni: Le gare di durata a Vallelunga. Ne abbiamo organizzate diverse per molti anni, gare da sei ore. Una gara di durata è molto complicata: sei ore di stress per i piloti, per le vetture e per tutto il personale di servizio. Erano eventi importanti sotto ogni profilo, ma molto duri da organizzare.
Vergovich: Il pilota che ti ha lasciato il ricordo umano più forte?
Peroni: Giancarlo Fisichella. È un pilota romano di Formula 1 che ancora oggi considero una persona umanamente straordinaria. Viene da una famiglia semplice. Quando correva con noi in Formula 3 ricordo suo padre che scappava dalla sua officina meccanica per venirlo a vedere da solo in tribuna, il venerdì o il sabato, durante le prove.
Giancarlo è cresciuto con quella mentalità. Ha avuto una carriera importantissima in Formula 1, oggi corre ancora con le Ferrari nel GT e fa da coach a molti giovani. Ma è rimasto la persona modesta di sempre.
Vergovich: A proposito di età: Antonelli è giovanissimo, Fisichella corre ancora. Qual è il limite per un pilota?
Peroni: Il limite è legato ai riflessi. Con l’età, inevitabilmente, la prontezza tende a diminuire. Però oggi la situazione è cambiata. Un tempo il limite per ottenere la licenza era ottant’anni. Poi, visto che le persone sono più curate, più controllate, più attente alla salute, la Federazione ha portato il limite a ottantacinque anni.
Noi abbiamo piloti molto anziani che fanno ancora prestazioni eccellenti. Nell’ultima gara un pilota napoletano, che aveva compiuto ottantaquattro anni pochi giorni prima, ha vinto una gara di auto storiche con una Porsche da quattrocento cavalli.
Naturalmente dopo gli ottant’anni i controlli medici devono essere molto severi. Non devono esserci rischi. Infatti molti vengono fermati proprio alla visita medica.
Vergovich: Se dovessi scegliere una sola immagine per raccontare la tua vita nelle corse, quale sarebbe?
Peroni: Una foto mia, molto sorridente, con alle spalle uno schieramento di partenza pieno di belle macchine.
Vergovich: Nella tua vita professionale hai mai sentito di essere stato protetto da qualcosa o da qualcuno?
Peroni: No. Anzi, è stato il difetto della mia carriera: nessuno mi ha mai protetto. Molti mi hanno fatto una guerra spietata. Il fatto che io sia ancora oggi un organizzatore e un promotore significa che ho visto passare tantissime persone che hanno provato a fare il mio mestiere e dopo qualche anno hanno smesso.
Non avevano capito bene come funziona questo mondo. Io l’ho capito fin dall’inizio e ho sempre tenuto i piedi per terra. Molti si sono illusi vedendo il giro di soldi che passa attraverso l’automobilismo. Hanno pensato che quei soldi potessero restare nelle mani di chi organizza. È una grande illusione.
Vergovich: Che cosa ti commuove oggi in un circuito?
Peroni: Oggi affronto gli eventi con molta più calma rispetto al passato. Mi preoccupo meno. Però mi commuove ancora vedere un giovane con pochi soldi che dimostra capacità incredibili al volante.
Mi commuove perché so che, senza un aiuto vero, probabilmente non ce la farà. In Italia oggi ci sono tantissimi giovani che avrebbero le qualità per andare avanti, ma il 99,9% non ci riesce.
Vergovich: Il mondo dei motori ha sempre accostato donne e motori. È un binomio inventato o c’era qualcosa di vero?
Peroni: Era una cosa molto di moda fino a quindici o vent’anni fa. I piloti, a qualunque livello, amavano quella vita. Anche i grandi professionisti, dopo le prove del sabato, vivevano serate fatte di donne e champagne.
Nelle categorie minori molti arrivavano accompagnati da una donna che spesso non era la moglie, ma una compagna occasionale. Erano weekend divertenti per tutti. Oggi è completamente diverso. I ragazzi non pensano quasi più a queste cose: vanno a letto presto, curano l’alimentazione, fanno una vita molto più rigorosa.
Vergovich: Se potessi parlare al Sergio Peroni degli inizi, che cosa gli diresti?
Peroni: Gli direi di essere molto meno appassionato, molto meno romantico e di badare di più ai fatti concreti.
Vergovich: L’automobilismo ti ha insegnato qualcosa sulla paura e su come gestirla?
Peroni: Sì, tantissimo. Ti faccio un esempio familiare. Ho un nipote che è alle prime esperienze nel kart. È un ragazzino abbastanza emotivo. All’inizio mi chiedevo se ce l’avrebbe fatta. Poi, gara dopo gara, ha cominciato a tirare fuori grinta.
Nell’ultimo weekend ha avuto il suo primo incidente. Gli è sfuggito il kart, è andato violentemente contro le gomme, tanto da piegare il telaio. È stato portato in infermeria, per fortuna non si era fatto nulla. Mio figlio, suo padre, che è stato un pilota e ha vinto tantissimo, gli ha detto: “Tra un quarto d’ora c’è il prossimo turno di prova. Devi rimontare subito sul kart, altrimenti non ci rimonti più”.
Lui è risalito. E in gara ha fatto quello che non era mai riuscito a fare nelle tre gare precedenti.
Vergovich: Dopo tanti anni passati a costruire gare, calendari, occasioni e sogni per gli altri, che cosa vorresti restasse tra cent’anni del tuo nome nel motorsport italiano?
Peroni: Ti rispondo con una definizione che un giorno qualcuno diede di me e che poi è rimasta: “Peroni, tutti campioni”. È una frase detta per ridere, ma racconta molto del mio lavoro.
Io ho sempre cercato di fare in modo che tutti potessero correre. Ho organizzato campionati, ancora oggi ne organizzo sette, che hanno sempre una valenza di crescita. Da me puoi entrare appena hai la licenza, con macchine piccole e poco costose, e poi arrivare a vetture molto potenti, costose, da cinquecento o seicento cavalli.
La cosa di cui vado più fiero è aver dato ai piloti la possibilità di crescere, anche quando non avevano grandi mezzi economici. Vorrei essere ricordato per un lavoro fatto bene in cinquant’anni di carriera e, soprattutto, per quello che ho detto prima: come una persona perbene nel mondo delle gare automobilistiche.
Foto di Claudio Pasquazi
