Byung-Chul Han racconta una società nella quale il controllo non ha più bisogno di essere imposto soltanto dall’esterno: siamo diventati amministratori inflessibili di noi stessi. Un libro breve, radicale e sorprendentemente vicino alla nostra vita quotidiana.
La frase che permette di entrare nel cuore de La società della stanchezza di Byung-Chul Han è apparentemente paradossale: nella società contemporanea l’individuo può diventare servo e padrone di se stesso, perché arriva a sfruttarsi volontariamente mentre continua a percepirsi come libero. È una delle intuizioni più forti della filosofia contemporanea perché riguarda direttamente il modo in cui lavoriamo, costruiamo la nostra identità, utilizziamo il tempo e misuriamo il nostro valore. Non serve essere filosofi per riconoscere il fenomeno descritto da Han. Basta osservare la quantità di persone che terminano una giornata esauste con la sensazione di non aver fatto abbastanza.
Pubblicato in Italia da Nottetempo nella traduzione di Federica Buongiorno, La società della stanchezza è diventato uno dei testi più conosciuti del filosofo sudcoreano naturalizzato tedesco. L’edizione ampliata del 2020 conta 132 pagine e comprende anche riflessioni dedicate al burnout e al tempo. La brevità del volume può ingannare: Han concentra in poche pagine una diagnosi severa del presente, sostenendo che prestazione, competizione, iperattività e multitasking abbiano progressivamente colonizzato una parte enorme della nostra esistenza.
Dalla disciplina alla prestazione: il padrone entra dentro di noi
Han parte dall’idea che una parte delle categorie utilizzate per descrivere la società industriale del Novecento non sia più sufficiente. Fabbrica, caserma, ospedale, carcere, scuola erano luoghi nei quali il potere appariva riconoscibile e l’individuo incontrava limiti, ordini, proibizioni, gerarchie.
La società contemporanea ha progressivamente modificato quel meccanismo. Al comando esterno si è aggiunta una pressione molto più sottile: dobbiamo riuscire, migliorarci, essere produttivi, efficienti, disponibili, aggiornati, competitivi. Perfino il riposo può essere sottoposto alla logica dell’ottimizzazione: dormire bene per lavorare meglio, fare sport per rendere di più, leggere per accrescere le competenze, coltivare relazioni utili alla propria crescita.
Han chiama questa realtà società della prestazione.
Il soggetto contemporaneo non percepisce necessariamente qualcuno che gli ordina di lavorare oltre misura. Molto spesso è lui stesso ad aumentare gli obiettivi, prolungare gli orari, controllare le notifiche, rispondere alle mail durante la cena, trasformare il fine settimana in un’occasione per recuperare il lavoro arretrato.
Il risultato è un sistema straordinariamente efficace perché il controllo viene interiorizzato. Non occorre più un sorvegliante permanente quando ciascuno può diventare il proprio sorvegliante.
“Puoi farcela”: la promessa che può trasformarsi in pressione
Una delle pagine più attuali del pensiero di Han riguarda la cultura della possibilità illimitata. La società della prestazione insiste sul potere dell’individuo: puoi diventare ciò che vuoi, puoi costruirti da solo, puoi migliorarti, puoi superare ogni limite.
Preso isolatamente, è un messaggio positivo. Il problema nasce nel momento in cui una possibilità viene trasformata in obbligo morale.
Se tutto dipende da te, anche l’insuccesso finisce per essere attribuito quasi esclusivamente a te.
Il lavoro non procede? Devi impegnarti maggiormente. La carriera non cresce? Devi migliorare le tue competenze. Non riesci a sostenere i ritmi? Devi organizzarti meglio. Sei stanco? Devi imparare a gestire meglio lo stress.
In questo modo possono scomparire dall’orizzonte molti elementi esterni che condizionano realmente la vita delle persone: condizioni economiche, precarietà, disuguaglianze, mercato del lavoro, organizzazione delle aziende, salari, tempi familiari.
Han individua qui un passaggio decisivo. Il fallimento viene privatizzato. La persona tende ad accusare se stessa prima ancora di interrogarsi sulle condizioni nelle quali è costretta a vivere e lavorare.
In Psicopolitica, sviluppando ulteriormente questa idea, Han sosterrà che il soggetto della prestazione indirizza contro se stesso l’aggressività generata dal sistema e finisce per considerarsi personalmente responsabile del proprio fallimento.
Lo smartphone ha portato la società della prestazione nelle nostre tasche
La società della stanchezza acquista forse ancora più forza oggi di quanta ne avesse al momento della sua prima pubblicazione italiana nel 2012.
Lo smartphone ha quasi cancellato molti confini temporali. Il lavoro può seguirci durante il pranzo, sul divano, in vacanza, prima di dormire. Le piattaforme social hanno inoltre esteso la logica della prestazione ad ambiti che un tempo appartenevano maggiormente alla sfera privata.
Non dobbiamo soltanto lavorare bene. Possiamo sentirci spinti a mostrare una vita interessante, un corpo curato, viaggi, amicizie, risultati professionali, famiglia, passioni, opinioni, presenza sociale. Tutto può trasformarsi in qualcosa da mostrare, confrontare e misurare.
Il confronto diventa potenzialmente infinito perché lo smartphone permette di osservare in qualsiasi momento qualcuno che appare più ricco, più bello, più produttivo, più seguito, più felice o professionalmente più affermato.
Han aveva compreso qualcosa di profondo: la pressione contemporanea non riguarda semplicemente il numero delle ore lavorate. Investe il rapporto che abbiamo con noi stessi.
Burnout e stanchezza: il corpo presenta il conto
Nell’edizione ampliata Nottetempo ricorda che Han interpreta il burnout come il punto nel quale autorealizzazione e autodistruzione finiscono per coincidere. È un’affermazione dura, ma illumina bene il meccanismo descritto nel libro.
Una persona può dedicarsi intensamente al proprio lavoro perché lo ama. Può desiderare di crescere, ottenere risultati, costruire qualcosa di importante. Non è necessario che qualcuno la costringa.
Proprio questa partecipazione personale rende difficile individuare il momento nel quale l’impegno supera un limite sostenibile.
Il soggetto della prestazione non si sente necessariamente vittima di qualcuno. Per questo può continuare a chiedere sempre di più a se stesso.
La stanchezza descritta da Han, dunque, non coincide con la semplice fatica dopo una giornata impegnativa. È qualcosa di più profondo. Riguarda l’impossibilità di sottrarsi alla richiesta permanente di essere attivi, produttivi e disponibili.
Persino fermarsi può generare disagio.
Quante persone, durante una giornata libera, provano un sottile senso di colpa perché “non stanno facendo niente”? È forse una delle domande più concrete che il libro lascia al lettore.
Abbiamo trasformato anche il tempo libero in una prestazione?
C’è un’altra intuizione del libro che merita attenzione. Han rivaluta il tempo non produttivo, la contemplazione, la capacità di interrompere il flusso continuo degli stimoli.
La questione non riguarda l’elogio della pigrizia né il rifiuto del lavoro. Han mette in discussione una società che attribuisce valore quasi esclusivamente a ciò che produce un risultato misurabile.
Abbiamo progressivamente riempito perfino il tempo libero.
Dobbiamo vedere una serie televisiva, ascoltare un podcast, allenarci, visitare una mostra, organizzare un viaggio, imparare una lingua, migliorare il curriculum, rispondere ai messaggi, pubblicare fotografie. Anche il divertimento rischia di assumere la forma di un programma da completare.
L’edizione ampliata del libro contiene non a caso una riflessione nella quale Han contrappone al tempo dell’iperproduzione quello della festa e del gioco. Il punto è recuperare esperienze che non abbiano bisogno di essere immediatamente trasformate in rendimento.
Multitasking: fare tante cose significa davvero vivere meglio?
Han dedica particolare attenzione anche al multitasking, una delle parole simbolo della cultura professionale degli ultimi decenni. Essere capaci di svolgere contemporaneamente più attività è stato spesso presentato come una qualità.
Il filosofo ne offre una lettura molto meno rassicurante.
L’attenzione continuamente frammentata rischia di impoverire la capacità di soffermarsi sulle cose, comprenderle in profondità, ascoltare davvero una persona, leggere senza interruzioni, pensare senza essere raggiunti continuamente da nuovi stimoli.
La casa editrice sintetizza questo nucleo del libro collegando l’ossessione dell’iperattività e la crescita del multitasking alle forme di disagio analizzate da Han. Non siamo davanti a una diagnosi medica individuale, ma a una lettura filosofica della società: Han prova a capire quale tipo di essere umano viene prodotto da un ambiente che pretende attenzione continua e performance permanente.
Il punto più inquietante: crediamo di scegliere tutto
La forza maggiore di La società della stanchezza emerge forse da una domanda che attraversa implicitamente l’intero volume: quanto sono realmente nostre le richieste che rivolgiamo a noi stessi?
Desiderare di avere successo è una scelta personale. Volere più denaro, riconoscimento, carriera o visibilità può esserlo. Ma quelle aspirazioni nascono all’interno di un sistema culturale che assegna premi, costruisce modelli e stabilisce continuamente quali vite possano essere considerate riuscite.
Il confine diventa difficile da vedere.
È questo che rende l’autosfruttamento descritto da Han particolarmente efficace. Il dipendente che continua volontariamente a lavorare di sera può sentirsi libero. Il professionista che rinuncia sistematicamente alle ferie può considerarlo un investimento. Il lavoratore autonomo sempre reperibile può interpretare quella disponibilità come ambizione.
Il problema non consiste nel giudicare quelle scelte dall’esterno. Consiste nel domandarsi fino a che punto restino davvero scelte nel momento in cui diventano condizioni quasi obbligatorie per non perdere terreno.
Un libro che convince anche quando si può dissentire
Han scrive per categorie nette e talvolta porta deliberatamente le proprie intuizioni al limite. Questa è contemporaneamente la forza e il punto discutibile del suo metodo.
La società non è composta esclusivamente da individui che si autosfruttano. Esistono ancora rapporti di potere tradizionali, lavori pesanti, gerarchie, sfruttamento economico diretto, precarietà e condizioni nelle quali la libertà personale è molto ridotta. Il padrone esterno non è scomparso.
Allo stesso tempo, Han coglie un fenomeno che sarebbe difficile negare: all’antica pressione esercitata dall’esterno se ne è affiancata una interna, capace di accompagnarci anche fuori dall’orario di lavoro.
Ed è probabilmente questa la ragione per cui La società della stanchezza continua a essere letto a distanza di anni.
Non offre un manuale per stare meglio. Non propone dieci regole contro lo stress. Non vende una tecnica di produttività più intelligente, perché anche quella rischierebbe di rientrare precisamente nel meccanismo che Han critica.
Fa qualcosa di più scomodo: modifica la domanda.
Invece di chiederci continuamente come possiamo fare di più, ci obbliga a domandarci perché sentiamo così spesso il bisogno di farlo.
La libertà comincia forse dalla possibilità di fermarsi
La parte più appassionante del libro riguarda infine il significato stesso della libertà.
Consideriamo libero chi può fare ciò che desidera. Han ci costringe ad aggiungere un’altra possibilità: può essere libero soltanto chi conserva anche la capacità di non fare, di interrompere, di sottrarsi alla richiesta continua di produrre un risultato.
Una società nella quale possiamo lavorare sempre non è automaticamente una società nella quale siamo più liberi.
Possiamo rispondere alle mail a mezzanotte, lavorare dal treno, partecipare a una riunione dalla spiaggia, controllare il telefono appena svegli e continuare a produrre anche durante il tempo che chiamavamo libero. La tecnologia ci ha consegnato possibilità enormi, ma la disponibilità tecnica non dovrebbe trasformarsi automaticamente in disponibilità umana permanente.
È questo il punto nel quale La società della stanchezza smette di essere soltanto un saggio filosofico e diventa uno specchio.
Han ci domanda quanto della nostra stanchezza derivi davvero dalle cose che dobbiamo fare e quanto invece dall’idea, ormai profondamente incorporata, che dovremmo essere continuamente migliori di ciò che siamo.
La risposta non è semplice. Ed è proprio per questo che il libro merita di essere letto.
Perché forse il successo più sofisticato della società della prestazione consiste nell’averci convinti che nessuno ci stia imponendo nulla, mentre continuiamo a pretendere sempre di più da noi stessi.
