Il titolo è una promessa e una provocazione. “Casta”, parola logorata da anni di uso polemico, in Ranucci viene “ripulita” e ri-definita: non è la politica in sé, ma la sua degenerazione quando il potere smette di rispondere al patto democratico e comincia a percepirsi come una zona franca, autorizzata a sottrarsi alle regole o a riscriverle “secondo il proprio interesse”. È una “forma mentale”, prima ancora che una classe sociale: l’idea di impunità come destino naturale di chi comanda.
Il libro si apre con una scelta narrativa insolita per un saggio d’attualità: una lettera alla Repubblica, costruita come un atto di responsabilità collettiva (“ti chiediamo scusa…”) e insieme come un patto morale: la difesa dell’indipendenza dei poteri non è una questione per addetti ai lavori, ma un tema che riguarda libertà quotidiane, dignità istituzionale, qualità della democrazia. In questa apertura, Ranucci porta subito al centro ciò che gli interessa davvero: le parole come primo fronte della libertà e come “argine” contro la manipolazione.
Il ritorno della casta, un saggio che funziona come una “inchiesta lunga”
La struttura – capitoli brevi, titoli fortemente evocativi, inserti di “approfondimento” – replica la grammatica dell’inchiesta televisiva: ricostruzione, contesto, personaggi, citazioni, verifiche, memoria storica. L’effetto è quello di una “inchiesta lunga” su carta che attraversa quarant’anni di conflitto politico-giudiziario italiano, dalla stagione P2 e dal “Piano di rinascita democratica” (qui usato come matrice culturale e strategica) fino al presente.
Il meccanismo del libro non è neutro: è dichiaratamente militante sul piano dei principi costituzionali (separazione dei poteri, autonomia e indipendenza della magistratura, diritto dei cittadini a sapere). Ma non procede per slogan. Il metodo è piuttosto quello di mostrare una continuità: tentativi ricorrenti di “toccare” l’ordine giudiziario – con norme, campagne mediatiche, delegittimazioni – e di spostare l’asse della percezione pubblica, trasformando la giustizia da garanzia a minaccia.
Il fulcro del libro di Ranucci: la riforma Nordio e il referendum
Uno dei nuclei più densi è la parte sulla riforma costituzionale legata alla separazione delle carriere, raccontata come punto d’arrivo di una storia che attraversa Berlusconi/Previti e arriva agli “eredi” politici. Ranucci inserisce date e numeri (voto al Senato, iter, referendum confermativo) e mette in scena il conflitto di narrazioni: l’esultanza di una parte politica che rivendica la riforma come “tributo” ideale a Berlusconi e, dall’altra, voci critiche anche inattese (come quella dell’avvocato Franco Coppi) che contestano l’impianto “ideologico” e l’assenza di benefici misurabili su tempi ed errori giudiziari.
Qui il libro dà il meglio quando riesce a tradurre un tema tecnico in conseguenze concrete: cosa significa, nella vita reale, indebolire un contrappeso? Che cosa accade se l’uguaglianza davanti alla legge diventa elastica, se la “fretta” politica prevale sul controllo, se l’idea stessa di responsabilità pubblica si sfilaccia? È l’ossatura più persuasiva del volume: la giustizia non come “corporazione”, ma come infrastruttura democratica.
Il colpo di scena: dalla giustizia alla democrazia della sorveglianza
A metà libro, la traiettoria si allarga. Ranucci collega la questione giudiziaria alla trasformazione dell’ecosistema informativo e tecnologico: l’erosione del giornalismo come mediazione, la spinta verso un “rumore” permanente che alimenta paura e quindi domanda di controllo; il rischio di una “democrazia della sorveglianza” come sbocco politico-psicologico. Il capitolo su Welcome to Favelas e la critica al “giornalismo partecipativo” quando diventa macchina dell’allarme sociale sono, in questo senso, un ponte tematico molto attuale: senza giornalismo strutturato e senza magistratura indipendente, ricchezza/tecnologia/propaganda possono saldarsi in un unico dispositivo di potere.
L’affondo più ambizioso è quello sulle “tecnodestre” e sugli apparati privati di data-power: Palantir come metafora e come infrastruttura (integrazione massiva di dati, decisioni operative, controllo predittivo), Peter Thiel come simbolo di un’idea post-democratica in cui la tecnologia diventa “alternativa alla politica”. Anche qui l’autore insiste sul nesso tra potere economico, sorveglianza e indebolimento dei contrappesi.
Stile e tono: indignazione controllata, memoria come arma civile
Il linguaggio è spesso incalzante, a tratti performativo (quasi da arringa civile), ma alterna registri: cronaca, storia, citazioni, schede di contesto. La scelta di riprodurre il discorso di Borrelli (“Resistere, resistere, resistere”) non è solo omaggio: è una dichiarazione di genealogia culturale, un modo per dire che l’oggi va letto con strumenti già visti, perché certe dinamiche si ripresentano con nomi e mezzi nuovi.
In definitiva, Il ritorno della casta è un libro che usa il racconto come strumento di vigilanza civile: non si limita a denunciare, prova a costruire una mappa, a dire “come ci siamo arrivati” e perché – secondo l’autore – la posta in gioco non è una riforma settoriale ma il modo in cui una democrazia regge ai tentativi di rendere il potere meno controllabile.
