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17 Settembre 2021

Pubblicato il

Napoli, sposata a un migrante a sua insaputa: La mia vita ormai è rovinata

di Redazione
Finita in una rete di una donna che organizzava matrimoni a insaputa delle vittime per far ottenere a cittadini stranieri la cittadinanza italiana dietro il pagamento di una somma in denaro

Patrizia Avino, una donna napoletana di 30 anni, si è ritrovata vittima di una truffa che le ha rovinato la vita. Come riporta Fanpage, la donna si è ritrovata sposata, a sua insaputa, con un immigrato egiziano di 26 anni di cui non conosceva nemmeno l’esistenza. Inizia tutto il 15 luglio del 2015, quando Patrizia scopre di esser sposata a migrante. Denuncia tutto alle forze dell’ordine e, così, scopre di esser finita in una rete di una donna che organizzava matrimoni a insaputa delle vittime per far ottenere a cittadini stranieri la cittadinanza italiana dietro il pagamento di una somma in denaro. Una truffa bella e buona che si è poi rivelata un vero incubo. Da quel giorno, infatti, Patrizia risulta essere sposata con l’immigrato e essere residente a Parma quando invece, come scrive FanPage, vive a Napoli. La donna non può inoltre sposarsi con il suo fidanzato perché, legalmente, è la moglie dell’egiziano. L’avvocato della donna ha chiesto un risarcimento da 30mila euro al comune di Napoli, senza però ricevere ancora alcuna risposta.

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Non è la prima volta che accade una cosa simile a Napoli. Già l’anno scorso, un uomo ha scoperto di esser sposato, sempre a sua insaputa, con una migrante. Come ha scritto Simone di Meo su Il Giornale, il malcapitato si rivolge a un avvocato e avvia il procedimento amministrativo per chiedere la rettifica dei documenti e la cancellazione del “lieto evento”. Parallelamente, il Comune di Napoli avvia le ispezioni di propria competenza. La storia è talmente buffa che impiega un secondo a uscire dall’angusto recinto di Gianturco per raggiungere Palazzo San Giacomo e diventare la barzelletta del mese. In Comune si danno da fare per capire cosa non va e, in poco tempo, si scopre della truffa, complice anche un’impiegata un po’ distratta, che, come scriveva Di Meo, non si è accorta che la firma del vero promesso sposo e di quello ‘sostitutivo’, diciamo così, non erano uguali. Non si è resa conto che abitavano in due strade diverse (il primo a San Giovanni a Teduccio, il secondo a Poggioreale; e quindi era anche incompetente per territorio a segnare l’atto). Né ha trovato il tempo e la voglia di allegare, al fascicolo, le fotocopie delle carte di identità limitandosi solo a registrare (e invertire) nelle pubblicazioni gli estremi dei documenti. Insomma, un gran bel rompicapo.

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