Stalking, il caso Roberta Bruzzone riapre la domanda più scomoda: una vittima può diventare accusata?

Dal reato di stalking al caso Roberta Bruzzone, ecco cosa dice la legge italiana e perché il confine fra vittima e accusata impone massima cautela
Di Lina Gelsi
Passi sospetti nella notte, Stalking

Lo stalking è uno dei reati più delicati da raccontare, perché tocca la paura, la reputazione, la libertà personale e spesso anche la percezione pubblica dei ruoli. In questi giorni il tema è tornato al centro dell’attenzione per il caso che coinvolge la criminologa Roberta Bruzzone, finita al centro di un’inchiesta per presunti atti persecutori ai danni della collega Elisabetta Sionis e della figlia minorenne. Bruzzone respinge ogni contestazione, parla di accuse infondate e sostiene, a sua volta, di essere la vera perseguitata. È proprio qui che il caso assume un rilievo più ampio: mostra quanto sia fragile, in certe vicende, il confine fra chi denuncia e chi viene denunciato, fra immagine pubblica e accertamento giudiziario, fra vittima dichiarata e presunta carnefice.

Atti persecutori e stalking, cosa prevede davvero la legge

Nel linguaggio comune si parla di stalking, ma il codice penale italiano usa l’espressione “atti persecutori”. L’articolo 612-bis stabilisce che il reato si configura con condotte reiterate che provochino nella vittima un grave e perdurante stato di ansia o di paura, un fondato timore per la propria incolumità o per quella di persone vicine, oppure un cambiamento delle abitudini di vita. È un passaggio decisivo, perché la legge non punisce semplicemente il fastidio o l’antipatia personale, ma una pressione ripetuta che incide concretamente sulla vita di chi la subisce. Per questo, in casi del genere, il piano mediatico non può mai sostituire quello processuale: servono fatti, riscontri, contesto e prove.

Il caso Bruzzone, cosa contestano gli inquirenti

Secondo quanto emerso nelle notizie pubblicate il 19 e 20 marzo 2026, la Procura di Cagliari ha chiuso le indagini nei confronti di Roberta Bruzzone e di altri tre indagati, ipotizzando uno stalking di gruppo nei confronti di Elisabetta Sionis. Gli atti sono stati trasmessi alla Procura di Roma per competenza territoriale. Al centro dell’inchiesta ci sarebbero anni di contrasti, querele, controquerele e, secondo l’ipotesi accusatoria, una serie di iniziative e attacchi che avrebbero contribuito a creare una pressione persecutoria. Si tratta, va ribadito, di accuse tutte da verificare nelle sedi competenti e che non equivalgono a una condanna.

La difesa della criminologa: “La perseguitata sono io”

Bruzzone ha respinto pubblicamente le contestazioni. Nelle sue dichiarazioni ha sostenuto che la vicenda sarebbe molto più complessa di quanto appaia e ha affermato che la persona che la accusa sarebbe a sua volta indagata a Roma per reati che comprendono atti persecutori, calunnia, falsa testimonianza e diffamazione aggravata in concorso ai suoi danni. In altre parole, il caso è diventato una guerra di denunce incrociate nella quale ogni parte si presenta come bersaglio dell’altra. È un dato che cambia radicalmente la lettura pubblica della vicenda, perché costringe a sospendere i giudizi sommari e a ricordare che, senza una decisione del giudice, si resta nel campo delle accuse contrapposte.

Quando la vittima può apparire come carnefice

Il punto più delicato è proprio questo. Nell’immaginario pubblico si tende a dividere in modo netto i ruoli: da una parte chi subisce, dall’altra chi perseguita. La realtà giudiziaria, però, può essere più intricata. Esistono vicende segnate da conflitti lunghi, denunce reciproche, escalation verbali, scontri sui social, consulenze tecniche, rivalità professionali e fratture personali che si trascinano per anni. In questo quadro, almeno sul piano delle accuse, può accadere che una persona che in passato si è detta vittima di persecuzioni o attenzioni moleste finisca poi indicata come autrice di comportamenti persecutori verso altri. Non è una contraddizione automatica, né una prova di colpevolezza: è il segnale di quanto i rapporti deteriorati possano degenerare fino a ribaltare l’immagine iniziale dei protagonisti.

Il precedente della Bruzzone vittima di stalking

Nel racconto mediatico di queste ore è tornato a circolare anche un altro elemento: Roberta Bruzzone, figura da anni molto esposta sul piano pubblico e televisivo, era già comparsa in notizie legate a molestie e attenzioni ossessive da parte di soggetti esterni, compreso un caso richiamato da articoli di cronaca su uno stalker che la citava direttamente sui social. Questo precedente non prova nulla rispetto all’inchiesta attuale, ma aggiunge un tassello che colpisce l’opinione pubblica: la possibilità che chi si è trovato nel mirino di attenzioni persecutorie venga, in un’altra vicenda, indicato come autore di una pressione analoga. È una torsione narrativa potente, ma proprio per questo va maneggiata con grande prudenza.

Il rischio dei processi anticipati fuori dalle aule di giustizia

Vicende come questa mostrano anche un altro problema: il processo mediatico. Nel reato di stalking il materiale probatorio può comprendere chat, messaggi, post, contatti ripetuti, testimonianze e ricostruzioni di episodi protratti nel tempo. Letti fuori dal loro contesto, questi frammenti possono sembrare decisivi o irrilevanti a seconda della posizione di chi osserva. Ma il diritto penale chiede di più: chiede di verificare la reiterazione delle condotte, il nesso con gli effetti sulla vittima, la fondatezza del timore, l’eventuale mutamento delle abitudini di vita. È proprio su questi elementi che si misura la distanza fra polemica pubblica e responsabilità penale.

Perché il caso interessa ben oltre il personaggio televisivo

Il nome di Roberta Bruzzone fa notizia per il suo profilo mediatico, ma il nodo interessa tutti. Ogni vicenda di stalking impone cautela doppia: verso chi denuncia, che merita ascolto e tutela, e verso chi è accusato, che non può essere trasformato in colpevole in anticipo. Il caso di questi giorni rilancia allora una domanda scomoda ma necessaria: in una spirale di denunce e controdenunce, chi è davvero la vittima? La risposta non può arrivare dai social, né dal tifo per un personaggio pubblico. Deve arrivare dagli atti, dalle verifiche, dalle prove e dal processo. Fino ad allora, il solo dato serio è questo: esiste un’inchiesta chiusa con accuse formali, esiste una difesa che le respinge con forza, ed esiste una materia, quella degli atti persecutori, nella quale ogni parola usata fuori posto può aggravare ferite già profonde.

 
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Cronaca

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