Stefano Vicario torna con “Essere o non essere”: il re degli stracci davanti alla scelta più difficile

Recensione di “Essere o non essere” di Stefano Vicario, nuova indagine del re degli stracci tra noir, Roma marginale e rinascita
Di Francesco Vergovich
SStefano Vicario
Stefano Vicario

C’è una domanda che attraversa tutto Essere o non essere. La nuova indagine del re degli stracci, ultimo romanzo di Stefano Vicario pubblicato da La Nave di Teseo: fino a che punto un uomo può continuare a nascondersi dentro la propria colpa prima di capire che sopravvivere non basta più? Andrea Massimi, ex avvocato precipitato nella vita di strada dopo la tragedia familiare che lo ha distrutto, torna in scena con i suoi stracci, la sua rabbia, il suo sarcasmo feroce e quella capacità quasi istintiva di vedere ciò che gli altri non vogliono vedere. Il noir di Vicario riparte da qui: da un personaggio che non indaga soltanto su un crimine, ma su se stesso, sui margini della città, sulla violenza che si consuma lontano dagli occhi rispettabili e sull’ostinata possibilità di una salvezza.

Un noir ruvido, umano, immerso nella Roma che non si guarda

Il romanzo si apre con una scena di forte impatto: la Botte, una cisterna abbandonata trasformata in ring clandestino, dove uomini ridotti a merce combattono per pochi soldi sotto lo sguardo eccitato di chi scommette sul sangue. È un ingresso brutale, quasi cinematografico, che impone subito il tono dell’opera. Vicario non cerca la patina elegante del giallo da salotto, ma la materia sporca del noir urbano: corpi stanchi, debiti, ricatti, periferie morali, criminalità che sfrutta chi non ha più protezioni.

Al centro della nuova indagine c’è la scomparsa di Maksim, pugile moldavo coinvolto nel circuito dei combattimenti clandestini. A chiedere aiuto è Micio, il suo compagno, un gigante fragile, lento nelle parole e limpido nei sentimenti. È Flora, la veggente cieca che conosce le anime meglio di chiunque altro, a spingere Andrea Massimi ad occuparsene. E Andrea, come sempre, resiste, sbuffa, bestemmia contro la propria inclinazione a impicciarsi dei guai altrui, ma alla fine accetta. Perché nel mondo del re degli stracci aiutare qualcuno è l’unico modo per non sprofondare del tutto.

Andrea Massimi, un investigatore ferito che non riesce a smettere di essere vivo

Il punto di forza del romanzo è proprio Andrea. Vicario lo costruisce come un personaggio pieno di contraddizioni, sgradevole e tenerissimo, volgare e lucidissimo, cinico solo in superficie. Vive in uno scompartimento di treno abbandonato, insieme a Lillo e Aldo, due figure che non sono comparse di contorno, ma presenze decisive nella geografia emotiva del libro. Lillo, con la sua follia affettuosa, è l’amico che dice verità insopportabili. Aldo, ex musicista divorato dalla malattia, porta nel romanzo una delle linee più dolorose: quella del corpo che tradisce, della memoria che si sfilaccia, della dignità che resiste anche quando tutto sembra perduto.

Andrea è il re degli stracci perché ha scelto l’invisibilità. Gli stracci lo proteggono, lo cancellano, gli permettono di muoversi in una città che distoglie lo sguardo dai senzatetto. Ma in questo nuovo capitolo quella stessa corazza comincia a pesargli. Lo specchio, elemento ricorrente e simbolico del romanzo, non riflette più soltanto un barbone: restituisce un uomo che non sa più se ha il diritto di tornare a vivere. Qui il titolo shakespeariano, Essere o non essere, trova la sua forza più profonda. Non è una citazione ornamentale, ma la domanda radicale posta a un uomo che deve decidere se restare sepolto nella propria espiazione o tentare un’altra forma di esistenza.

La forza dei personaggi secondari: nessuno è davvero ai margini

Uno dei meriti maggiori di Vicario è la capacità di dare corpo e voce agli ultimi senza trasformarli in figure decorative o pietistiche. I senza dimora, i migranti, i lottatori clandestini, le ragazzine rom, la veggente cieca, il vecchio musicista, il malato psichiatrico: tutti entrano nella storia con una loro necessità narrativa. Non servono a colorare lo sfondo, ma a mostrare che ogni vita considerata “di scarto” contiene memoria, desiderio, paura, orgoglio, amore.

Micio è forse il personaggio che più sorprende per delicatezza. Dietro la sua mole da ex pugile c’è un sentimento assoluto, la fedeltà a Maksim, la certezza che una lettera d’addio non possa cancellare una storia vera. La sua lentezza nel parlare non lo rende mai caricaturale: al contrario, obbliga Andrea e il lettore ad ascoltare davvero. In un romanzo pieno di corse, fughe, pedinamenti e tensione, Micio porta un tempo diverso, più umano.

Anche Anna Ungaro, magistrato e grande amore irrisolto di Andrea, ha un ruolo importante. Il rapporto tra lei e il protagonista non è un semplice elemento romantico, ma una ferita aperta. Anna rappresenta la possibilità di una vita normale, la casa, il corpo, la fiducia, il futuro. Proprio per questo Andrea la teme. Vicario racconta con efficacia l’amore quando non basta essere amati per sentirsi salvati.

Una lingua viva, sporca, comica e malinconica

La scrittura di Stefano Vicario procede per dialoghi rapidi, scene fortemente visive, improvvise accensioni emotive. Si sente l’occhio del regista, ma il romanzo non si limita a “sembrare una serie tv”. Ha un ritmo narrativo molto marcato, certo, e non stupisce che il mondo del re degli stracci abbia un evidente potenziale audiovisivo. Eppure la pagina conserva una sua autonomia: i pensieri di Andrea, le sue invettive, le sue osservazioni sulla città e sugli uomini sono letteratura di personaggio, non semplici appunti per immagini.

Il registro è volutamente irregolare: alterna durezza e comicità, bestemmia e tenerezza, ferocia e pietà. Alcune scene fanno sorridere per la loro esuberanza quasi grottesca, altre colpiscono per l’improvvisa nudità del dolore. Vicario conosce bene il valore del contrasto emotivo, ma non cade nel sentimentalismo. Anche quando commuove, mantiene una ruvidità di fondo che rende credibile il mondo raccontato.

La Roma del romanzo è lontana dalle cartoline. È una città di argini, vagoni morti, mense, uffici giudiziari, officine dismesse, grotte di tufo, stazioni, strade percorse a piedi per non farsi raggiungere dall’angoscia. Una Roma bellissima e crudele, capace di inghiottire i suoi abitanti più fragili e, nello stesso tempo, di offrire lampi di grazia nei luoghi più inattesi.

Il noir come indagine morale

Essere o non essere funziona come noir perché ha una trama solida: una scomparsa, una lettera sospetta, un’organizzazione criminale, una palestra clandestina, un’infiltrazione rischiosa, una tensione che cresce fino allo scontro. Ma la vera qualità del libro sta nel modo in cui l’indagine esterna rispecchia quella interiore. Cercare Maksim significa anche cercare Andrea. Capire chi ha mentito, chi ha tradito, chi ha sfruttato la disperazione degli altri, significa per il protagonista affrontare la domanda che evita da anni: può un uomo che si sente colpevole concedersi ancora una possibilità?

Il romanzo parla di sfruttamento, marginalità, maschere sociali, dipendenze morali, solitudine, amicizia e amore. Parla anche della violenza come spettacolo, dell’indifferenza dei “perbene”, della facilità con cui una città può trasformare i disperati in invisibili. La scelta più interessante di Vicario è non fare prediche: lascia che tutto emerga dai corpi, dalle azioni, dagli sguardi, dalle frasi sbagliate e da quelle definitive.

Un capitolo che ha il sapore di un congedo e di una rinascita

Presentato come terza e forse ultima indagine del re degli stracci, Essere o non essere ha davvero l’aria di un passaggio decisivo. Non necessariamente di una chiusura, ma di una soglia. Andrea Massimi arriva a un punto in cui non può più limitarsi a sopravvivere, né usare i casi degli altri come alibi per non guardare il proprio. La sua umanità, spesso nascosta sotto la scorza dell’insulto e dell’autodistruzione, emerge con forza crescente.

È un romanzo che tiene insieme azione e malinconia, crime e pietà, ironia romanesca e meditazione sulla colpa. Vicario firma una storia dura, popolare nel senso migliore del termine, capace di parlare al lettore senza compiacimenti letterari e senza rinunciare alla profondità. Il re degli stracci resta un personaggio raro nel panorama del noir italiano: un investigatore senza distintivo, senza casa e senza pace, che proprio perché non possiede più nulla riesce ancora a vedere quello che gli altri cancellano.

Alla fine, Essere o non essere non chiede soltanto chi abbia fatto sparire Maksim. Chiede che cosa significhi tornare uomini dopo essersi ridotti a ombra. E in questa domanda, sporca di fango, fame, amore e paura, il romanzo trova la sua voce più autentica.

 
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Cronaca

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