Suicidio Paolo Mendico, sospensione alla dirigente del Pacinotti: la famiglia chiede verità

Tre giorni di stop alla preside del Pacinotti dopo l’ispezione del Ministero. I genitori di Paolo: “Sapevano”. Indagini e reazioni nel Lazio
Di Alessandra Monti
Genitori Paolo Mendico, suicidio
Genitori Paolo Mendico

Il primo provvedimento amministrativo arriva mesi dopo la morte di Paolo Mendico, 14 anni, avvenuta l’11 settembre 2025: tre giorni di sospensione dal servizio per la dirigente scolastica dell’Itis “Antonio Pacinotti” di Fondi, al termine del procedimento seguito dagli ispettori del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Per la famiglia, però, non è una risposta: è solo un segnale tardivo e, soprattutto, insufficiente rispetto al dolore che non passa e alle domande rimaste senza una versione definitiva dei fatti.

Caso Paolo Mendico e sanzione del Ministero: che cosa significa davvero

La sospensione di tre giorni disposta nei confronti della dirigente si colloca sul piano disciplinare-amministrativo: valuta condotte, omissioni, scelte organizzative e rispetto delle procedure interne, senza sostituirsi all’accertamento penale. In altre parole, non è un “verdetto” su responsabilità individuali in senso giudiziario, ma un atto che fotografa criticità emerse durante l’ispezione ministeriale e tenta di attribuire un livello di responsabilità a chi aveva compiti di guida e vigilanza sull’istituto.

Nel dibattito pubblico, questa distinzione rischia di perdersi, perché la percezione sociale è diversa: se un ragazzino muore e la scuola viene ispezionata, ci si aspetta una risposta netta, comprensibile, proporzionata. È qui che si innesta la frattura: ciò che l’amministrazione può fare con i suoi strumenti non coincide sempre con ciò che, sul piano umano e civile, le famiglie ritengono “giusto”.

I genitori: “Paolo aveva chiesto aiuto, ci sono messaggi e verbali”

Simonetta e Giuseppe, madre e padre di Paolo, parlano da mesi di un disagio crescente, legato soprattutto all’ambiente scolastico e a dinamiche conflittuali in classe. Sostengono che la scuola fosse informata e che esistano elementi documentali — chat, verbali, riscontri raccolti dagli inquirenti — capaci di dimostrare segnalazioni e richieste d’intervento. La loro posizione è netta: non accettano che si dica “non sapevamo”, e rivendicano di poter ricostruire passaggi, date, interlocuzioni.

Un altro tassello indicato dalla famiglia riguarda i quaderni e gli scritti scolastici di Paolo, affidati a una psicologa grafologa per una lettura forense del contenuto: pagine che, nella loro interpretazione, darebbero sostanza al racconto di un malessere non episodico, con frasi e appunti che descrivono confusione, fatica, isolamento.

Sindacati e scuola: difesa della dirigente, critiche alla “ricerca del colpevole”

Sul fronte sindacale, il caso è diventato anche una questione di metodo e garanzie. Da un lato c’è chi sostiene che la dirigente non fosse a conoscenza in modo puntuale dei problemi del ragazzo e che non si possa trasformare ogni episodio in una responsabilità “in capo” alla figura apicale; dall’altro, le critiche puntano sul rischio opposto: ridurre l’intera vicenda a una caccia al responsabile da esibire, mentre l’indagine penale prosegue con tempi e regole proprie. La Flc Cgil, per esempio, ha contestato l’impostazione del Ministero e il senso dell’operazione disciplinare in una fase in cui la magistratura sta ancora accertando eventuali reati.

In questo scontro si riflette una tensione più ampia: la scuola come presidio educativo e sociale, chiamata a proteggere i minori, e il timore — legittimo — di attribuire colpe senza processo. Ma c’è anche un dato che nessuno può aggirare: se emergono segnali di aggressività, esclusione o umiliazione, la risposta non può essere lasciata alla buona volontà del singolo docente.

Lazio, tutela dei minori e protocolli: la lezione che la politica non può ignorare

Il dramma di Paolo interroga le istituzioni del territorio: Ufficio scolastico, amministrazioni locali, servizi sociali, Asl, rete dei consultori, sportelli di ascolto psicologico, percorsi di prevenzione sul bullismo. La scuola non è un’isola: funziona se intorno esiste una filiera rapida di segnalazione e presa in carico, con ruoli chiari e tempi certi.

L’ispezione ministeriale, stando a quanto ricostruito dalla stampa, avrebbe evidenziato carenze di valutazione e un approccio difensivo nella narrazione interna dei fatti, proprio mentre i verbali e le segnalazioni dei genitori offrirebbero un quadro più articolato delle dinamiche di classe. Se così fosse, il punto politico diventa inevitabile: la trasparenza non è un optional, perché ogni omissione allunga i tempi della verità e consuma fiducia nelle istituzioni.

Chi governa — a Roma, nel Lazio, in Italia — non può limitarsi al commento. Servono risorse, formazione obbligatoria, procedure uniformi, sportelli realmente accessibili, strumenti per intervenire quando un ragazzo “si spegne” e lo fa davanti a tutti. Se tu o qualcuno che conosci ha bisogno di chiedere aiuto, in Italia esiste Telefono Amico Italia (02 2327 2327, tutti i giorni 9-24). In emergenza chiama il 112.

 
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