Tajani, le gonne lunghe e quel maschilismo che resiste anche negli uomini migliori

Tajani parla di donne meno appariscenti e gonne più lunghe. Ma il caso riapre il nodo di un maschilismo culturale ancora radicato nella società italiana
Di Alessandra Monti
Donna in minigonna pexels zeynep
Donna in minigonna pexels zeynep

Le parole pronunciate da Antonio Tajani dal palco di Itaca, a Formello, hanno provocato una polemica politica immediata, ma sarebbe riduttivo considerarle soltanto uno scivolone del ministro degli Esteri o l’ennesima occasione di scontro tra maggioranza e opposizione. Il passaggio nel quale il vicepremier ha spiegato che consiglierebbe al figlio di sposare una donna meno appariscente, più seria e affidabile, capace di garantire la stabilità della famiglia, preferendola a una donna più affascinante e con una vita sentimentale più movimentata, riporta infatti alla superficie un patrimonio culturale molto più profondo e ancora largamente presente nella società italiana.

Tajani ha anche fatto riferimento alle “gonne più lunghe” come elemento associato, nel suo ragionamento, a una maggiore stabilità. Il problema, dunque, non consiste soltanto nello stabilire se quelle parole siano state appropriate per un vicepresidente del Consiglio. La questione riguarda piuttosto il modello culturale che esse riflettono, un modello nel quale l’affidabilità di una donna continua ad essere collegata al suo aspetto, alla sua vita sentimentale, al modo in cui si veste e alla capacità di interpretare un ruolo familiare tradizionale.

Il maschilismo non appartiene soltanto agli uomini che disprezzano le donne

È un modello che sarebbe troppo semplice attribuire esclusivamente a Tajani. Il maschilismo italiano non coincide soltanto con le manifestazioni più evidenti di prevaricazione, con la violenza o con gli atteggiamenti apertamente discriminatori. Esiste anche in forme molto più ordinarie e spesso inconsapevoli, che attraversano l’educazione familiare, il linguaggio comune e il modo in cui uomini e donne vengono giudicati nella vita quotidiana.

Anche uomini rispettosi, colti, affettuosi, capaci di avere rapporti paritari nella famiglia e nel lavoro possono conservare, senza rendersene conto, criteri differenti quando devono valutare il comportamento di un uomo e quello di una donna. Questo non significa sostenere che tutti gli uomini siano uguali o che ogni uomo sia necessariamente maschilista nello stesso modo. Significa riconoscere che nessuno cresce fuori dalla cultura del proprio tempo e che la cultura italiana porta ancora con sé una lunga tradizione patriarcale.

La storia sentimentale di una donna continua, per esempio, a essere valutata spesso con parametri più severi rispetto a quella di un uomo. Una ragazza con molti rapporti alle spalle rischia ancora di essere giudicata con parole e categorie morali che difficilmente vengono utilizzate nei confronti di un ragazzo nella stessa situazione. La libertà sessuale maschile conserva in molti ambienti una forma di legittimazione sociale che quella femminile non ha ancora completamente conquistato.

La gonna diventa ancora un giudizio sulla donna

Lo stesso vale per l’abbigliamento. L’idea che una gonna più lunga possa comunicare serietà o affidabilità appartiene a una concezione nella quale il corpo femminile viene ancora interpretato come un indicatore morale. L’apparenza diventa così una sorta di codice attraverso il quale misurare il carattere, la fedeltà, perfino l’attitudine alla maternità. È un collegamento privo di qualsiasi fondamento oggettivo, ma culturalmente ancora riconoscibile.

Le reazioni dell’opposizione si sono concentrate proprio su questo punto, contestando l’immagine della donna che emerge dalle parole del ministro e richiamando il peso di stereotipi che si pensavano ormai superati.

La discussione, però, diventa più interessante quando esce dal terreno della contrapposizione politica. Considerare Tajani semplicemente come il protagonista di una frase sbagliata permetterebbe a molti uomini di sentirsi estranei al problema. Sarebbe più utile interrogarsi su quanto di quella stessa cultura continui a sopravvivere anche in uomini che non si considerano affatto maschilisti.

Figli e figlie vengono ancora giudicati allo stesso modo?

Basta osservare alcune dinamiche familiari ancora molto diffuse. Un padre può accettare con naturalezza che il figlio adolescente abbia diverse relazioni sentimentali e vivere con maggiore preoccupazione la stessa esperienza della figlia. Può sentirsi tranquillo sapendo che il figlio rientrerà molto tardi la sera e contemporaneamente preoccuparsi molto di più quando è la figlia a fare la stessa cosa. Può considerare normale che, dopo la nascita di un bambino, sia soprattutto la madre a ridimensionare il proprio impegno professionale.

Nessuno di questi comportamenti rende automaticamente un uomo autoritario o ostile alle donne. È proprio questa la parte più difficile del problema. Il maschilismo contemporaneo può convivere con l’affetto, con l’educazione, con il rispetto e perfino con la convinzione sincera di avere superato determinati stereotipi.

Anche per questo parlare di patriarcato continua a produrre reazioni molto diverse. Il termine viene spesso percepito come un’accusa personale rivolta indistintamente a tutti gli uomini, mentre dovrebbe essere utilizzato soprattutto per descrivere un sistema culturale nel quale, per secoli, ruoli, potere familiare, libertà sessuale e aspettative sociali sono stati distribuiti in maniera profondamente diversa tra uomini e donne.

Essere uomini perbene non significa essere immuni dagli stereotipi

Quel sistema è cambiato molto, ma non è scomparso. Le donne italiane hanno conquistato spazi professionali, economici e personali impensabili per le generazioni precedenti, mentre molti uomini hanno modificato profondamente il proprio ruolo all’interno della famiglia. La parità, tuttavia, non procede soltanto attraverso le leggi o attraverso la presenza femminile nel mondo del lavoro. Passa anche dalla capacità di riconoscere gli stereotipi che sopravvivono nei comportamenti più ordinari.

Le parole di Tajani diventano quindi interessanti proprio perché non arrivano da un personaggio marginale o da un estremista, ma da uno dei più importanti esponenti istituzionali italiani, leader di un partito che si colloca nella tradizione moderata del centrodestra. Il linguaggio utilizzato mostra quanto determinati schemi possano emergere anche in contesti nei quali chi parla probabilmente non intende affatto esprimere ostilità nei confronti delle donne.

Il maschilismo non appartiene soltanto agli uomini che disprezzano le donne. Può sopravvivere anche negli uomini che le amano, le rispettano e le considerano pienamente libere, perché le convinzioni culturali più profonde non vengono cancellate semplicemente dichiarandosi favorevoli alla parità.

Il patriarcato può essere trasmesso anche dalle donne

Naturalmente sarebbe ingiusto ignorare che gli stessi stereotipi possono essere trasmessi anche dalle donne. Madri e nonne hanno spesso contribuito, nel corso delle generazioni, a perpetuare modelli differenti per figli e figlie, proprio perché anche loro sono cresciute all’interno dello stesso sistema culturale.

Parlare di patriarcato, quindi, non significa trasformare il rapporto tra uomini e donne in una contrapposizione permanente, ma riconoscere che determinati modelli sociali possono essere interiorizzati da tutti e riprodotti anche senza una volontà consapevole di discriminare.

La polemica sulle parole del ministro passerà rapidamente, come accade quasi sempre nel dibattito politico italiano. Più interessante sarebbe evitare che passi anche la discussione aperta da quelle frasi.

Tajani è il caso del giorno, il problema riguarda molti di noi

Il punto non è stabilire se Antonio Tajani sia o meno un uomo maschilista. Il punto è riconoscere che un certo modo di giudicare le donne continua ad affiorare con sorprendente facilità anche nel linguaggio degli uomini che appartengono alla parte più istituzionale, moderata e rispettabile della società italiana.

Ed è proprio questa normalità, più delle manifestazioni estreme, a spiegare perché il patriarcato non possa essere considerato semplicemente un residuo del passato.

Le parole sulle gonne lunghe possono apparire una battuta infelice o una metafora mal riuscita. Ma quando una donna viene associata alla fedeltà in base al modo in cui si veste, alla sua bellezza o al numero delle relazioni avute, non siamo più soltanto davanti a una battuta. Siamo davanti a un meccanismo culturale che in Italia continua a riemergere e che riguarda molto più Antonio Tajani di quanto riguardi soltanto Antonio Tajani.

 
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Costume

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