All’alba di mercoledì 17 dicembre un’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, eseguita dai Carabinieri del Comando provinciale di Latina, ha riportato sotto i riflettori il rischio di condizionamenti criminali nel sud pontino e, in particolare, a Terracina: cinque persone sono finite sotto misura cautelare, con accuse che spaziano dall’estorsione aggravata dal metodo mafioso allo scambio elettorale politico-mafioso, fino alla turbativa degli incanti e al trasferimento fraudolento di valori. Contestualmente è scattato un sequestro preventivo di beni e quote societarie per un valore complessivo superiore a 11 milioni di euro.
Terracina e l’inchiesta sulle infiltrazioni camorriste: che cosa contestano gli inquirenti
Il cuore dell’inchiesta ruota attorno alla presunta capacità di un referente legato al clan Licciardi di inserirsi stabilmente nel tessuto economico e relazionale di Terracina, costruendo agganci utili a influenzare affari e passaggi decisionali. Fra i destinatari delle misure figura Eduardo Marano, indicato come vicino al clan Licciardi e all’area della cosiddetta alleanza di Secondigliano; secondo quanto riportato dalle ricostruzioni giornalistiche e dagli elementi investigativi citati, la sua presenza nel territorio pontino non sarebbe episodica, ma orientata a consolidare rapporti e interessi.
Terracina e l’ipotesi di voto di scambio: il ruolo del consigliere comunale
Uno dei passaggi più delicati riguarda la politica locale. Fra gli arrestati figura anche Gavino De Gregorio, consigliere comunale di maggioranza a Terracina: l’ipotesi contestata è quella di un accordo elettorale con richiesta di sostegno in occasione delle amministrative del 2023, nell’ambito dello schema tipico del voto di scambio politico-mafioso. Sono contestazioni che, se confermate, aprirebbero un tema enorme: non solo la ricerca di pacchetti di preferenze, ma l’idea di una “disponibilità” continuativa, capace di trasformare l’appoggio elettorale in una leva per affari, protezioni e corsie preferenziali.
Terracina e i beni sequestrati: galleria commerciale, B&B e immobili per oltre 11 milioni
La dimensione patrimoniale dell’operazione è uno degli indicatori più chiari del peso dell’indagine. I sequestri disposti riguardano un pacchetto ampio: un’intera galleria commerciale con sette locali, un B&B di lusso, 20 unità immobiliari e tre terreni, con un valore complessivo indicato in oltre 11 milioni di euro; le attività e gli immobili coinvolti risultano distribuiti anche fuori Terracina, con riferimenti a San Felice Circeo, Roma e Napoli. Il quadro delineato dagli investigatori è quello di un patrimonio schermato attraverso intestazioni fittizie e assetti societari utili a sottrarre beni a future misure ablative.
Terracina, indagini dal 2022 al 2023 e un secondo filone con 11 indagati
Gli atti citati nelle cronache collocano l’arco temporale delle investigazioni principali dal giugno 2022 all’ottobre 2023, con un lavoro di ricostruzione su rapporti, flussi economici, interessi immobiliari e contatti. Accanto alle cinque misure cautelari, c’è un filone parallelo: undici persone hanno ricevuto informazione di garanzia per ipotesi che includono autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, sottrazione fraudolenta di crediti d’imposta, corruzione e turbata libertà degli incanti. È un insieme di reati che, nella lettura degli investigatori, descrive non un singolo episodio, ma un metodo: mettere al sicuro capitali, aggirare controlli, orientare procedure e, dove serve, usare pressioni o minacce.
Terracina dopo gli arresti: conseguenze politiche e reazioni attese
Sul piano istituzionale, l’effetto immediato è una domanda di trasparenza che riguarda il Comune e il sistema degli appalti: quando entra in campo l’ipotesi di turbativa degli incanti, la priorità diventa capire se procedure pubbliche siano state piegate a interessi privati o criminali e se vi siano stati “facilitatori” dentro o attorno gli uffici. Sul piano politico, la presenza di un consigliere comunale fra i destinatari delle misure impone passaggi rapidi: valutazioni interne ai gruppi, prese di posizione pubbliche, eventuali dimissioni o sospensioni secondo scelte che ogni forza politica deciderà di assumere, anche alla luce dell’evoluzione giudiziaria.
Resta infine un punto fermo, doveroso: le accuse sono gravi, ma vanno verificate nelle sedi processuali, nel rispetto della presunzione di innocenza. Proprio per questo, inchieste come questa pesano doppio: perché raccontano un rischio di permeabilità del territorio e, nello stesso tempo, misurano la tenuta delle istituzioni chiamate a rispondere con atti, regole e controlli, non con dichiarazioni di circostanza.
