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Tivoli, il caso di Alessandro Castellaccio: pestato e ucciso per aver chiesto di abbassare il volume

Dopo quasi due anni la sentenza d'appello ha confermato l’omicidio volontario ma con una riduzione di pena: da 14 anni e 10 mesi a 10 anni e 8 mesi
Di Lina Gelsi
Carabinieri di notte
Carabinieri di notte

Tivoli, 18 giugno 2023. Fa caldo, la gente esce dai palazzi antichi e si riversa per le strade strette del centro, come accade sempre nei paesi italiani dove di giorno l’estate scotta e la sera è il solo sollievo. Via Giuliani è una traversa tranquilla, un luogo in cui le voci rimbalzano sui muri di tufo e i bar si riempiono di risate, chiacchiere, a volte anche di tensione. Come quella sera.

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Alessandro Castellaccio era un uomo come tanti. Lavorava come operatore socio-sanitario, un mestiere che spesso ti fa vedere la fragilità altrui e ti costringe a trattenere la tua. Quella sera non era certo andato in cerca di guai. Aveva semplicemente chiesto di abbassare la musica a un gruppo di persone sedute fuori dal bar. Una richiesta educata, nulla che potesse presagire il tipo di risposta che avrebbe scatenato.

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Il pestaggio e le ore d’agonia

La dinamica non lascia spazio a molti dubbi. Dopo una lite iniziale con un primo individuo, che non parteciperà all’aggressione vera e propria, Alessandro viene colpito da un pugno violento al volto. A scagliarlo è Ion Voicu, 35 anni, da anni residente in Italia e incensurato. Alessandro cade, perde il controllo del corpo, la coscienza forse. È a terra quando interviene il secondo uomo: Mircea Nasaf, 51 anni, lo colpisce con una raffica di calci. Una violenza fredda, sorda, che non può essere giustificata dalla rabbia del momento.

Passano giorni. Alessandro lotta, ma il suo corpo non regge. Muore dopo una settimana di agonia, tra il dolore dei familiari e l’indignazione crescente di una comunità che, troppo spesso, si accorge della violenza solo quando è ormai irreversibile.

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La giustizia e il peso delle attenuanti

A distanza di quasi due anni, la vicenda è arrivata alla Corte d’Assise d’Appello. La sentenza ha confermato l’impianto accusatorio: omicidio volontario. Non c’è stata derubricazione a preterintenzionale, come chiesto dalla difesa. Ma c’è stata una riduzione di pena per Ion Voicu: da 14 anni e 10 mesi a 10 anni e 8 mesi, grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche.

Il motivo? È incensurato, ha lavorato regolarmente in Italia per 15 anni, ha scelto il rito abbreviato. Sono elementi che la legge consente di valutare, e che la Corte ha deciso di considerare. Ma per chi resta — la famiglia, gli amici, i cittadini di Tivoli — questi numeri non sembrano bastare. Non cancellano l’orrore, e non rispondono a una domanda che è difficile anche solo formulare: quanto vale una vita?

Gli avvocati della parte civile hanno parlato di “sentenza da commentare positivamente” per quanto riguarda la conferma dell’omicidio volontario. Ma la riduzione di pena lascia l’amaro in bocca. Dicono di attendere le motivazioni. Ma intanto, il senso d’ingiustizia si fa largo.

L’altro imputato e le attese ancora aperte

C’è un altro processo in corso. Quello per Mircea Nasaf, che ha scelto di non ricorrere al rito abbreviato. Sarà giudicato con rito ordinario. La sua posizione, agli occhi degli inquirenti, è perfino più grave: è lui ad aver infierito sul corpo già inerme. La sentenza arriverà a breve. E sarà un nuovo banco di prova per un sistema giudiziario che deve bilanciare le tutele dell’imputato con il dolore di chi resta.

 
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Cronaca

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