Il Policlinico Tor Vergata cambia passo sul caso della lite avvenuta in sala operatoria e congela per sei mesi le attività chirurgiche afferenti alla UOSD Chirurgia mininvasiva. Il provvedimento riguarda l’équipe guidata dal professor Giuseppe Sica e viene motivato, in atti e comunicazioni, con l’esigenza di ripristinare condizioni organizzative e relazionali adeguate, tutelando pazienti e operatori, senza interrompere le prestazioni grazie alla riallocazione del personale e allo spostamento delle attività su altre unità.
Tor Vergata, stop all’équipe di Giuseppe Sica: cosa prevede la delibera
La delibera firmata dal neo-commissario della Fondazione PTV, Ferdinando Romano, dispone la “sospensione delle attività chirurgiche” riferite alla Chirurgia mininvasiva per sei mesi, con un orizzonte temporale indicato fino ai primi di giugno 2026. Il documento, secondo quanto ricostruito, è accompagnato dai pareri favorevoli della direzione amministrativa e sanitaria e si inserisce nella linea dura invocata da Regione Lazio dopo le polemiche nate sui precedenti provvedimenti accademici.
Il punto dirimente, nell’impostazione della Fondazione, è che non si tratta solo di una risposta a un episodio specifico, ma di una misura organizzativa che “congela” un’unità operativa fino alla piena attuazione di percorsi capaci di garantire benessere organizzativo, condizioni operative e relazionali adeguate e tutela del paziente. È su questo passaggio che la governance del Policlinico prova a spostare l’asse: non una disputa personale, ma un contesto di lavoro che va rimesso in sicurezza.
Tor Vergata, stop all’équipe di Giuseppe Sica: perché la Regione ha chiesto un cambio di passo
Il caso esplode pubblicamente dopo la diffusione di un video relativo a una discussione accesa in sala operatoria, collegata a un intervento chirurgico avvenuto a inizio giugno 2025. La vicenda coinvolge anche l’allora assistente Marzia Franceschilli, che ha denunciato l’accaduto in sede giudiziaria. Nelle ricostruzioni giornalistiche si parla di insulti e di un presunto colpo fisico contestato dalla dottoressa, mentre il professore, in passato, ha respinto l’idea di un’aggressione fisica, sostenendo di aver agito per la sicurezza del paziente e di essersi scusato per i toni.
Su questo terreno si innesta la dimensione istituzionale. L’Università di Tor Vergata aveva adottato una sospensione per un mese, dal 15 dicembre 2025 al 14 gennaio 2026, decisione ritenuta insufficiente da Franceschilli e criticata apertamente anche dal presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, che l’ha interpretata come un segnale sbagliato sul piano dell’etica e dell’esempio pubblico. Da qui la spinta politica e amministrativa a una misura più incisiva, che la Fondazione PTV ha tradotto nel congelamento dell’unità e nella redistribuzione delle attività.
Tor Vergata, stop all’équipe di Giuseppe Sica: che cosa cambia per pazienti, liste e interventi
L’aspetto più delicato, per un ospedale universitario che assorbe mobilità sanitaria e domanda regionale, è la continuità assistenziale. La delibera prevede che la Direzione sanitaria proceda entro dieci giorni al trasferimento delle attività chirurgiche verso altre unità operative, “nel rispetto della programmazione e delle esigenze assistenziali dei pazienti”, e al trasferimento del personale non apicale, proprio per evitare vuoti di servizio. In sostanza: il reparto come struttura viene congelato, ma le sale e gli interventi programmati dovrebbero trovare una nuova collocazione organizzativa interna.
Per i cittadini del Lazio, il nodo vero è la trasparenza sui tempi: come verranno riallocate le sedute operatorie, quali equipe assorbiranno la casistica, come saranno aggiornate le agende. La scelta della Fondazione mira a prevenire ricadute sulla qualità, ma richiede una gestione chirurgica (in senso manageriale) delle liste: riprogrammare senza creare allungamenti non è automatico, specie in un presidio che svolge anche funzioni formative universitarie.
Tor Vergata, stop all’équipe di Giuseppe Sica: il tema del benessere lavorativo diventa criterio di qualità
Nel linguaggio del provvedimento e nelle sintesi pubbliche riportate, emerge un messaggio preciso: il “benessere lavorativo” non è una voce accessoria, ma una condizione della qualità assistenziale. È una posizione che avvicina la sanità pubblica agli standard più moderni di clinical governance: clima organizzativo, sicurezza dei processi, rispetto professionale, gestione dello stress diventano elementi misurabili e, se necessario, oggetto di decisioni strutturali.
