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28 Settembre 2020

Pubblicato il

“Trilussa e il vino”, A chi ce vò male!

di Redazione

"Trilussa e il vino", la commedia di Michele La Ginestra, in scena fino al 24 novembre

Avete presente Roma nel 1917, quella der Sor Maè, della “passatella”, le serenate, i vicoli de Trastevere, quanno Trastevere era ancora la patria de noantri? No? Allora provo a raccontarvela io, con gli occhi della spettatrice e attraverso le voci di 7 attori.

Nel 1917, sotto la casa di Fanny, c’è qualcuno che canta, accompagnato da ‘na chitara. Fanny (Francesca Baragli) è la bella ostessa dell’Osteria dell’Orto, quella in piazza S. Teodora, ‘ndo ce vanno i “giovanotti de Roma bella” a fa’ la passatella, quel gioco in cui i partecipanti prima fanno la conta. La conta poi c’ha da sceje li regnanti e il sotto. Che a loro volta, c’hanno da sceje chi beve e chi no. C’è pure chi nun beve niente, e quello è “fatto Ormo”, ‘na macchia indelebile che Calascione (Luca Paniconi) mal sopporta.

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Sì, perché all’Osteria dell’Orto, nel giorno della Festa dell’Uva, l’Ormo tocca a Calascione. Un tipo irascibile, pieno d’impeto, che se ‘nnamora della Sora Lalla (Vania Lai), una che nun sa parlà, ma se fa capì bene quanno vole. Calascione poi ce l’ha a morte co' Gioacchino (Gabriele Carbotti), perché pensa che je vole fregà la donna, ma nun s’accorge che Gioacchino è innamorato solo der vino, che manna giù come fosse acqua. Tanto che ogni sera è 'mbriaco, e per questo la Sora Ninetta (Marzia Turcato) è ‘n sacco arrabbiata. Che la Sora Ninetta je vo’ bene a Gioacchino, ma lui pare pensà solo ar vino.

E mentre che tutti s’ambriacano, ce sta Francesco (Tiko Rossi Vairo) che accompagna canti e poesie co’ la chitara. Perché nel giorno della Festa dell’Uva, quale miglior modo di rendere omaggio al vino se non cantando in compagnia?

Beh, in realtà un modo migliore c’è, ed è quello di ascoltare Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa (o Dante Alighieri, per la Sora Ninetta), decantare a gran voce le sue poesie, quelle già scritte, quelle inventate sul momento, tutte in dialetto romanesco; sentirlo far vivere Roma, coi suoi aneddoti, con le sue storie che lasciano a bocca aperta tutti gli altri giovanotti seduti intorno al tavolo dell'Osteria. Sentirlo parlare in quel dialetto che Trilussa (Sergio Zecca, magistrale) ha contribuito a mantenere vivo, e che ha lasciato a noi in tutti i suoi scritti.

Ma non ci sono solo gli attori sul palco: ce stanno pure le canzoni, le serenate, le poesie. E infatti è proprio Trilussa che canta sotto la finestra di Fanny, che a Fanny je vo’ bene er Sor Maè. Ma Fanny, la più corteggiata di Roma, è promessa in sposa ar pizzicarolo. Ma poi, alla fine, l’amore trionfa, e Fanny e Trilussa se sposeno, Calascione e la Sora Lalla s’abbracceno. Addirittura Gioacchino riesce a dichiarare amore alla Sora Ninetta, perché je vo’ bene pure a lei, mica solo ar vino. Resta solo Francesco, che c’ha la chitara sua, che continua a suonà mentre tutti l’artri piccioneggiano.

"Trilussa e il vino", questo il nome della commedia in scena al Teatro 7 (Roma, via Benevento 23), è un vero e proprio omaggio a Bacco, dio del vino e dio delle facezie. È un omaggio a Roma, quella dei primi del Novecento, quella delle poesie di Trilussa, autore di versi immortali che raccontano la romanità più vera. È un omaggio anche al Belli, a Cesare Pascarella, a Ettore Petrolini e Alberto Simeoni, con un finale d'eccezione che è anche un omaggio a Nino Manfredi che ha reinterpretato una famosa canzone dei due. È un omaggio alla poesia, alle filastrocche, alla canzone e ai sonetti "scollacciati". È un omaggio alle ‘mbriacature, quelle pe’ le donne, che nun te ce fanno più capì niente. È un omaggio alla voglia di ridere e alla voglia di vivere una vita appassionata, la passione per la cose belle, che fanno star bene.
La commedia, interamente scritta e diretta da Michele La Ginestra (anche direttore artistico del Teatro 7) e interpretata da 7 attori d’eccezione, resterà in scena fino al 24 novembre.

Che poi, "Trilussa e il vino", è una di quelle commedie che educa al teatro, che ti fa venir voglia di prendere un biglietto e non perdersi lo spettacolo per nulla al mondo. E' un'ora e mezza che "va giù", proprio come la Romanella, che gli attori ti offrono appena ti metti a sedere.

..Pe’ dilla co’ Trilussa, ‘sto spettacolo "è n’ape che se posa su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va. Tutto sommato, la felicità è ‘na piccola cosa".

 
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