Antonello Fassari non era un semplice attore. Era un uomo che aveva scelto il palcoscenico come modo per stare nel mondo, per capirlo e raccontarlo. Si è spento il 5 aprile, a 72 anni, dopo una malattia che aveva affrontato in silenzio. Il suo volto, la sua voce e la sua ironia graffiante hanno accompagnato mezzo secolo di spettacolo italiano, lasciando tracce profonde in chi ha avuto modo di incrociarlo lungo il cammino, dentro e fuori dal set.
Antonello Fassari, nel cuore degli italiani con “I Cesaroni”
Era nato a Roma nel 1952, da una famiglia colta: il padre Osvaldo era un avvocato penalista, la madre Adriana legata al mondo della cultura. Dopo il diploma all’Accademia “Silvio d’Amico” nel 1975, Fassari si immerse nella scena teatrale, coltivando una visione dell’attore come interprete totale: corpo, pensiero, presenza.
Il grande pubblico lo ha abbracciato definitivamente con la fiction “I Cesaroni”, trasmessa da Canale 5 per otto anni, dal 2006 al 2014. Interpretava Cesare, l’oste di famiglia: schietto, scontroso, ma anche profondamente umano. Un personaggio che gli somigliava, nel suo essere diretto ma mai banale, ironico senza superficialità.
Con Claudio Amendola, che nella serie era suo fratello, si era creato un legame profondo, che andava oltre la sceneggiatura. Amendola, appresa la notizia della sua morte, ha parlato di “un pezzo di vita che se ne va”. Parole semplici, ma piene di peso, che raccontano un’amicizia vera, coltivata tra ciak e pause sul set.
Il legame viscerale con Roma
Fassari era uno di quegli attori che non avevano bisogno di essere al centro della scena per essere ricordati. Spesso scelto per ruoli secondari, riusciva sempre a lasciare un segno. È successo in “Il muro di gomma” di Marco Risi, in “Pasolini, un delitto italiano” di Marco Tullio Giordana, in “Romanzo Criminale” di Michele Placido e in “Suburra” di Stefano Sollima. Non si trattava di apparizioni marginali, ma di presenze piene: ogni sua scena era un piccolo ritratto, costruito con precisione e senso del dettaglio. Fassari non cercava l’effetto, ma la verità del personaggio.
Nel 2000 si era messo anche dietro la macchina da presa, firmando “Il segreto del giaguaro”, una commedia surreale con Piotta come protagonista. Era un esperimento, forse sottovalutato, in cui si leggeva la sua voglia di mischiare generi, atmosfere, linguaggi. Ma il suo eclettismo risaliva già agli anni ’80, quando aveva inciso un brano rap, “Romadinotte”, scritto di suo pugno su una base firmata da musicisti come Lele Marchitelli, Danilo Rea e Pasquale Minieri. Un pezzo raro e dimenticato, che mostrava quanto fosse avanti rispetto ai tempi.
Roma, la sua città, non era solo un luogo fisico, ma un codice espressivo. La romanità che portava in scena non era folkloristica, ma autentica: fatta di rioni, stadi, bar, battute secche e silenzi lunghi. Era romanità pensante, vissuta, mai esibita.
“Che amarezza!”
Chi ha lavorato con lui, oggi, parla con fatica. Francesca Reggiani lo ha descritto come un collega generoso, con cui condividere set e risate, dalla tv alla commedia brillante. Verdiana Bixio, produttrice della serie “I Cesaroni – Il ritorno”, ha raccontato il dolore dell’attesa interrotta: lo aspettavano sul nuovo set, nonostante la malattia fosse nota.
Anche Daniele Cesarano, dirigente di Mediaset Fiction, ha sottolineato quanto Fassari fosse entrato a far parte di una “famiglia” di lavoro. Un attore che lasciava relazioni vere, non solo curriculum. Il suo modo di esserci era discreto, ma denso. Anche nei momenti più difficili, non amava farsi notare.
E proprio questo equilibrio tra riservatezza e presenza piena spiega perché la sua scomparsa sia sentita così intensamente. Era uno di quegli artisti che si finisce per dare per scontati, finché non ci si accorge che mancano. Come direbbe il saggio Cesare, “Che amarezza!”.