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Religione, fidatevi di Dio
di Il capocordata
Il capocordata

Se sei Figlio di Dio (Mt. 4, 1-11)

Per due volte il diavolo si rivolge a Gesù con un periodo ipotetico della realtà. Di per sé, il tentatore non contesta l’identità filiale di Gesù. Presso il Giordano Dio ha dichiarato solennemente che Gesù è il suo Figlio prediletto. Tutti i presenti, compreso Gesù, hanno udito, perché la voce celeste ha parlato pubblicamente. Il diavolo non può dunque mettere in discussione l’identità filiale di Gesù; può solo snaturarla, facendo in modo che la viva in modo contrario alla volontà del Padre.

Come ci ricorda l’etimologia della parola, il diavolo è il “divisore”, colui che distoglie dalla relazione con Dio. Egli è pertanto l’avversario dell’uomo per antonomasia, cioè Satana, colui che mette alla prova il Figlio di Dio. Gesù va nel deserto per essere tentato dal diavolo, con “l’assenso” di Dio, condotto da quel medesimo Spirito che, al battesimo, è sceso su di lui come colomba. C’è dunque un disegno divino in questa esperienza di tentazione: come l’oro si prova nel crogiuolo, così Gesù è messo alla prova nel deserto, perché appaia che in lui è all’opera lo Spirito di Dio. E’ lui che gli consente di vivere la sua identità filiale senza distorcela, in totale obbedienza alla volontà del Padre.

Quaranta giorni e quaranta notti

Nel deserto Gesù trascorre, digiunando, un tempo di “quaranta giorni e quaranta notti”(v. 2), un tempo simbolico di preparazione all’incontro con Dio e di assimilazione del dono di Dio. Durante il cammino nel deserto Dio conduce il suo popolo (Israele) per quarant’anni, mettendolo alla prova, per vedere se osserva i suoi comandamenti. Il popolo lo contrista quasi a ogni svolta del cammino, fallendo nell’obbedienza e allontanandosi da lui. Nel deserto Gesù assume un ruolo rappresentativo di Israele; avviene un’identificazione paradossale: laddove il popolo ha messo alla prova il suo Dio, Gesù si rifiuta di farlo e rivela in che cosa consista la vera figliolanza.

Non di solo pane vivrà l’uomo

Trascorso il tempo del suo digiuno, Gesù è affamato: il tentatore mette alla prova il suo cuore; facendo leva su un bisogno, tenta di insinuare una distanza tra l’umanità e la divinità di Cristo. Proponendogli di “consolare” con l’appagamento dei sensi la sua umanità ferita dalla fame, gli prospetta, come soluzione, un uso strumentale della sua divinità: “Dì che queste pietre diventino pane” (v. 3). Gesù risponde con la Scrittura, poiché il nemico va contraddetto con la Parola di Dio: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (v. 4). Ciò che ultimamente nutre l’uomo non sono i suoi sforzi, ma la relazione con Dio, cioè l’ascolto obbediente della parola che esce dalla sua bocca. Tutto, se accolto come dono di Dio, anche il pane, fa vivere, perché alimenta la relazione filiale con il Padre.

Non metterai alla prova il Signore Dio tuo

Nel secondo tentativo di distorcere l’adesione filiale di Gesù al Padre, il diavolo tenta di combattere con le sue stesse armi, citando la Scrittura. Paradossalmente, il diavolo conduce Gesù nella dimora di Dio, sul pinnacolo del Tempio e, proprio qui, gli domanda di mettere alla prova le promesse divine contenute nel salmo 91, svilendo così la relazione filiale che lo lega al Padre sul piano dell’affidamento: “Gettati giù…gli angeli ti porteranno sulle loro mani” (v. 6).

L’aiuto divino degli angeli giungerà per Gesù nel momento in cui egli rinuncia a salvare se stesso e respinge la tentazione. Alla fine delle tre tentazioni, infatti, gli angeli gli si avvicinano e lo servono, dandogli gratuitamente ciò a cui egli ha rinunciato. Sarà così anche durante la tentazione suprema della passione, nella preghiera nell’orto degli Ulivi. Quando il diavolo è cacciato, il suo posto è occupato dagli angeli, cioè da quegli spiriti che sono pura relazionalità, espressione della comunione con Dio. Essi attestano che Gesù, attraversando la prova, è rimasto Figlio fino in fondo, cioè totalmente legato al Padre suo.

Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto

Nella terza prova il diavolo non insidia più la figliolanza di Gesù. La posta in gioco diventa l’alternativa tra Dio e l’idolatria, riconoscendo la gloria del mondo (il potere) in antagonismo con quella di Dio. Riconoscere la gloria di Dio, significa ricondurre a lui ogni cosa: in tutto si può scorgere un segno della sua presenza, perché nessuna cosa esiste per se stessa, sganciata da Dio. Il diavolo vuole che Gesù riconosca la gloria del mondo in alternativa a quella di Dio.

“Vattene, Satana!” (v. 10). Sono le stesse parole che rivolgerà a Pietro, quando questi tenterà di sottrarlo alla prospettiva dolorosa della sofferenza e del rifiuto. Gesù sa riconoscere la voce del nemico anche quando questa si annida e si traveste da angelo di luce, esprimendosi per bocca di un amico che vorrebbe sottrarlo alla volontà del Padre. Alla fine, è proprio questa adorazione incondizionata dell’unico Dio ciò che consente al Figlio di ricevere la gloria del Padre, cioè la signoria su ogni cosa. Il Risorto notificherà ai discepoli che il Padre gli ha dato “ogni potere” (28, 16), non il tentatore, perché Gesù lo ha amato da Figlio “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”, vincendo le lusinghe del nemico fin dentro la morte.    

Non è casuale che lo Spirito spinga Gesù nel deserto. La sua missione non sarà un percorso trionfale, ma un itinerario segnato subito dalla lotta contro le forze del male. La posta in gioco è molto alta: è il disegno stesso di Dio, il suo progetto di salvezza. Dio ha scelto una strada per il suo Figlio. Il mistero dell’Incarnazione, appena contemplato a Natale, ci ha permesso di decifrarla: è la via della povertà e della debolezza, della misericordia e della compassione.         

Bibliografia consultata: Rossi, 2020. 

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