Lunedì 25 Maggio 2020 ore 02:57
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Religione, l'episodio della Trasfigurazione sul monte Tabor
di Il capocordata
Il capocordata

L’episodio della Trasfigurazione (Mt. 17, 1-9) avviene “sei giorni dopo” la confessione messianica da parte di Pietro a Cesarea di Filippo e la consegna a Pietro-Cefa del “potere delle chiavi”; qui Gesù annuncia per la prima volta la sua passione, morte e risurrezione e le condizioni per seguirlo. In questo contesto Gesù anticipa ai discepoli che “vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno” (16, 28). Dopo sei giorni Gesù mantiene la promessa e, salendo sul monte con tre dei suoi discepoli, offre loro una precognizione di quanto vedranno al termine dell’itinerario di sequela, cioè la gloria della risurrezione.

Gesù come Mosè?

Matteo vuole evocare la manifestazione del Signore al Sinai e propone una lettura parallela della rivelazione a Mosè (Es. 24) e della teofania sul monte della Trasfigurazione. Sono numerosi i motivi comuni ai due racconti: la salita sul monte in compagnia di tre persone, la teofania che avviene sei giorni dopo, la nube che copre il monte e la voce divina che si fa udire dalla nube. Matteo dice che il volto di Gesù “brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (v. 2). Analogamente Mosè, scendendo dal monte, non si accorge che la pelle del suo volto è raggiante, perché ha conversato con Dio. Inoltre, Mosè rimane sulla montagna “quaranta giorni e quaranta notti” come Gesù che digiuna nel deserto per un tempo equivalente.

Dalla visione all’ascolto

Durante la Trasfigurazione appaiono Mosè ed Elia: essi sono rappresentativi, rispettivamente, della Legge e dei Profeti. Con l’autorità della Scrittura essi confermano l’identità divina di Gesù quale Figlio di Dio. Il racconto passa progressivamente dalla visione a quello dell’audizione: la visione resta esterna all’uomo, ma la parola entra in lui, chiedendo obbedienza. Non basta vedere, occorre ascoltare, perché la vita cristiana è “la crescita di un orecchio” (di una obbedienza: “ob- audio”). Il racconto di Matteo fa udire al lettore la voce del Padre, per invitarlo ad ascoltare la voce del Figlio: “Questi è il Figlio mio, l’Amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo” (v. 5).

Anche ora, come al Battesimo, il Padre, facendo udire la sua voce, riconosce che Gesù è suo “Figlio”. Egli non è solo Figlio di Dio, ma “il” Figlio unigenito, l’unico figlio, l’amato, al pari di Isacco (Gen. 22). Come lui, anch’egli è offerto al Padre in olocausto (sacrificio). Il suo destino è dunque segnato dalla sofferenza come quello del Servo del Signore, l’eletto di cui Dio si compiace (Is. 42, 1). Per questo Pietro, rivolgendosi a Gesù, lo chiamerà non tanto “Maestro”, quanto “Signore” (v. 4). L’evangelista Matteo non menziona nulla che lasci presagire l’incomprensione di Pietro, più che evidente nel racconto di Marco. E’ vero che la sua proposta di costruire tre capanne “terrestri” per gli ospiti “celesti” risulta inadeguata, quasi li volesse trattenere sul monte, bloccando il cammino in salita verso Gerusalemme, già annunciato da Gesù; eppure non c’è biasimo per lui.

Verso la Pasqua

Nei pressi di Cesarea di Filippo, Gesù per la prima volta ha annunciato la sua passione, morte e risurrezione. Ai suoi che lo hanno riconosciuto come Messia, egli ha rivelato la via di un messianismo sofferente che attraversa il rifiuto e la morte, un messianismo diverso dalle attese di Israele e dei discepoli. Egli è Messia alla maniera del Servo del Signore, che offre la sua vita in sacrificio come Isacco. Eppure l’ultima parola del suo annuncio è la promessa di una risurrezione. L’identità filiale di Gesù, notificata dal Padre sul monte della trasfigurazione, sarà paradossalmente riconosciuta sulla croce: entrando nella morte in obbedienza al Padre, Gesù rivela la sua sovranità di Figlio amato. Essa sarà inequivocabilmente percepibile a partire dal mattino di Pasqua, come dimostrano alcuni rimandi lessicali evocativi della risurrezione.

Non è un caso che sul monte della trasfigurazione Gesù “si avvicini” ai discepoli pieni di paura e li esorti a “rialzarsi” e a “non avere paura”. Egli “si avvicina” a Pietro, Giacomo e Giovanni come il Risorto si accosterà ai discepoli, dopo essersi “rialzato” da morte e li esorterà a “non aver più paura”. Un modo per dire che chi ascolta la parola del Figlio, smette di avere paura perché, incontrando il Risorto, tutta la vita risorge e si ripete il prodigio della trasfigurazione: la nube diventa luminosa.

Questa seconda domenica di Quaresima ci conduce sul monte della Trasfigurazione e ci fa assaporare lo straordinario di Dio che irrompe nella nostra vicenda umana. Quando le luci si spengono, quando ci troviamo a fare i conti con le fatiche dell’ordinario, con le sofferenze e le prove che ci attendono, è questo ascolto (“Ascoltatelo!”) a fornirci il sostegno di cui abbiamo bisogno. E’ dalla parola di Gesù che ci viene la bussola per orientarci, il chiarore con cui interpretare le vicende oscure della storia. E’ questa parola, fatta carne, che ci manifesta l’amore di Dio e ispira la fiducia e la speranza. Sarà essa a sostenerci fra le tenebre più fitte per decifrare la strada dell’amore.                                                                                                        

Bibliografia consultata: Rossi, 2020, Laurita, 2020.

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