Lunedì 25 Maggio 2020 ore 03:12
CHE SUCCEDERA'?

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Torneremo alle nostre vite normali migliorati? No, solo più poveri...
Ma qualcuno, nel Governo, sta pensando a come riaprire in sicurezza le attività produttive, grandi, piccole e medie?
Piazza San Giovanni a Roma. Foto di Elisa Gestri

I più ottimisti, io sono tra questi, vedono in questo dramma anche l’opportunità di guardare la nostra vita, le nostre attività, le nostre relazioni, in modo diverso, più attento alle cose essenziali. Perché non sperare di tornare alle nostre vite normali, migliorati? Potremmo avere imparato che dobbiamo prestare più attenzione all’ambiente e alla natura (l’unica che ha beneficiato di questo rallentamento della frenesia mondiale); che commerciare animali selvatici vivi (per non parlare di come vengono uccisi) è pericoloso per tutti; che non sarebbe male rallentare il ritmo frenetico della nostra vita, curando di più i nostri affetti e infine, ma non ultimo, che il sistema sanitario pubblico va tutelato e migliorato, non abbattuto, come auspicavano fino a ieri certi liberisti sfrenati. 

Una speranza che rischia tuttavia di rimanere vana se da questa fase critica non usciremo presto e bene, tornando a lavorare e produrre, salvando quel che resta della nostra fragile e già affaticata economia. Presto significa tra due settimane, bene significa organizzati. 

Ma qualcuno, nel Governo, sta pensando a come riaprire in sicurezza le attività produttive, grandi, piccole e medie? Qualcuno sta decidendo, dopo aver sentito gli opposti pareri degli esperti, quale linea adottare, seguendo anche i migliori esempi mondiali? Lavorare in sicurezza è possibile, lo dimostrano coloro che, per legge, hanno dovuto continuare a lavorare. Alimentaristi, agricoltori, servizi essenziali, catene di distribuzione. Se il Mercato Ortofrutticolo di Fondi, uno dei più grandi d’Europa, ha continuato a lavorare, senza aumentare gli infettati, perché non può farlo la FIAT o qualunque altra azienda? Si possono adottare immediatamente metodi, procedure e attrezzature, per tornare al lavoro e produrre.

Tute protettive, mascherine e procedure che garantiscano le distanze minime. Le aziende di qualunque dimensione possono fare, anche a proprie spese, il tampone (o le altre tecniche, persino più veloci nella risposta, delle quali si parla molto in questi giorni) utilizzando i tantissimi laboratori, non tutti utilizzati, dei quali disponiamo, per assicurarsi che i loro operai non siano infetti e mantenerli tali. Se serve, anche utilizzando e facendo lavorare le strutture alberghiere, che oggi sono deserte, per tenerli separati dal resto delle famiglie, che nel frattempo possono a loro volta essere testate per potere poi accogliere nuovamente i lavoratori a casa, avendone verificato l’immunità. 

Insomma, questo lavoro organizzativo, che è certamente più complesso di come lo immagino io, che non sono certo uno specialista, ma che, come dice Calenda, serviva essere stato concepito già l’altro ieri, è pronto? Perché per ripartire occorre separare coloro che sono ancora a rischio da coloro che, sulla base dei test, non lo sono. Non possiamo testare tutti? Va bene, testiamo però almeno coloro che servono per ripartire. Tenendo chiusi, se serve e con un minimo di flessibilità necessaria ad evitare la depressione, coloro che possono stare ancora chiusi (pensionati, studenti e persone già disoccupate) tenendo chiuse le attività che potrebbero essere rischiose (bar, locali di intrattenimento e svago) ma aprendo, ripeto, con le dovute cautele, tutto ciò che si può riaprire. A quel punto - come sta facendo la Germania, che ci starà pure antipatica, ma che non è seconda a nessuno per capacità organizzativa - sostenere economicamente e in modo adeguato, quelle attività che devono per forza rimanere ancora chiuse e coloro che sarebbero obbligati a non lavorare, diventerebbe più semplice e molto più praticabile. Certamente più che sostenere tutti indistintamente. 

Mi auguro che ci stiano pensando seriamente. Ieri sera Giovanni Floris, nel programma della Gruber, ha detto che, così come nel calcio, gli italiani hanno dimostrato di saper giocare bene in difesa: il nostro famigerato "catenaccio". Ma le partite non si vincono stando solo in difesa. Serve fare gol. Serve quindi una difesa salda in alcuni settori, che consenta agli altri settori di passare subito all’attacco. Altrimenti, oltre ai tanti morti, piangeremo a lungo un dramma economico senza precedenti, con rischi sociali che l’Italia non può e non deve permettersi.

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