Mercoledì 03 Giugno 2020 ore 02:44
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I conti non tornano: siamo a casa, le attività chiuse ma i contagiati aumentano
Molti di noi, dall’inizio della “chiusura per Pandemia” si sono posti domande rimaste finora senza risposta...

Molti di noi, dall’inizio della “chiusura per Pandemia” si sono posti domande rimaste finora senza risposta. Ma le risposte, se date, potrebbero aiutarci a capire se siamo sulla strada giusta o no. La maggioranza degli esperti governativi ammonisce che, siccome il virus si diffonde per contatto, dobbiamo continuare a stare a casa. Molti ci dicono anche che il virus potrebbe comunque ripresentarsi a breve. Dunque, se non vogliamo arrivare al fallimento economico del Paese e morire di disoccupazione, dobbiamo avere le risposte per trovare una via d’uscita. 

La prima domanda riguarda l’effettiva pericolosità del Covid 19. Cioè quale sia il numero vero dei contagiati e la percentuale dei decessi. Fate attenzione: la media statistica annuale dei contagiati per l’influenza in Italia (Rapporto InfluNet dell’I.S.S.) è di circa 5 milioni, con circa 300 deceduti per cause dirette e 10.000 per concause. Per il Covid 19 abbiamo attualmente 140.000 contagiati con 17.000 deceduti. Qualcosa non torna nei numeri. Ogni virus fa storia a sé, d’accordo, ma se la media annuale italiana è di 5 milioni di contagiati da virus influenzale, com’è possibile che i contagiati del Covid 19 siano attualmente "solo" a 140 mila? Contiamo male? Non lo so, ma so che quindi non siamo in grado di conoscere l’effettiva mortalità del Covid. 

Secondo i dati prima citati, la media dei deceduti per virus influenzale degli ultimi anni è dello 0,22% , mentre quelli del Covid 19 sarebbero del 12%.  Quindi abbiamo un virus terribilmente mortale. Ma come possiamo dirlo se non conosciamo la base, cioè il numero effettivo dei contagiati? La crisi ha fatto saltare tutte le procedure di controllo statistico che utilizzavamo in passato? Anche sul numero dei guariti qualcosa non torna, soprattutto se tra i guariti comprendiamo coloro che sono stati dimessi dagli ospedali, non avendo sintomi gravi, per essere curati a casa. Abbiamo dunque curato solo coloro che arrivavano al punto critico? Ma mi domando: il punto critico poteva essere evitato anticipando e curando per tempo i soggetti più a rischio, riducendo così il numero dei decessi?

La Germania non ha la nostra percentuale di decessi. Contano diversamente da noi? Pare che in Germania chiunque avesse i sintomi influenzali sia stato testato e immediatamente curato, limitando così la crescita dei casi critici, in modo da non fare collassare le strutture ospedaliere. Hanno così potuto curare al meglio i limitati casi gravi, dei quali solo una parte è poi deceduta. Diversa organizzazione? Maggiore capacità ricettiva ospedaliera? 

La seconda domanda riguarda il modo di diffusione del virus. Abbiamo dovuto bloccare il Paese per impedire che il virus si diffondesse per contatto. Ma anche qui, stando ai numeri, qualcosa non torna, se è vero che il 9 aprile registriamo ancora 4200 contagiati in più del giorno prima! Insomma, non usciamo da casa, abbiamo chiuso attività, aziende e scuole e abbiamo all’incirca lo stesso incremento giornaliero di contagi da virus che avevamo lo scorso anno quando il Paese continuava a funzionare regolarmente? 

Noi non abbiamo le risposte, ma se i contagiati continuano ad avere, dopo un mese di chiusura totale, numeri così alti, viene il dubbio che non sia stata azionata la leva giusta. I contagiati avrebbero dovuto diminuire di molto già da fine marzo, ma non è così. E non possono certo essere stati quattro runners compulsivi a diffondere tutti questi contagi. L’unico dato veramente positivo è la diminuzione dei decessi. Ma non vorrei, se mi capite, che fosse dovuto ormai alla mancanza di “materiale”. Il lockdown potrebbe quindi non essere la soluzione per fermare il virus? Capite l’importanza della risposta? 

Il Governo, che ha fatto finora il massimo possibile e che ha gli strumenti per confrontare le varie tesi, deve trovare la risposta. E se qualche esperto dovrà correggere il tiro lo faccia, senza sentirsi in colpa. Si può sbagliare, soprattutto sotto pressione, ma sarebbe peggio continuare nell’errore o addirittura nasconderlo. La medicina non è una scienza esatta e si basa su teorie, che nel tempo possono essere smentite o corrette e migliorate; per questo non facciamo più i salassi. Invece l’organizzazione, che consente di prevenire e di gestire in modo ottimale le fasi critiche, è sicuramente una scienza esatta. Disponiamo di un’organizzazione capace di arginare il contagio e farci tornare a produrre? E se non l’abbiamo, ci stiamo attrezzando per averla?

I batteri ed i virus non sono sempre pericolosi. Alcuni batteri, checché dicano certe pubblicità allarmiste di prodotti che promettono di eliminare il 98% dei batteri - lasciando vivo magari proprio quel 2% che ti uccide - sono addirittura utili. Ma questo succede fintanto che il nostro stato biochimico è ottimale. Ma se viviamo in ambienti malsani, ci nutriamo in modo sbagliato, siamo carenti di vitamine, abbiamo altre patologie oppure, più semplicemente, soffriamo di stress o infelicità, diventiamo terreno ideale per sviluppare germi pericolosi. Non so dire quanto sia vero, ma se così fosse, dovremmo organizzarci per intervenire preventivamente e immediatamente sui soggetti più deboli ed esposti, come gli anziani ricoverati nelle R.S.A., dove la percentuale dei decessi è stata superiore al 50%! 

In molte trasmissioni gli esperti rispondono, alla ricorrente domanda sul possibile futuro vaccino, che “ci vorrà ancora tempo”. Ma perché parlate di vaccino se molti esperti hanno spiegato che non esiste un vaccino per questo tipo di virus? Per il raffreddore, che fa parte del ceppo di virus “corona” non abbiamo mai trovato un vaccino. Per il virus Ebola abbiamo acquistato milioni di vaccini che poi abbiamo buttato via perché ormai inutili. Non abbiamo imparato nulla? Va poi ricordato che ogni anno, tra i deceduti per situazioni critiche determinate dall’influenza, circa il 15% risultava già vaccinato. Bisogna dunque pensare a organizzare le cure preventive e intensive, soprattutto per i soggetti più a rischio, non al vaccino.

I “complottisti”, si sa, vedono ovunque fantasmi. Ma è un dato oggettivo che le multinazionali del farmaco non gradiscono le voci di coloro - tra i quali alcuni scienziati di valore assoluto - che dissentono, proponendo soluzioni alternative alla sudditanza ai farmaci. I complottisti esagerano, ma la storia ci insegna che è un errore non ascoltare o addirittura criminalizzare le “voci fuori dal coro”. Galileo per tutti. Resta l’arcano, che qualcuno prima o poi dovrà spiegare, dell’anomalia Lombarda e dei troppi morti della provincia di Bergamo. Spero che sia una spiegazione scientifica e non giudiziaria. Perché altrimenti, come qualcuno ha provocatoriamente detto, si dovrà organizzare un “Processo di Norimberga” lombardo.

 

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