Valmontone, alla Comunità Francesco un laboratorio su sessualità e affettività: educare al rispetto, al consenso e alla consapevolezza

Non una lezione tradizionale, ma un confronto nel quale ciascun partecipante ha potuto esprimere opinioni, rappresentazioni personali, dubbi e riflessioni sulla sessualità e sulle relazioni affettive
Di Fabio Vergovich
Laboratorio sulla educazione sessuale e affettiva
Laboratorio sulla educazione sessuale e affettiva (Foto di repertorio)

Parlare di sessualità significa parlare della persona nella sua interezza, delle relazioni che costruisce, delle emozioni, dell’intimità, della capacità di riconoscere i propri bisogni e rispettare quelli degli altri. È da questa prospettiva che la Comunità Francesco di Valmontone (Rm) ha avviato un laboratorio di gruppo dedicato all’educazione sessuale e affettiva, trasformando un tema ancora spesso circondato da imbarazzi e stereotipi in un percorso di informazione, confronto e crescita personale.

Gli incontri hanno coinvolto gli ospiti della struttura in uno spazio costruito intorno all’ascolto e all’assenza di giudizio. Non una lezione tradizionale, dunque, ma un confronto nel quale ciascun partecipante ha potuto esprimere opinioni, rappresentazioni personali, dubbi e riflessioni sulla sessualità e sulle relazioni affettive.

Il percorso è stato curato dalla dottoressa Rosanna Mansueto, coordinatrice e psicoterapeuta, dalla dottoressa Anna Picone, psicologa, e dalla dottoressa Sara Martucci, psicologa.

Sessualità, molto più dell’atto sessuale

Uno dei primi passaggi del laboratorio è stato quello di allargare il significato stesso della parola sessualità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità la considera infatti una dimensione centrale dell’essere umano lungo tutto l’arco della vita, influenzata dall’interazione di componenti biologiche, psicologiche, sociali, culturali, relazionali ed emotive. Comprende, tra gli altri aspetti, identità, ruoli di genere, orientamento sessuale, piacere, intimità e riproduzione.

È una lettura che permette di superare un’idea riduttiva della sessualità come semplice funzione riproduttiva o come insieme di comportamenti sessuali. Entrano invece in gioco il modo in cui una persona vive il proprio corpo, costruisce relazioni, riconosce il desiderio, affronta l’intimità e sviluppa la propria identità.

Il laboratorio ha ripercorso anche alcuni passaggi dell’evoluzione culturale del concetto di sessualità, mostrando come le società abbiano attribuito nel tempo significati profondamente differenti al corpo, al desiderio e al piacere. Un cambiamento che aiuta a comprendere perché, nonostante una maggiore apertura rispetto al passato, continuino a sopravvivere tabù, stereotipi e pregiudizi capaci di condizionare il modo in cui le persone percepiscono sé stesse e gli altri.

Riconoscere gli stereotipi per comprendere meglio sé stessi

Una parte significativa del lavoro è stata dedicata proprio alla capacità di individuare convinzioni e modelli sociali che vengono spesso assorbiti senza rendersene conto.

Il gruppo ha consentito di mettere a confronto esperienze e punti di vista differenti e di riflettere sulla pluralità dei percorsi personali. L’obiettivo non è stato proporre un modello unico di sessualità, ma fornire strumenti per sviluppare maggiore consapevolezza e rispetto delle differenze.

Nel percorso è stato affrontato anche il concetto di fluidità, riferito alla possibilità che attrazioni, desideri ed esperienze personali possano assumere caratteristiche differenti nel corso della vita e nei diversi contesti. Un tema presentato come occasione di riflessione sull’esperienza individuale, senza trasformare necessariamente ogni vissuto in un’etichetta definitiva.

Salute sessuale significa benessere

Un altro nodo centrale del laboratorio ha riguardato il concetto di salute sessuale. Anche in questo caso il punto di partenza è stato superare una definizione basata esclusivamente sull’assenza di malattie o disfunzioni.

Per l’OMS la salute sessuale comprende infatti il benessere fisico, emotivo, mentale e sociale collegato alla sessualità e richiede un approccio positivo e rispettoso alle relazioni, insieme alla possibilità di vivere esperienze sicure e soddisfacenti, senza coercizione, discriminazione o violenza.

Una prospettiva particolarmente importante perché sposta l’attenzione dal semplice comportamento alla qualità complessiva dell’esperienza umana.

Nel laboratorio è stato quindi introdotto il modello biopsicosociale, che considera salute e benessere come risultato dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali. Applicato alla sessualità, questo approccio permette di comprendere come una difficoltà non possa essere letta soltanto attraverso il sintomo, ma debba essere inserita nella storia personale, nel contesto relazionale, nelle condizioni fisiche e nell’ambiente sociale e culturale della persona.

La conseguenza è un modo differente di affrontare anche eventuali problematiche: non soltanto intervenire sul disturbo, ma comprendere l’individuo nella sua globalità e, quando necessario, coinvolgere competenze professionali differenti.

Consenso e rispetto, il centro delle relazioni

Uno degli aspetti più delicati del percorso è stato quello relativo al rapporto tra libertà individuale e responsabilità verso l’altro.

Parlare di autodeterminazione significa riconoscere la possibilità di scegliere, esprimere i propri bisogni e stabilire i propri limiti. Ma significa contemporaneamente riconoscere i limiti, le scelte e la volontà dell’altra persona.

Il consenso diventa così un elemento essenziale di qualsiasi relazione sana: non un dettaglio formale, ma la condizione sulla quale costruire reciprocità, sicurezza e rispetto.

L’OMS collega del resto la salute sessuale anche alla tutela da coercizione, discriminazione e violenza e alla protezione di diritti fondamentali quali uguaglianza, privacy, informazione e accesso alla salute.

Il piacere senza vergogna e senza obblighi

Il laboratorio della Comunità Francesco ha affrontato anche un argomento che nell’educazione sessuale tradizionale è stato frequentemente lasciato ai margini: il piacere.

Per lungo tempo parlare di sessualità ha significato soprattutto parlare di rischi, gravidanza, malattie sessualmente trasmissibili e prevenzione. Tutti temi indispensabili, che però non esauriscono una dimensione molto più ampia.

Una sessualità consapevole comprende anche la possibilità di riconoscere ciò che genera benessere, senza che il piacere venga trasformato in obbligo, prestazione o metro attraverso il quale misurare il proprio valore.

Su questo terreno pesano ancora condizionamenti culturali significativi, compresi quelli che hanno storicamente riguardato in maniera particolarmente forte la sessualità femminile, spesso accompagnata da silenzi, sensi di colpa e giudizi sociali.

Affrontare questi temi significa quindi educare contemporaneamente alla libertà e alla responsabilità, ricordando che l’autodeterminazione personale trova sempre il proprio limite nel rispetto della volontà e dei diritti dell’altro.

Sessualità e felicità, conta la qualità e non un numero

Il percorso ha aperto anche una riflessione sul rapporto tra sessualità, relazioni e qualità della vita.

Una vita affettiva e sessuale soddisfacente può contribuire al benessere psicologico e relazionale, ma non esiste una formula valida per tutti né può essere stabilita una quantità ideale di rapporti attraverso la quale misurare la felicità.

A fare la differenza sono piuttosto la soddisfazione personale, la serenità dell’esperienza, la comunicazione, la capacità di vivere l’intimità senza pressioni e la possibilità di costruire relazioni coerenti con i propri bisogni e valori.

La stessa OMS sottolinea come la salute sessuale riguardi tutto l’arco della vita e dipenda anche dalla qualità e dalla sicurezza delle relazioni delle persone con sé stesse e con gli altri.

Una prospettiva che libera la sessualità dalla logica della prestazione: non esiste un modello universale di “vita sessuale felice”, perché aspettative, desideri, bisogni e percorsi personali possono essere profondamente differenti.

Educare significa anche imparare a parlare

L’esperienza avviata a Valmontone assume un valore particolare proprio perché porta il tema della sessualità fuori dal silenzio.

Un’educazione sessuale e affettiva completa non consiste soltanto nel trasmettere nozioni. Significa fornire parole con cui descrivere ciò che si prova, imparare a riconoscere emozioni e limiti, sviluppare pensiero critico davanti agli stereotipi, comprendere il significato del consenso e acquisire strumenti per costruire relazioni rispettose.

Significa anche sapere che chiedere aiuto quando qualcosa genera disagio non rappresenta un fallimento, ma può diventare parte di un percorso di conoscenza e cura della persona.

Alla Comunità Francesco il gruppo è diventato così uno spazio educativo nel quale affrontare apertamente questioni che nella vita quotidiana rimangono frequentemente sommerse dall’imbarazzo o dal timore del giudizio.

Dopo aver affrontato la definizione di sessualità, la sua evoluzione culturale, il tema della fluidità, il benessere sessuale e il diritto al piacere, il messaggio che emerge dal percorso appare netto: educare alla sessualità significa educare alla conoscenza di sé, al rispetto dell’altro e alla qualità delle relazioni.

Una dimensione umana che non può essere raccontata soltanto attraverso ciò da cui bisogna proteggersi, ma anche attraverso ciò che può contribuire, se vissuto liberamente, responsabilmente e consapevolmente, al benessere complessivo della persona.

La Comunità Francesco di Valmontone, attiva dal 2003 nel quartiere Villaggio della Rinascita, è una struttura residenziale socio-riabilitativa psichiatrica che accoglie fino a dieci persone, uomini e donne tra i 30 e i 65 anni, con disturbi di personalità o disturbi psicotici per i quali sia possibile intraprendere un percorso di miglioramento e recupero.

La struttura offre assistenza continuativa e sviluppa interventi psicoterapeutici, psicologici e socio-riabilitativi finalizzati a favorire una maggiore autonomia e una migliore qualità della vita. Alle attività terapeutiche si affiancano laboratori, momenti di socializzazione e iniziative didattico-culturali, con particolare attenzione al reinserimento sociale e al superamento dello stigma e dei pregiudizi ancora legati alla sofferenza psichica.

Testo e progetto a cura della dottoressa Rosanna Mansueto, coordinatrice-psicoterapeuta, della dottoressa Anna Picone, psicologa, e della dottoressa Sara Martucci, psicologa.

 
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