C’è un modo di parlare di salute mentale che non parte soltanto dai sintomi, ma dalla persona e dalle sue possibilità di crescita. È il concetto di recovery inteso come percorso che va oltre la diagnosi, e che trova una concreta applicazione presso la struttura residenziale socio-riabilitativa “Francesco” di Valmontone (Roma). Qui, per il quarto anno consecutivo, è attivo un Laboratorio di Bioenergetica e di Espressività, iniziativa che porta l’integrazione psico-corporea nel cuore del lavoro riabilitativo residenziale.
Il progetto è supervisionato dalla case manager, dottoressa Rosanna Mansueto, e nasce dalla sinergia professionale fra le dottoresse Clelia Martini e Maria Cristina Fortunati, allieve della scuola di psicoterapia SMIAB (Società Medica Italiana di Self-Analisi Bioenergetica) di Roma.
Recovery a Valmontone: il laboratorio come percorso di crescita personale
Nel panorama attuale della riabilitazione psichiatrica cresce l’attenzione per approcci che integrano il livello corporeo con strumenti simbolici e creativi. La proposta attiva a Valmontone si muove esattamente in questa direzione: un percorso riabilitativo integrato, progettato per persone in contesto residenziale, con l’obiettivo di favorire una riconnessione fra vissuto corporeo e mondo interiore.
Il Laboratorio di Bioenergetica e Immagini Archetipiche, così come viene descritto, trasforma il setting in uno spazio dove il corpo diventa un punto di partenza per rimettere ordine, costruire consapevolezza, recuperare un senso di presenza, rinegoziare il modo in cui le emozioni si manifestano e vengono nominate.
Il lavoro, spiegano le professioniste coinvolte, non si limita a un’osservazione del disagio mentale. Mira invece a intervenire sui blocchi che spesso si fissano anche fisicamente: posture, rigidità, respirazioni trattenute, tensioni ripetute che diventano parte della quotidianità. In questo senso, il laboratorio diventa un luogo protetto dove fare esperienza di sé con gradualità, rispettando tempi, limiti e possibilità di ciascuno.
Bioenergetica e radicamento: corpo e respiro come strumenti riabilitativi
Il cuore dell’approccio è la Bioenergetica, che richiama il pensiero di Alexander Lowen e la sua affermazione “noi siamo il nostro corpo”. Per persone con disturbi psichici importanti, spesso segnate da dissociazione fra mente e corpo, il lavoro corporeo viene indicato come fondamentale per ripristinare il contatto con la realtà e con il “qui e ora”.
Nel laboratorio, l’accompagnamento è descritto come delicato e progressivo, con un’attenzione specifica a tre basi dell’esperienza bioenergetica: identità corporea, rilascio delle tensioni e consapevolezza emotiva.
Il concetto di grounding, radicamento, è uno dei cardini: sentire i piedi sul suolo, percepire il peso, riconoscere l’appoggio, può diventare una maniera concreta per ricostruire una base e un senso di sé più stabile, soprattutto quando sono presenti stati di depersonalizzazione o frammentazione.
Il rilascio delle tensioni, attraverso tecniche mirate, è orientato a sciogliere quella che Lowen definisce “corazza muscolare”, spesso collegata a emozioni trattenute come ansia, rabbia o paura. La consapevolezza emotiva, infine, arriva quando i blocchi corporei diventano leggibili: non come colpa o difetto, ma come segnali che possono essere ascoltati e tradotti in bisogni, parole, scelte.
In questo quadro, il respiro ha una funzione di ponte. Molti disturbi psichici si accompagnano a una respirazione frammentata o inibita: rieducarla, nel laboratorio, significa offrire all’energia vitale una via di ritorno verso l’esterno, favorendo regolazione emotiva e presenza mentale.
Immagini archetipiche e narrazione: il simbolo come linguaggio alternativo
Accanto al lavoro corporeo, un secondo asse del laboratorio è l’uso di immagini simboliche e archetipiche come attivatori di risorse creative. L’idea è semplice e potente: se il corpo prepara il terreno, il simbolo può dare forma a ciò che dentro resta confuso o senza parole.
Invece di chiedere frontalmente “come ti senti?”, viene proposta una domanda diversa: “quale figura somiglia alla tua forza oggi?”. Il passaggio non aggira l’emozione, la rende avvicinabile. Sposta l’attenzione dal problema alla risorsa, dalla definizione clinica alla possibilità di immaginare un cambiamento.
La persona proietta sulla carta bisogni, paure, desideri, trasformando un’emozione muta in una figura narrativa che può essere osservata, discussa, rielaborata. In pazienti con difficoltà di verbalizzazione, l’immagine diventa un ponte comunicativo sicuro, una cornice che contiene e permette di esprimere senza sentirsi esposti.
Il gruppo, in questa prospettiva, sostiene l’individuo: la condivisione non è performance, ma occasione di rispecchiamento e ascolto, utile a sviluppare empatia e capacità di stare in relazione.
Come si svolge il percorso: tre fasi per unire esperienza fisica e significato
La struttura del laboratorio si articola in tre fasi sequenziali. La prima è dedicata al radicamento: esercizi di grounding per riportare l’attenzione al presente e alla percezione reale del corpo, sciogliendo tensioni croniche e preparando il “contenitore” fisico ad accogliere contenuti emotivi. La seconda fase riguarda l’attivazione simbolica: dopo il lavoro corporeo, ai partecipanti viene chiesto di scegliere un’immagine fra quelle proposte.
La scelta non è casuale, perché spesso risuona con uno stato interno. Chi avverte tensione alle spalle, per esempio, può sentirsi attratto da figure che rimandano a stasi o impotenza, oppure da simboli di energia e trasformazione, come se cercasse una direzione per sciogliere il blocco.
La terza fase è quella dell’integrazione e della condivisione. Il laboratorio si chiude con un momento di gruppo in cui l’immagine scelta viene “agita”: può essere descritta, collegata alle sensazioni corporee, talvolta rappresentata con una postura. È un passaggio che favorisce la verbalizzazione di vissuti che altrimenti resterebbero confinati nel sintomo o nella rigidità fisica, offrendo un terreno comune su cui costruire consapevolezza.
Effetti riportati dagli operatori: corpo, ansia, ascolto e autonomia
I benefici descritti sono diversi e riguardano aspetti molto concreti. Da un lato, la riappropriazione del corpo e la riduzione della distanza fra mente e sensazioni fisiche. Dall’altro, la stimolazione della funzione proiettiva: l’immagine funziona come uno strumento non convenzionale, utile a chi fatica a trovare parole immediate.
Il lavoro sul respiro, unito alla narrazione simbolica, viene indicato come supporto alla riduzione dell’ansia e dello stress, con un effetto di maggiore regolazione interna.
Gli operatori osservano anche un dato significativo: col tempo alcuni utenti avrebbero iniziato a riproporre autonomamente esercizi appresi durante il laboratorio, finalizzati alla gestione dello stress. È un segnale importante nel linguaggio del recovery, perché suggerisce che l’esperienza non resta confinata all’incontro settimanale, ma si traduce in strumenti personali, spendibili nella quotidianità.

Nel racconto di questo percorso riabilitativo, il punto centrale resta uno: non si tratta soltanto di attenuare il sintomo, ma di restituire alla persona una padronanza di sé più ampia, la possibilità di abitare il presente con maggiore vitalità, la capacità di riconoscere e comunicare emozioni in modo meno doloroso.
A Valmontone il laboratorio di Bioenergetica ed Espressività diventa così una frontiera concreta, dove radicamento e creatività si incontrano dentro un progetto di cura che mette la persona, prima di tutto, al centro.
