Ci sono luoghi in cui le parole arrivano in modo più diretto, quasi senza filtri. L’intervista a Manolo Bucci, presidente del Valmontone 1921, è nata così, nella barberia tradizionale di Marco Vitale a Valmontone, durante un momento quotidiano, mentre il presidente si concedeva barba e capelli. Un contesto semplice, vero, che ha finito per restituire anche il tono della conversazione: concreto, personale, a tratti molto netto.
Ed è proprio sul finale che è arrivato il passaggio più forte. Parlando del futuro del club, Bucci non ha usato formule di circostanza e non ha cercato vie comode: ha fatto capire con chiarezza che, al termine della stagione, la sua esperienza alla guida del Valmontone potrebbe anche chiudersi. Un’ipotesi che pesa, soprattutto alla luce del percorso costruito in questi anni e del salto storico in Serie D.
Nel corso dell’incontro, il presidente ha toccato molti temi: la mentalità che serve per costruire una società, le differenze reali tra dilettantismo e calcio ormai semiprofessionistico, il rapporto con i tifosi, il valore del gruppo, le difficoltà strutturali del territorio e il peso di una stagione vissuta in condizioni complicate. Ma il punto che resta più forte è sempre lo stesso: senza infrastrutture adeguate, programmare davvero diventa difficile anche per chi ha investito tempo, energie, visione e risorse personali.
L’intervista a Manolo Bucci inaugura così un nuovo ciclo di incontri realizzati in un luogo quotidiano del territorio, nella barberia tradizionale di Marco Vitale, con l’idea di riportare al centro il racconto diretto delle persone, dei percorsi e delle decisioni, fuori dai contesti formali e dentro una dimensione più autentica. Il tutto corredato da immagini che accompagneranno il racconto e ne rafforzeranno il taglio visivo e umano.
Mentalità, società, squadra: “Prima viene la cultura”
Francesco Vergovich: Nel calcio che cosa è più difficile costruire: una squadra, una società oppure una mentalità?
Manolo Bucci: La cosa più importante, secondo me, è la mentalità, insieme alla cultura. Poi viene la società, perché da lì nascono programmazione, progettualità, ruoli e mansioni ben definiti. Se tutti lavorano con la stessa mentalità e con la stessa cultura, allora puoi davvero costruire qualcosa di solido. La squadra arriva di conseguenza.
Francesco Vergovich: Quindi una squadra forte da sola non basta.
Manolo Bucci: No. Una squadra forte, senza una società forte nella testa, nella cultura, nella progettualità e nell’organizzazione, non può vincere davvero. Neanche se ha i giocatori migliori.
Il percorso del Valmontone: dalla Prima Categoria alla Serie D
Francesco Vergovich: Se dovessi raccontare la tua esperienza a Valmontone in poche parole, come la definiresti?
Manolo Bucci: Per me è stata un’esperienza particolare, perché io arrivavo da un percorso manageriale nel professionismo. Poi sono entrato nel calcio dilettantistico quasi per gioco, essendo del territorio. Quando sono arrivato, il Valmontone era in Prima Categoria. In tre anni e sei mesi siamo arrivati in Serie D. Non è stato facile e credo che non sia facile per nessuno. Ho portato qui la mia esperienza, la mia competenza manageriale e una certa idea di calcio fatta di mentalità, cultura e organizzazione.
Francesco Vergovich: Molti presidenti investono denaro, ma non tutti lasciano un’impronta. Qual è stata la tua intuizione più importante?
Manolo Bucci: Ho messo risorse personali, certo, ma non bastano i soldi. Nel calcio non è mai automatico che chi spende di più poi vinca. Servono competenza, programmazione, progettualità e una mentalità precisa. E poi c’è sempre anche una parte di fortuna. Però penso che il lavoro fatto a Valmontone abbia dimostrato che una linea chiara, se portata avanti bene, può dare risultati veri.

Le differenze di categoria e il peso della Serie D
Francesco Vergovich: Che differenza hai trovato salendo fino alla Serie D?
Manolo Bucci: Ogni categoria ha una sua storia e una sua difficoltà. Però salendo si vede chiaramente il salto. La Promozione è un campionato molto legato alla grinta e a una cultura di campo particolare: per vincerlo devi calarti dentro quel contesto. L’Eccellenza, soprattutto nel Lazio, è molto difficile perché ci sono tante società che investono tanto. La Serie D, invece, oggi è un campionato completamente diverso: io la considero ormai una realtà semiprofessionistica, molto vicina al professionismo.
Francesco Vergovich: Quindi non si può più parlare davvero di dilettanti.
Manolo Bucci: Secondo me no. Oggi in Serie D si lavora quasi da professionisti, sia per mentalità sia per organizzazione. È un campionato importante, impegnativo, che richiede strutture, investimenti e una visione seria.
Ambizione e realtà: il nodo delle infrastrutture
Francesco Vergovich: Un presidente vincente deve essere un sognatore o un realista?
Manolo Bucci: Deve avere ambizione, ma soprattutto umiltà. Le vittorie ti danno soddisfazione e consapevolezza, però se perdi l’umiltà perdi anche equilibrio. Questo vale per il presidente, per l’imprenditore, per chiunque voglia raggiungere un risultato.
Francesco Vergovich: Dove può arrivare il Valmontone nei prossimi anni?
Manolo Bucci: Già oggi il fatto che la città sia rappresentata in un campionato nazionale è un risultato importante. Ma il punto vero è sempre lo stesso: senza infrastrutture è difficile programmare davvero. Le ambizioni hanno bisogno di basi concrete. E oggi questo territorio ha un limite evidente sotto quel profilo.
Francesco Vergovich: Pensi che in futuro possano esserci le condizioni per colmare questa lacuna?
Manolo Bucci: Io penso che la volontà possa esserci da parte di tutti, ma esistono ostacoli strutturali, logistici e autorizzativi molto seri. Lo stadio rappresenta una storia e un’identità per la città, ma la realtà è che non può sostenere un percorso professionistico. E questo non è un problema solo di Valmontone, ma di molte realtà del territorio e del Lazio.
Francesco Vergovich: Quanto pesa tutto questo nel lavoro quotidiano?
Manolo Bucci: Pesa tantissimo. Noi stiamo facendo la Serie D dopo 34 anni e abbiamo dovuto affrontare tanti problemi: allenamenti fuori, partite lontano da casa, una situazione non semplice neppure dal punto di vista logistico. Non è un alibi, ma è oggettivamente una difficoltà importante.

Il gruppo, gli uomini, il valore dello spogliatoio
Francesco Vergovich: Qual è la chiave per costruire una squadra vera?
Manolo Bucci: La prima cosa è scegliere gli uomini. Prima vengono gli uomini, poi i calciatori, poi lo staff. Il gruppo, l’unione, lo spirito di squadra sono fondamentali. È forse la parte più difficile, perché sulla carta sembrano tutti bravi, ma poi bisogna capire chi è davvero adatto a un progetto.
Francesco Vergovich: E come fai a capirlo?
Manolo Bucci: Io parto sempre dalla direzione sportiva. Ognuno deve fare il proprio ruolo. Insieme si sceglie lo staff tecnico e poi i giocatori. Ho sempre dato autonomia e rispetto dei ruoli, ma nel confronto continuo. Per gli allenatori ho sempre guardato prima l’aspetto umano e poi quello tecnico. Per i calciatori mi affido molto alla direzione sportiva, ma l’elemento umano resta decisivo.
Le delusioni, le gioie, il rapporto con i tifosi
Francesco Vergovich: C’è stata un’esperienza che ti ha segnato più delle altre, in positivo o in negativo?
Manolo Bucci: La delusione più forte sul piano sportivo è stata alla Sambenedettese, quando perdemmo la finale playoff. È stata una ferita vera, perché era una piazza importante e per me era stato un onore rappresentarla. Le soddisfazioni più belle, invece, sono state la salvezza ottenuta nel professionismo da presidente molto giovane e, nel dilettantismo, la vittoria del campionato scorso con il Valmontone: una cavalcata emozionante che porterò sempre con me.
Francesco Vergovich: Che rapporto hai con i tifosi del Valmontone?
Manolo Bucci: Molto buono. Ho sempre avuto un rapporto di rispetto con tutti. Voglio ringraziarli pubblicamente, perché il loro sostegno è stato importante, soprattutto l’anno scorso. Hanno accompagnato la squadra con passione e presenza costante. Mi auguro che siano sempre di più, perché il calore dei tifosi fa la differenza.
Il “terzo tempo” e la cultura sportiva
Francesco Vergovich: Una delle iniziative più belle è stata quella del terzo tempo. Da dove nasce?
Manolo Bucci: Nasce da un’esperienza vissuta in Sardegna. Lì abbiamo visto questa abitudine, questo spirito, e ci è sembrata una cosa molto bella. Il merito va anche al direttore sportivo Carlo Susini, che l’ha proposta con convinzione. Abbiamo voluto portarla anche da noi, soprattutto nelle gare con squadre fuori regione. È un segnale di rispetto e di cultura sportiva.
Una rosa importante e la forza della casa
Francesco Vergovich: Nella rosa ci sono giocatori che potrebbero stare anche in una categoria superiore?
Manolo Bucci: Sì, secondo me ci sono calciatori che hanno qualità da categoria superiore. Però non mi piace fare nomi. Penso sia più giusto parlare del valore complessivo del gruppo, che resta la vera forza della squadra.
Francesco Vergovich: Quanto conterebbe avere un impianto omologato per il professionismo?
Manolo Bucci: Conta tantissimo. Avere una casa vera dà appartenenza, entusiasmo, motivazione. Per i giocatori, per lo staff, per il pubblico. Giocare davvero nella propria città e nel proprio stadio può dare molto di più sotto tutti i punti di vista.
Lotito, il metodo e la visione manageriale
Francesco Vergovich: Nel tuo percorso calcistico quanto ha contato Claudio Lotito?
Manolo Bucci: Lo conosco da tanti anni e ho avuto la possibilità di stargli vicino in esperienze importanti. Da lui ho cercato di imparare il più possibile, soprattutto sul piano manageriale. Ha una visione, una velocità e una capacità di gestione che sono fuori dal comune.
Francesco Vergovich: Che cosa gli riconosci in particolare?
Manolo Bucci: Sicuramente la gestione dei conti. In un calcio dove spesso si guarda solo alla spesa, io penso che essere oculati e solidi sia un valore. Questa è una qualità manageriale che va riconosciuta.
Francesco Vergovich: C’è qualcosa del suo metodo che hai portato a Valmontone?
Manolo Bucci: Più che il metodo in sé, ho cercato di portare una mentalità: visione, cultura manageriale, attenzione ai dettagli, idea di governance. Chiaramente parliamo di mondi diversi, Serie A e Serie D, ma la mentalità professionale si può trasferire ovunque.
La vita fuori dal calcio e il percorso personale
Francesco Vergovich: Fuori dal calcio, che uomo è Manolo Bucci?
Manolo Bucci: Mi considero una persona semplice. Per me contano la famiglia, il rispetto, l’umiltà. Sono valori che cerco di vivere ogni giorno. Quando stacco, mi piace stare con la mia famiglia e andare a Terracina, dove ho una casa davanti al mare. Quello è il mio luogo di pace.
Francesco Vergovich: Hai costruito molto partendo da lontano. Com’è nato il tuo percorso imprenditoriale?
Manolo Bucci: Vengo da una famiglia semplice: mio padre operaio, mia madre collaboratrice scolastica. Ho fatto l’imbianchino. Poi da giovane ho avuto la possibilità di entrare nel mondo degli appalti pubblici, che mi affascinava molto. Mi piaceva la competizione, l’idea di costruire un’offerta, di partecipare alle gare. Lì ho avuto fame vera: fame di imparare, di crescere, di arrivare. Dopo un’esperienza breve ma intensa, ho deciso di mettermi in gioco in prima persona. Mi sono lanciato senza paracadute, ma quella fame mi ha aiutato molto, insieme anche a un po’ di fortuna.
Francesco Vergovich: E gli studi?
Manolo Bucci: Avevo il diploma di ragioneria. Poi, negli anni, ho voluto migliorarmi e ho preso anche una laurea in Scienze della Comunicazione, indirizzo Marketing e Finanza. Ho sempre pensato che non bisogna mai smettere di crescere.
Francesco Vergovich:
E’ vero che tuo fratello straveda per te?
Manolo Bucci:
Sì, ho la fortuna di avere da parte di mio fratello Gianluca stima, rispetto, affetto e amore. E questo non è scontato, soprattutto quando poi ci sono anche affari e soldi di mezzo.
Lui è più piccolo di me di cinque anni. Oggi è un grande imprenditore anche lui, a livelli molto alti. Ha un’azienda sua, una realtà importante. Quando io ho iniziato, lui ancora studiava. Poi è venuto con me: ha fatto l’impiegato, poi l’amministratore delegato di una mia società, e poi è diventato più bravo di me.
Da anni la sua è una realtà parallela alla mia, concorrente e importante. Noi viviamo ad Artena, ma a livello logistico e operativo con l’azienda siamo a Giulianello, al confine. E anche in questo caso si tratta di avere un’altra visione: ad Artena purtroppo ancora oggi non c’è una vera zona commerciale, industriale o artigianale. Io e mio fratello abbiamo dovuto cercare una soluzione regolare, concreta e costosa altrove, dove fosse possibile investire davvero e costruire in modo corretto ciò che volevamo fare.
Artena, il rammarico e il destino sportivo
Francesco Vergovich: C’è chi ti rimprovera di aver fatto tutto questo a Valmontone e non ad Artena.
Manolo Bucci: Sì, qualcuno sì, ed è naturale. Io vivo ad Artena e mi sarebbe piaciuto fare tutto questo lì. Ma non mi è stata data la possibilità e, va detto, ad Artena c’era già una realtà calcistica importante, che ha fatto un percorso significativo. Il rammarico esiste, perché io quella voglia l’avevo. Però evidentemente il mio percorso doveva andare altrove, e oggi questa esperienza a Valmontone rappresenta una parte importante della mia storia.
Il passaggio più forte: il futuro del presidente
Francesco Vergovich: Arriviamo all’ultima domanda, forse la più delicata: che cosa puoi dire sul tuo futuro alla guida del Valmontone?
Manolo Bucci: È la domanda più difficile, perché io non riesco a fingere e non voglio prendere in giro nessuno. Ho sempre creduto nella sincerità, nella trasparenza e nel rispetto. Ti dico la verità: oggi dentro di me c’è una grossa difficoltà nel vedere un futuro certo in questa città, soprattutto per tutto quello che ho sofferto quest’anno, non tanto per i risultati, quanto per i limiti strutturali e ambientali con cui abbiamo dovuto convivere.
Prima di tutto, però, viene la squadra. Adesso dobbiamo restare concentrati sull’obiettivo di mantenere la Serie D. Io sono sul pezzo, sempre, e lo sarò fino all’ultimo giorno. Poi farò una valutazione seria, lucida, concreta.
Quello che posso dire con certezza è che non prenderò mai in giro nessuno. E posso dire anche un’altra cosa: non porterò mai il titolo del Valmontone altrove. Questo non lo farò mai. Se un giorno dovessi passare la mano, vorrei lasciare continuità, non macerie. Vorrei lasciare a questa città la possibilità di continuare a vivere la Serie D. Poi sul mio futuro personale deciderò a fine stagione, con chiarezza.
Foto di Claudio Pasquazi
Le parole per dirlo: sabato 11 aprile ore 18 a Palazzo Doria, una rassegna sui diritti dei minori e le fragilità dei giovani
