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15 Agosto 2022

Pubblicato il

Rassegna Pasolini

Valmontone, la formazione culturale e la poesia del giovane Pasolini con Patrizia Genovesi

di Stefano Marafini
Con Patrizia Genovesi a Palazzo Doria, Valmontone, si è tenuto il secondo incontro della rassegna dedicata al centenario della nascita di Pasolini
Patrizia Genovesi e Mariagloria Fontana, rassegna su Pasolini
Patrizia Genovesi e Mariagloria Fontana

Sabato scorso, 9 luglio, a Palazzo Doria, Valmontone (Roma), si è tenuto il secondo incontro della rassegna Una disperata vitalità. Un incontro promosso dall’assessorato alla Cultura del Comune di Valmontone e dal Consiglio regionale del Lazio e dedicato al centenario della nascita di Pasolini. E’ intervenuta la fotografa, sceneggiatrice e regista Patrizia Genovesi, intervistata da Mariagloria Fontana, curatrice della rassegna.

Un’ideale intervista a Pasolini

Prima della conversazione tra le due protagoniste, è stato proiettato un cortometraggio della regista sul giovane Pasolini, interpretato da Fabio Vasco.

La pellicola è concepita come una ideale intervista a Pasolini; l’attore viene inquadrato in diversi ambienti della Roma antica, mentre una voce fuori campo gli pone domande sugli avvenimenti salienti della sua vita: la guerra, la morte del fratello, il periodo trascorso in Friuli con la madre per sfuggire ai pericoli della guerra.

L’attore risponde sempre in modo drammatico, molto sofferto.

L’inquadratura iniziale è presso un muro di un antico rudere; ad altezza d’uomo c’è una grossa inferriata verso cui egli si protende, come se fosse un carcerato che voglia guardare al di là di quella.

Dalle prime battute si capisce che Pasolini si ritenga idealmente morto insieme all’amato fratello, che si era unito ad un gruppo partigiano liberale, massacrato dalla ferocia di un altro gruppo di partigiani composto da slavi e italiani di osservanza stalinista (Eccidio di Porzus, febbraio 1945).

Da quel momento egli esprimerà sempre il suo senso di colpa nella scrittura; la sua poesia, pessimista e tragica, condanna la guerra come calamità provocata dal desiderio perverso dei gruppi sociali e delle nazioni di sottomettere gli altri con la violenza.

Patrizia Genovesi

La formazione culturale di Pasolini, gli affetti familiari e la poesia

Al contempo, la poesia può portare alla luce i sentimenti migliori dell’animo umano e quindi divenire un mezzo di riscatto sociale, ma ancor più di redenzione dell’uomo.

Il parere della regista è che nell’artista Pasolini ci sia un legame molto stretto tra la guerra e la genesi della sua poesia, più che con altre forme espressive, come il romanzo ed il cinema.

Sollecitata dalla giornalista Fontana, la Genovesi mette in risalto la matrice colta e cattolica di Pasolini: il padre Carlo Alberto, ufficiale di fanteria, era di origine nobile; la madre Susanna Colussi, maestra elementare, era una donna molto colta e cattolica.

Molto dolce inoltre, e Pier Paolo ha con lei il legame più forte, che condizionerà in certo modo la sua vita. Il padre era sempre assente e causò anche la rovina della famiglia per il suo vizio del gioco. Si può dire pertanto che gli amori più grandi di Pasolini siano stati quelli per la madre e per il fratello minore, Guido; amore, quest’ultimo, vissuto con senso di colpa. Non tanto perché il fratello fosse morto per la scelta di difendere da partigiano la propria terra e la patria; egli non aveva fatto quella scelta, però ha sempre dichiarato di fare la sua guerra personale con la poesia.

Con la madre l’artista trascorrerà poi tutta la vita, condividendone i dolori e le restrizioni.

Basti pensare che in Friuli, nel villaggio dove risiedevano, lontano da Casarsa, misero su una scuola per ragazzi.

Subito dopo la fine della guerra, Pasolini ebbe un incarico biennale per materie letterarie nella scuola media di Valvasone. Da lì dovettero andar via, lui e la madre, per lo scandalo provocato dal suo adescamento di tre ragazzi minorenni della scuola.

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Mariagloria Fontana

La notorietà e la fama. L’impegno intellettuale per dissacrare scandalizzando

Scesero a Roma, dove all’inizio la madre si adattò a far la donna delle pulizie. Mentre il figlio cercava di trovare spazio nei giornali e, nel frattempo frequentava Cinecittà per lavoro precario come comparsa.

Poi iniziò il successo, con la pubblicazione di una raccolta di poesie in dialetto friulano e dei primi romanzi; primo tra tutti Ragazzi di vita, altro grande scandalo per la morale dell’epoca.

Iniziò pure la frequentazione con gli intellettuali dell’epoca: Attilio Bertolucci, Carlo Emilio Gadda, Giorgio Caproni.

Con il romanzo, Pasolini era passato dalla ricostruzione del dialetto della sua terra d’origine (quella della madre) alla ricostruzione del romanesco, cosa che egli ha fatto sempre con passione e con puntiglio da linguista.

Infatti, egli era convinto che ogni idioma regionale sia una lingua a sé stante, con le proprie valenze semantiche e regole sintattiche.

La lingua in cui ci esprimiamo costituisce la nostra identità, il nostro stesso pensiero si costruisce nella lingua che parliamo (“noi pensiamo in una data lingua”, diceva); pertanto, la parola deve avere un suo significato preciso in relazione all’oggetto e non deve ingenerare confusioni.

Inoltre la parola scritta può essere non soltanto strumento di un dibattito culturale, magari sterile; ma può e deve essere strumento di lotta per combattere le ingiustizie sociali e distruggere le condizioni che permettono l’oppressione di alcuni gruppi sociali sulla maggioranza.

La via di riscatto degli ultimi

Perciò egli si era istruito sulla dottrina di Marx ed aveva aderito al PCI dopo l’uccisione del fratello. Egli pensava che il comunismo fosse l’unica via di riscatto degli ultimi, forse accostandolo al desiderio di palingenesi cristiana.

Per questi motivi Pasolini fece spesso interventi provocatori e controcorrente (quella degli intellettuali progressisti e di sinistra) su giornali o riviste, sui temi più scottanti come l’aborto, la contestazione studentesca, la mafia, il potere politico e le trame oscure degli anni ’70.

Interventi che fece sempre esponendo la propria persona, la propria disperata diversità che era scandalo di per se stessa, convinto che per smuovere la società fosse necessario scandalizzare.

Infatti si dice: “ecco la pietra dello scandalo”.

Alla fine della manifestazione Patrizia Genovesi ha salutato cordialmente il pubblico, che ha molto apprezzato la sua ricostruzione della figura di Pasolini.

Il prossimo appuntamento di Una disperata vitalità è per il 10 settembre, con Fulvio Abbate.

Foto di Roberto Benedetti

 

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