A Roma, nella Sala Stampa della Camera dei Deputati, scienziati, associazioni e istituzioni hanno rilanciato l’allarme sulle esche avvelenate dopo gli episodi che, fra aprile e maggio 2026, hanno causato la morte di almeno 21 lupi e altri animali selvatici nell’Appennino centrale, dentro e fuori il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Il messaggio emerso è netto: non si tratta di una emergenza faunistica, ma di un problema di legalità, sicurezza ambientale e tutela del patrimonio naturale.
Veleni contro lupi e orsi, i numeri che spiegano la gravità del fenomeno
Il confronto promosso alla Camera ha portato al centro del dibattito un tema che da anni attraversa aree montane, campagne, territori protetti e zone rurali italiane: l’uso di bocconi avvelenati contro la fauna. Una pratica illegale, difficile da intercettare in tempo e capace di produrre effetti a catena su specie protette, animali domestici e salute pubblica.
I dati richiamati durante l’incontro descrivono una situazione ormai radicata. Dal 2009 al 2024 in Italia sono stati registrati 16.826 animali avvelenati. Significa quasi tre animali al giorno, ogni giorno, per quindici anni. Una cifra già enorme, che rappresenta soltanto la parte emersa di un fenomeno più ampio, perché molte carcasse non vengono ritrovate, molte esche restano nascoste e non tutti i casi arrivano a una conferma ufficiale.
Il caso del lupo mostra bene la portata del problema. Dal 2019 al 2023 sono stati rinvenuti morti almeno 1.639 esemplari in Italia, con un aumento dai 210 casi del 2019 ai 449 del 2023. Si parla di oltre un lupo morto al giorno. Le cause riconducibili in modo diretto o indiretto all’uomo superano il 70% dei casi documentati. Per questo, il dibattito sulla gestione della specie non può ridursi a una lettura numerica o emotiva: deve partire dalle minacce reali che continuano a colpire gli animali sul territorio.
Appennino centrale colpito dalle esche avvelenate
L’Appennino centrale è uno dei territori simbolo della conservazione italiana. Qui vivono specie di valore assoluto, dal lupo all’orso bruno marsicano, passando per rapaci necrofagi come il grifone. Proprio per questo gli avvelenamenti avvenuti nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise assumono un significato che supera il singolo episodio locale.
Le aree di confine fra Lazio e Abruzzo risultano particolarmente esposte. Lazio e Abruzzo figurano rispettivamente come seconda e quarta regione italiana per casi accertati di avvelenamento. In Abruzzo il tasso di episodi rapportato agli abitanti è quattro volte superiore alla media nazionale. Questo indica una pressione costante su un territorio nel quale la convivenza con i grandi carnivori richiede prevenzione, controlli, presenza pubblica e strumenti operativi efficaci.
Le esche avvelenate vengono spesso collocate per colpire lupi o cani vaganti, ma il veleno non seleziona la vittima. Una carcassa contaminata può uccidere altri predatori, rapaci, animali domestici e specie protette. Il dato sui grifoni è particolarmente grave: il 53% degli esemplari trovati morti risulta avvelenato, percentuale che sale al 69% considerando anche i casi sospetti. Il grifone, in molti casi, non è il bersaglio diretto. Muore perché si nutre di carcasse già contaminate.
Orso marsicano e biodiversità, il rischio per una specie unica al mondo
Nel confronto alla Camera è stato dato spazio anche alla condizione dell’orso bruno marsicano, sottospecie unica al mondo, presente esclusivamente nell’Appennino centrale e classificata in pericolo critico di estinzione. Ogni perdita, per una popolazione così ridotta, ha conseguenze profonde: incide sulla diversità genetica, sulla capacità riproduttiva e sulla tenuta futura della specie.
La morte di un orso marsicano non riguarda solo la scomparsa di un individuo. Colpisce un intero lavoro di tutela costruito nel tempo con monitoraggi, corridoi ecologici, prevenzione dei conflitti, interventi nelle aree frequentate dagli animali, supporto ai territori e dialogo con allevatori, amministrazioni locali e residenti.
Il veleno è una delle forme più indiscriminate di persecuzione della fauna selvatica. Chi dissemina bocconi avvelenati non controlla gli effetti del proprio gesto. Può uccidere animali protetti, cani, gatti, rapaci, piccoli carnivori e perfino creare rischi per le persone, soprattutto quando le sostanze vengono abbandonate in aree frequentate.
Pesticidi vietati e mercato illegale, la filiera nascosta dietro i bocconi avvelenati
Un altro aspetto emerso riguarda le sostanze utilizzate. Le esche contengono spesso pesticidi e fitofarmaci vietati da anni in Europa, ma ancora presenti nei circuiti illegali. Il carbofurano, vietato dal 2008, continua a essere rilevato nelle carcasse di grifone in Appennino.
Questo elemento apre una questione ulteriore: il problema non riguarda solo l’atto finale di chi colloca il veleno, ma anche i canali di approvvigionamento che permettono a prodotti proibiti di restare disponibili.
Per contrastare davvero il fenomeno servono indagini più solide, nuclei antiveleno potenziati, analisi rapide, coordinamento costante fra enti e procedure capaci di portare all’individuazione dei responsabili. Il numero molto basso di condanne rispetto alla diffusione degli episodi alimenta un senso di impunità che rende più difficile fermare la pratica.
Le associazioni presenti hanno chiesto anche una normativa specifica contro l’avvelenamento doloso della fauna, campagne nazionali di sensibilizzazione, sostegno ai territori che investono nella convivenza con gli animali selvatici e una strategia nazionale coordinata, prendendo come riferimento il modello già adottato in Spagna.
Dalla Camera la richiesta di una strategia nazionale contro i reati ambientali
L’appello rivolto alle istituzioni punta a inserire il contrasto alle esche avvelenate fra le priorità politiche nazionali. La direttiva europea 2024/1203 sulla tutela penale dell’ambiente offre un quadro importante per rafforzare l’azione contro i reati ambientali, compresi quelli che colpiscono la fauna attraverso pratiche illegali e sostanze proibite.
Il tema, emerso con forza, è quello dell’unità istituzionale. Messaggi contraddittori da livelli diversi dell’amministrazione pubblica rischiano di indebolire prevenzione, controlli e fiducia dei territori. La gestione del lupo, dell’orso marsicano e della fauna selvatica richiede dati aggiornati, politiche coerenti e risposte rapide davanti agli episodi più gravi.
Gli avvelenamenti dell’Appennino centrale hanno mostrato quanto sia fragile l’equilibrio costruito in decenni di tutela ambientale. Non basta parlare di conservazione nei momenti simbolici. Occorre rendere efficace la protezione sul campo, rafforzare le indagini, fermare il mercato illegale dei veleni e sostenere chi lavora ogni giorno per una convivenza possibile.
La morte di 21 lupi in poche settimane non è soltanto un segnale d’allarme per il Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise. È una prova di tenuta per tutto il sistema italiano di difesa della fauna e della biodiversità.
