Ci sono giornate che lasciano il segno senza che nessuno abbia vinto o perso. Giornate che non si misurano in punti o classifiche, ma nei sorrisi, negli occhi lucidi, nelle mani che si stringono con rispetto. Quella vissuta al Palacoccia di Veroli è stata una di queste. Una mattinata costruita attorno allo sport, ma che ha finito per parlare di molto di più: di comunità, di uguaglianza, di possibilità.
Al centro, l’iniziativa promossa dalla FIPIC – Federazione Italiana Pallacanestro in Carrozzina – con il supporto dell’ANSMeS, del Comune di Veroli, dell’IIS Sulpicio, della Pro Loco locale e con il patrocinio della Federazione Italiana Pallacanestro. L’obiettivo era semplice solo in apparenza: costruire uno spazio dove lo sport diventasse strumento di inclusione, ponte tra generazioni e corpi diversi, occasione di confronto per studenti, atleti, amministratori e cittadini.
Una palestra piena di storie, non solo di applausi
La giornata è iniziata presto. Gli studenti dell’IIS Sulpicio e delle scuole del territorio hanno riempito gli spalti, non con l’attitudine passiva del pubblico, ma con la curiosità di chi è stato coinvolto in un’esperienza che insegna anche fuori dalle aule. Non c’erano solo partite o dimostrazioni, ma soprattutto volti e racconti.
Tra gli ospiti: Carlo Di Giusto, tecnico storico della pallacanestro in carrozzina, oggi allenatore di Serie A ed ex CT della Nazionale; Gabriel Benvenuto, giovane atleta azzurro; Francesco Crispino Perna, che corre in handbike dopo un grave incidente; Antonio Vicino, campione del mondo di canottaggio; Luca Massaccesi, medaglia olimpica a Barcellona ’92, che ha condotto l’evento con la sobrietà di chi sa quando è il momento di parlare e quando di ascoltare.
In platea anche rappresentanti delle istituzioni. Piergiorgio Fascina, per il Comitato Paralimpico Regionale, ha ribadito la volontà di portare sempre più lo sport inclusivo nel cuore della vita civica. Per la provincia di Frosinone erano presenti il consigliere Sergio Crescenzi e Gianluca Quadrini, presidente del Consiglio Provinciale, che ha preso la parola con un messaggio chiaro: “Queste non sono solo iniziative sportive, sono lezioni di umanità”.

Germano Caperna, Gianluca Quadrini (al centro) e Piergiorgio Fascina
Il valore educativo di una palla che rimbalza
Non si è trattato di un evento simbolico, né di una passerella. È stata una mattinata costruita con rigore, nella quale la componente sportiva è stata pienamente rispettata. Gli atleti hanno mostrato ciò che sanno fare, senza mai cercare compassione. E gli studenti hanno risposto con attenzione e stupore. Molti di loro non avevano mai assistito a una partita di basket in carrozzina, né parlato direttamente con chi ha trasformato una disabilità in una nuova traiettoria di vita.
In quel palazzetto, la parola “inclusione” ha smesso di essere un’etichetta da brochure. Ha preso forma nelle ruote che sfrecciano, nelle mani che si passano la palla, nei racconti di chi ha trovato nello sport una seconda partenza. E non c’è stato bisogno di sottolinearlo con frasi ad effetto. Il messaggio è arrivato forte senza alzare la voce.
Quando le istituzioni scelgono di esserci davvero
A colpire, in mezzo a una platea varia e composta, è stata anche la qualità della partecipazione istituzionale. Non solo per la presenza, ma per il tono. Gianluca Quadrini ha voluto sottolineare l’importanza di “una politica che ascolta e supporta chi costruisce relazioni vere, quotidiane, a partire dal territorio”. Ha ringraziato apertamente il sindaco di Veroli Germano Caperna e il consigliere con delega allo sport Fabrizio Rotondo, per aver dato continuità concreta alle promesse di attenzione allo sport inclusivo.
Non sono parole formali: Veroli ha investito in questi anni su una progettualità sportiva aperta, che non si limita all’organizzazione di eventi ma include scuole, famiglie, associazioni. Una visione che oggi mostra i suoi frutti.
Una frase in fondo alla giornata
“Insieme si vince davvero”. Era lo slogan ufficiale della giornata, ma anche la frase che più spesso è tornata sulle labbra di chi c’era. Perché non si è trattato solo di raccontare storie di coraggio. È stata un’occasione per far capire ai più giovani che l’inclusione non si predica: si costruisce. Con gesti concreti, con occasioni come questa, che lasciano una traccia.
Lo sport, quando è autentico, non insegna solo a correre o a lanciare. Insegna a guardare gli altri. E a farlo con rispetto.