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Villa Pamphili, la donna non era una senzatetto: unghie e smalto curati, gambe depilate. Ci sono testimoni

La donna, avvolta in un sacco nero, giaceva nascosta tra i cespugli. Nuda, come la bambina. Nessuna traccia evidente di violenza sessuale
a cura di Lina Gelsi
Villa Pamphilj, Polizia Roma Capitale
Villa Pamphilj, Polizia Roma Capitale

Il parco di Villa Pamphili, si è trasformato sabato scorso in uno scenario inquietante. Nel tardo pomeriggio del 7 giugno, a distanza di appena duecento metri l’uno dall’altro, sono stati rinvenuti i corpi di una giovane donna e di una bambina di pochi mesi. Il DNA ha confermato ciò che molti avevano già temuto: erano madre e figlia. Una scoperta casuale, figlia di una segnalazione arrivata da alcuni passanti, che ha lasciato sul terreno più domande che risposte.

Indizi tra plastica e silenzio

La donna, avvolta in un sacco nero, giaceva nascosta tra i cespugli. Nuda, come la bambina. Nessuna traccia evidente di violenza sessuale. Ma i dettagli che emergono dal corpo della trentenne sono dissonanti con l’ipotesi iniziale, quella di una senzatetto. Unghie curate, smalto applicato con precisione, gambe depilate. Segni di una cura personale che contrasta con l’idea di una vita vissuta ai margini. Accanto al corpo della neonata, poco distante, è stato ritrovato un vestitino rosa ripiegato in un cestino. Un capo ben cucito, pulito. I tecnici della Scientifica sperano di ricavare impronte o residui biologici, da confrontare con quelli rinvenuti sul sacco. Ma per ora, l’identità di chi le ha abbandonate – e forse uccise – resta avvolta nel buio.

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La pista dei tatuaggi

Quattro i tatuaggi sul corpo della donna. Elementi potenzialmente decisivi per l’identificazione, ma non così semplici da interpretare. Una collana di fiori, due uccelli, un pipistrello e uno scheletro su una tavola da surf. L’ipotesi più accreditata, avanzata da esperti del settore, è che possano essere stati eseguiti in contesti amatoriali. C’è persino chi ha ipotizzato un legame con la Lituania, per via dei colori sulla tavola da surf. Ma sono deduzioni ancora fragili.
La polizia ha ricevuto decine di segnalazioni, ma molte si sono già rivelate fuorvianti. La squadra mobile, guidata dal pm Antonio Verdi e dall’aggiunto Giuseppe Cascini, procede per esclusione, raccogliendo riscontri da colleghi in tutta Italia e perfino da contatti all’estero.

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Le testimonianze nel cuore della notte

Due segnalazioni, più di altre, hanno attirato l’attenzione degli investigatori. La prima è di una donna che, in auto nei pressi del parco, ha visto un uomo con una bambina in braccio. Racconta di aver incrociato lo sguardo della piccola, che sembrava vigile. La seconda, di tre giovani che attorno all’1:30 della stessa notte hanno notato un uomo aggirarsi nella zona, sempre con una neonata in braccio. Ma per loro, la bambina sembrava priva di vita. Il profilo dell’uomo – stando alle descrizioni – non sembra appartenere a una persona dell’Est Europa. Viene descritto come scuro di carnagione, forse di origine meridionale o mediorientale. Indossava un cappello, forse per non farsi riconoscere. Resta il dubbio sul motivo per cui avrebbe lasciato la bambina, già morta, a pochi metri da dove giaceva la madre. Un gesto che appare quasi rituale, comunque deliberato.

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Autopsie e interrogativi aperti

La bambina, secondo l’esame autoptico, sarebbe morta per soffocamento. Sul corpo anche ecchimosi e lividi compatibili con percosse. Nessun segno di gattonamento sulle ginocchia, nessuna traccia di terra nei polmoni: chi l’ha lasciata lì lo ha fatto dopo la morte. La madre, invece, non presenta lesioni evidenti. Il cuore era sano, i primi test tossicologici non rivelano uso di droghe. Si ipotizzano cause naturali – ischemia, malattia improvvisa – ma in un contesto che appare sempre meno casuale.

Chi era questa donna? Da dove veniva? Aveva trovato riparo nel parco o era stata portata lì, già morta? Fuggiva da qualcuno? Quale mano ha fermato per sempre la vita della sua bambina? E soprattutto: perché?

Un’indagine in bilico tra miseria e mistero

Quel che è certo è che non ci troviamo davanti a un femminicidio tradizionale, almeno secondo la definizione classica. Eppure, il femminicidio può assumere forme meno convenzionali, più subdole. Quella della marginalizzazione, dell’isolamento sociale, della fuga senza protezione. Una madre e una figlia morte nell’anonimato, in una metropoli che non si è accorta della loro presenza. Le autorità stanno scandagliando ogni angolo della loro breve permanenza a Roma. L’ipotesi è che fossero arrivate da poco, forse senza documenti, forse in cerca di salvezza. Ma dietro alla loro storia sembra esserci altro: un legame spezzato, un accompagnatore scomparso, forse qualcuno che aveva la responsabilità – o la colpa – di quelle vite interrotte.

 
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Cronaca

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