Vittorio Sgarbi ricoverato al Gemelli, apprensione: l’intellettuale che ha trasformato l’arte in linguaggio popolare

Vittorio Sgarbi ricoverato al Gemelli in terapia intensiva. Le ultime sulle condizioni e il ritratto del critico d’arte che ha segnato la tv italiana
Di Francesco Vergovich
Vittorio Sgarbi

La notizia più importante, questa mattina, è anche quella sulla quale occorre usare maggiore cautela. Vittorio Sgarbi è ricoverato al Policlinico Agostino Gemelli di Roma. Ha 74 anni. Fonti sanitarie hanno confermato il ricovero e le informazioni diffuse nella notte indicano che il critico d’arte si trova in terapia intensiva e che le sue condizioni sarebbero gravi. Il Gemelli, almeno fino alle prime ore di giovedì 1 ottobre 2026, non ha però diffuso un bollettino clinico dettagliato e non ha reso note le cause che hanno determinato il nuovo ricovero.

La notizia ha cominciato a circolare nella tarda serata di mercoledì 30 settembre ed è stata rilanciata anche durante la trasmissione È sempre Cartabianca. Da quel momento sono iniziate ore di apprensione. Alcune ricostruzioni hanno avanzato ipotesi sulla natura del problema che avrebbe reso necessario il ricovero, ma nessuna diagnosi è stata ufficialmente comunicata. Non è possibile, quindi, collegare quanto sta accadendo in queste ore ai problemi di salute affrontati da Sgarbi negli ultimi due anni.

È difficile, tuttavia, leggere questa notizia senza tornare con la memoria alle immagini più recenti di Sgarbi. Non perché quelle immagini possano fornire una diagnosi, naturalmente, ma perché mostravano un uomo profondamente diverso dal personaggio al quale l’Italia si era abituata per quasi quarant’anni.

La lunga malattia e quel ritorno in pubblico così diverso dal passato

Nel 2025 Sgarbi aveva attraversato uno dei periodi più difficili della propria vita. Era stato ricoverato proprio al Gemelli per una grave sindrome depressiva, accompagnata da una fortissima perdita di peso e dal rifiuto del cibo. Fu lui stesso, successivamente, a raccontare quanto fosse stato profondo quel crollo: aveva perso interesse per ciò che fino a poco tempo prima aveva riempito ogni sua giornata, aveva smesso di desiderare, mangiava pochissimo e il suo fisico si era progressivamente indebolito. In un’intervista alla fine del 2025 raccontò di essere arrivato a 59 chili, prima di recuperare peso durante la convalescenza.

Era un racconto impressionante soprattutto perché riguardava Vittorio Sgarbi. Un uomo che per decenni aveva costruito la propria presenza pubblica sull’energia, sulla velocità del pensiero, sulla capacità di occupare fisicamente e verbalmente uno spazio. Mostre, conferenze, teatri, studi televisivi, consigli comunali, musei, campagne elettorali, presentazioni di libri, polemiche. Per anni era sembrato incapace di fermarsi.

Quando è tornato a mostrarsi in pubblico, tra la fine del 2025 e il 2026, quell’energia appariva almeno esteriormente molto ridimensionata. Le immagini delle apparizioni più recenti hanno restituito un uomo dimagrito e affaticato. Nel febbraio 2026 era tornato alla Certosa di Ferrara; nei mesi successivi altre apparizioni avevano confermato una ripresa della vita pubblica, ma con ritmi e modalità molto diversi dal passato. Tutto questo appartiene alla storia recente della sua salute, ma non consente di formulare conclusioni sul ricovero di oggi.

Ed è forse proprio questo contrasto a rendere così forte l’impressione suscitata dalla notizia arrivata nella notte. Perché per almeno tre generazioni di italiani Sgarbi è stato movimento.

Prima del personaggio televisivo c’è lo storico dell’arte

Il clamore delle liti televisive ha finito spesso per coprire un dato essenziale della sua biografia: prima di diventare il personaggio Sgarbi, c’è stato e continua a esserci lo studioso Vittorio Sgarbi.

Nato a Ferrara l’8 maggio 1952, laureato in Filosofia con specializzazione in Storia dell’arte all’Università di Bologna, ha insegnato, lavorato nell’ambito della tutela dei beni artistici, curato esposizioni in Italia e all’estero ed è diventato accademico di San Luca. Nel corso della sua attività ha presieduto o guidato istituzioni come il Mart di Rovereto, la Fondazione Canova di Possagno e Ferrara Arte. Nel 2011 ha diretto il Padiglione Italia della 54ª Biennale d’Arte di Venezia.

La bibliografia è sterminata. Da Carpaccio a Davanti all’immagine, da Il pensiero segreto alla lunga serie del Tesoro d’Italia, fino ai libri dedicati a Leonardo, Caravaggio, Raffaello e Canova. Una produzione che attraversa decenni e che racconta un interesse non limitato alle opere universalmente celebri: una delle caratteristiche del lavoro di Sgarbi è stata infatti la ricerca di autori dimenticati, dipinti attribuiti male, chiese periferiche, collezioni minori, piccoli musei, territori lontani dai grandi circuiti turistici.

È un aspetto importante per comprendere quello che Sgarbi ha rappresentato nella cultura italiana. Il suo interesse non è mai rimasto confinato nelle grandi sale espositive o nelle pubblicazioni specialistiche. Ha cercato continuamente un pubblico. In questo passaggio nasce il fenomeno Sgarbi.

Il 23 ottobre 1987, quando entrò nello studio di Maurizio Costanzo

La televisione cambia tutto. Il 23 ottobre 1987 Vittorio Sgarbi entra per la prima volta nello studio del Maurizio Costanzo Show. Ha 35 anni, i capelli già inconfondibili, gli occhiali e un modo di discutere che non assomiglia a quello degli accademici abitualmente invitati in televisione. Quella sera discute con persone presenti in platea. È l’inizio di una lunghissima storia televisiva.

Maurizio Costanzo aveva intuito qualcosa che sarebbe diventato evidente negli anni successivi: quell’uomo possedeva una preparazione specialistica ma parlava utilizzando i tempi, il linguaggio e perfino le provocazioni della televisione popolare.

Sgarbi stesso, molti anni dopo, avrebbe raccontato di avere compreso proprio al Costanzo Show quale formidabile strumento fosse la televisione per trasmettere idee a un numero enorme di persone. È uno dei punti centrali della sua storia.

Sgarbi non decise di diventare un intellettuale televisivo rinunciando all’arte. Portò l’arte dentro la televisione, accettando contemporaneamente tutte le contraddizioni di quel mezzo. Poteva parlare di Caravaggio e pochi minuti dopo essere coinvolto in una lite. Poteva spiegare un dipinto del Cinquecento con una precisione da lezione universitaria e immediatamente dopo trasformarsi nel protagonista di uno scontro destinato a essere riproposto per anni.

Anche le Teche Rai conservano alcune delle sue prime apparizioni come professore e critico d’arte, comprese le partecipazioni a Weekend con Raffaella Carrà, nelle quali la storia dell’arte entrava in un programma destinato al grande pubblico.

“Sgarbi Quotidiani” e l’intellettuale che diventa personaggio popolare

Negli anni Novanta quel meccanismo raggiunge la sua forma più compiuta con “Sgarbi Quotidiani”, la rubrica televisiva trasmessa dal 1992 al 1999. Per alcuni minuti, ogni giorno, Sgarbi parla direttamente alla telecamera.

Commenta arte, costume, politica, fatti di cronaca. Attacca, difende, denuncia, provoca. Il critico d’arte diventa definitivamente un personaggio popolare e il suo nome entra nel linguaggio comune. Per quella esperienza televisiva arriverà anche il Premio Flaiano per la televisione nel 2000. La polemica, da quel momento, diventerà inseparabile dal personaggio.

Ci saranno le discussioni con Roberto D’Agostino, Mike Bongiorno, Giampiero Mughini e decine di altri protagonisti della televisione e della cultura. Arriverà perfino una parola destinata a diventare un marchio personale, quel “capra” ripetuto negli studi televisivi fino a trasformarsi in una sorta di tormentone nazionale. Sarebbe però riduttivo raccontare Sgarbi soltanto attraverso le sue liti.

Dietro quelle esplosioni c’era una concezione precisa della presenza dell’intellettuale nello spazio pubblico. Sgarbi ha sempre rifiutato l’idea dello studioso separato dal pubblico. Ha scelto la piazza, la televisione, il confronto, spesso anche lo scontro. Il risultato è stato inevitabilmente controverso: ammirato da alcuni, contestato da altri, criticato molte volte per il linguaggio e per le sue intemperanze, ma raramente ignorato.

L’arte raccontata anche a chi non entrava nei musei

È probabilmente questo uno degli aspetti che resteranno più interessanti della sua esperienza culturale.

Sgarbi ha contribuito a trasformare il critico d’arte in un personaggio riconoscibile anche da chi non leggeva cataloghi, non frequentava convegni e magari non era mai entrato in una grande mostra. Ha parlato di pittura rinascimentale nelle televisioni generaliste. Ha pronunciato nomi di artisti sconosciuti davanti a milioni di spettatori. Ha raccontato chiese, palazzi, sculture, affreschi e piccoli musei usando una lingua lontana dall’impersonalità di molta divulgazione accademica.

La sua forza comunicativa nasceva anche dalla memoria. Nelle conferenze poteva ricostruire genealogie artistiche, confrontare opere lontane tra loro, citare pittori, scrittori e poeti senza trasformare necessariamente il discorso in una lezione per specialisti.

È il paradosso Sgarbi: un uomo profondamente immerso nella storia dell’arte diventato celebre dentro il mezzo popolare per eccellenza, la televisione. E proprio per questo capace di raggiungere persone che probabilmente un tradizionale storico dell’arte non avrebbe mai incontrato.

I musei, le istituzioni e la politica

Parallelamente all’attività culturale e televisiva, Sgarbi ha attraversato a lungo anche la politica e le istituzioni. È stato deputato, amministratore locale, sindaco in diversi Comuni, assessore alla Cultura a Milano e sottosegretario alla Cultura in differenti periodi. Ha guidato o presieduto musei e fondazioni e ha mantenuto costantemente intrecciati attività culturale e impegno istituzionale.

Anche questo percorso è stato accompagnato da polemiche, cambiamenti di schieramento, scontri e controversie. La politica, per Sgarbi, non è mai stata una parentesi silenziosa.

Ma persino nei ruoli istituzionali il suo linguaggio principale è rimasto quello dell’arte. Monumenti, paesaggio, restauri, attribuzioni, mostre, musei e tutela del patrimonio sono stati gli argomenti sui quali ha costruito gran parte della propria identità pubblica.

Oggi quel silenzio impressiona più di tante urla

Per questo le immagini dell’ultimo periodo hanno avuto un impatto così forte: chi per decenni ha visto Vittorio Sgarbi gesticolare, alzare la voce, interrompere, discutere, attraversare un museo quasi correndo da un’opera all’altra ha incontrato improvvisamente un altro Sgarbi: più lento, dimagrito, fisicamente provato.

Non è necessario trasformare quella fragilità in spettacolo. E non è corretto utilizzarla per formulare diagnosi, basta osservare la distanza tra le due immagini.

Da una parte l’uomo che nel 1987 entra al Maurizio Costanzo Show e comprende quasi immediatamente che la televisione può moltiplicare la voce di un intellettuale. Dall’altra l’uomo che, quasi quarant’anni dopo, torna in pubblico dopo una malattia lunga e pesante e continua, nonostante tutto, a presentare libri, parlare d’arte, partecipare agli appuntamenti della propria vita. Vittorio Sgarbi è nuovamente al Gemelli.

Il ricovero è certo. La terapia intensiva viene riferita da fonti sanitarie. La gravità delle condizioni è indicata dalle informazioni circolate nella notte, mentre sulle cause non esiste ancora una comunicazione clinica ufficiale. È quindi necessario attendere gli aggiornamenti dei medici e della famiglia.

Intanto rimane l’apprensione per un uomo che, piaccia o meno il suo stile, occupa da quasi quarant’anni uno spazio riconoscibile nella vita culturale italiana. Uno studioso diventato personaggio televisivo senza abbandonare i libri. Un critico entrato nei musei ma anche nei salotti televisivi. Un polemista che ha trasformato il confronto in una parte della propria identità pubblica.

E soprattutto un uomo che ha scelto di non tenere la cultura a distanza dalle persone.

Oggi, mentre le notizie arrivano dal Gemelli e ogni indiscrezione deve essere trattata con cautela, quella lunghissima voce pubblica è costretta ancora una volta al silenzio. Ed è forse proprio questo, per chi ha attraversato con Sgarbi quasi quarant’anni di televisione, arte e discussioni italiane, a rendere queste ore così inconsuete.

 
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Cronaca

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