Yunus, Nobel per la pace: “Sì reddito di cittadinanza ma poi il lavoro”

Il professor Muhammad Yunus, economista, Nobel per la pace e fondatore del microcredito è stato intervistato da Francesco Vergovich durante la trasmissione "Un Giorno Speciale" su Radio Radio. Definito anche “il banchiere dei poveri”, è autore del libro “Il mondo a tre zeri. Come eliminare definitivamente povertà, disoccupazione e inquinamento”, edito da Feltrinelli. A seguire l'intervista: 

Viviamo in un'epoca che ci porta a segnalare tecnologie straordinarie, a raggiungere risultati in ogni campo, impensabili fino a qualche decennio fa. Eppure vi sono problemi che non solo rimangono, ma aumentano. Parlo della povertà, della disoccupazione, dell'inquinamento… Per quale motivo secondo lei?

Ha descritto estremamente bene quello che è il problema. Il mondo, a mio parere, si è imbarcato su una strada che porterà al disastro. E tutte le cose che noi vediamo e tutti i fatti che ci conducono a questa strada derivano dal sistema capitalistico, che è progettato in un modo negativo e sicuramente è ciò che ci porterà alla strada peggiore. E un po’ come fosse una bomba a tempo. Noi siamo seduti su una bomba a tempo che potrebbe esplodere da un momento all'altro. Quindi io mi rivolgo a tutti quanti, sostenendo che bisogna allontanarsi da questo sentiero in cui ci siamo imbarcati e offro delle soluzioni. Perché noi possiamo superare quelli che sono i problemi che sottostanno alla radice del Capitalismo, offrendo in questo senso un nuovo mondo. Nel nuovo libro che ho pubblicato, "Un mondo a tre zeri", non faccio della teoria su questo argomento, ma parlo di risultati concreti che ci sono. Da molto tempo mi occupo di queste cose e so anche che è possibile andare oltre quella che è una visione molto limitata di un essere umano all'interno di un sistema capitalistico. L'essere umano è descritto come un essere che ha degli interessi puramente egoisti, ma io so che egli è ben più di quello, è molto è più ampio. Ha una parte che, al contrario, è molto generosa. Noi dobbiamo lavorare su quella parte generosa e non soltanto su quella egoista. Questo è il motivo per cui io ho sviluppato delle imprese sociali per risolvere i problemi. Non bisogna pensare, nel mondo dell'impresa, semplicemente al guadagno, al dollaro per sé stesso. Non si può vedere il mondo con questa visione estremamente limitata nel Capitalismo. Non possiamo portare degli occhiali che abbiano il segno dei dollari sopra e null'altro. Dobbiamo indossare gli occhiali bifocali che da un canto hanno il segno del profitto, dall'altro hanno anche il segno di quello che è l'interesse globale. Quindi sia al denaro che all'opportunità per promuovere un cambiamento all'interno del mondo.

Interviene Marco Guidi: nei giorni scorsi, la stampa italiana ha riportato una sua dichiarazione, in cui lei sosteneva che il reddito di cittadinanza non fosse la soluzione migliore per coloro che non hanno reddito. Vorrei chiederle se sia vero e perché. I giornali non hanno in effetti riportato alcuna spiegazione a corredo di quanto da lei detto.

Penso che tutti gli uomini e tutte le donne non debbano essere visti semplicemente come delle persone che cercano lavoro e che quindi diventano un problema se questo lavoro non lo hanno. L’approccio non è quello di dare semplicemente ai disoccupati un salario minimo, o un reddito di cittadinanza o diversi altri sostegni di tipo sociale. Questo va bene per un momento. Se per esempio c’è un’emergenza, qualunque ne sia il motivo, allora io sono assolutamente d’accordo che queste persone debbano ricevere un sostegno da parte dello stato sociale, un welfare. In questo caso bisogna occuparsi di questa emergenza, ma questo è solo il primo passo. E come dicevo, io questo primo passo lo sostengo in tutti i modi. Ma poi, successivamente, c’è il secondo passo: trovare una soluzione che permetta a queste persone di uscire da una situazione di dipendenza. Questo è l’approccio che abbiamo noi: per esempio trovare delle opportunità perché gli esseri umani possano esprimere a pieno quello che è il loro essere creativo. Il sostegno da parte dello Stato deve essere un sostegno solo temporaneo e poi le persone devono uscire da questa situazione di diffidenza, volendolo. Con desiderio e volontà. Non perché ne sono forzate. E noi ci occupiamo proprio di questo: per esempio nel Bangladesh di trovare delle opportunità per cui i giovani diventino degli imprenditori, perché possano sviluppare un lavoro e un reddito. Noi per questo gli prestiamo i soldi. Loro devono ridarci questi soldi. Non il guadagno o il profitto ricavato dalla loro impresa, ma semplicemente la somma che fu loro prestata. In modo tale che noi possiamo riprestare questo denaro, ridarla ad altri, e in questo modo migliaia e migliaia di giovani sono usciti da una situazione di disoccupazione e sono diventati degli imprenditori.

Il tema dell’impresa. Ma come lei già saprà, in Italia molte persone desiderano un posto fisso. Essere sicuri nell’ambito lavorativo in mezzo a mille altre incertezze in Italia è molto difficile. Lei invece promuove il fatto che tutti siamo imprenditori. Ma conosciamo anche la crisi del lavoro. Come si fa a ragionare su questi temi, e cioè convincere che ognuno di noi è un imprenditore?

Non dovete sentirvi male o avere un atteggiamento negativo perché c’è questa situazione in Italia. Perché vi assicuro che questa situazione c’è in tutto il mondo. Ed è la situazione che deriva dal sistema capitalista. Quello che io cerco di fare è di dare un senso alle cose, di dire per esempio “qual è il mio destino”. La premessa sbagliata che dà il sistema capitalista è quella di dire che il mio destino è quello di far domanda per trovare un lavoro fisso. Mentre un vero essere umano è un imprenditore. Non è che noi eravamo nelle caverne, si mandava una domanda per un posto di lavoro dalla caverna numero cinque alla caverna numero dieci. In realtà gli esseri umani si sono formati attraverso i millenni come delle persone che partono per un’impresa, che vanno fuori per ottenere qualcosa. È nel nostro DNA, è qualcosa di sviluppato nei millenni. Mentre il Capitalismo, ci ha insegnato che bisogna lavorare per altri. E questa è la fine della creatività sul lavoro. Riduce la creatività. Quello che fa è prendere un gigante, che è l’essere umano, il quale si vede ridimensionare in modo tale da entrare e rientrare all’interno di quella che è una casella prefabbricata. Mentre il vero essere umano ha più opzioni. Come sapete noi abbiamo sviluppato il microcredito, e abbiamo dato a donne analfabete del Bangladesh ma non solo, 20, 30. 40 dollari. E loro non hanno usato questi soldi per fare una domanda di lavoro, ma li hanno utilizzati per mettere su un’impresa. Ed è quindi qualche cosa di diverso. Mentre altre persone, magari istruite, o magari che hanno avuto delle facilitazioni con le imprese o con le tecnologie sono alla ricerca di un posto di lavoro. Che differenze c’è allora tra le persone istruite e queste donne analfabete sia in Bangladesh sia altrove? Queste ultime sono esseri quasi naturali, mentre le prime hanno avuto la mente contorta: gli è stato spiegato come dovevano comportarsi. Quando uno ha un’istruzione, e qui si pone anche il problema di cambiare questo sistema educativo, ha poi due scelte: può decidere di diventare un imprenditore, di mettere su un’impresa. Oppure può decidere di cercare un posto di lavoro. Nel momento in cui decidesse questa ultima cosa, a quel punto bisogna dirgli quali sono le opzioni disponibili. Noi invece diamo dei capitali e all’impresa e questo vuol dire finanziare un’impresa. E quindi le persone che sono finanziate hanno avuto successo. Si avviano nel mondo degli affari. Io vi assicuro che se si mettono dei soldi sul tavolo, a quel punto la cosa funziona e le imprese decollano.