A un anno dalla morte di Francesco Vergovich, il suo racconto tiene viva la memoria di Valmontone

A un anno dalla morte di Francesco Vergovich, il valore dei suoi ricordi rivive nel libro che ha raccontato Lucio Stoppani e la storia di Valmontone
Di Francesco Vergovich
Francesco Vergovich senior
Francesco Vergovich

A un anno esatto dalla scomparsa di Francesco Vergovich, morto l’8 marzo 2025 all’età di 99 anni, Valmontone può rileggere una parte decisiva del proprio Novecento grazie a un lascito che va ben oltre la sfera privata: la memoria. È questo il cuore più profondo de L’apicoltore del Principe, il volume di Roberto Delle Cese costruito sui ricordi di Vergovich e dedicato a “Valmontone tra il 1942 e il 1948”, anni in cui il paese fu attraversato dalla guerra, dalla paura, dalla devastazione e poi dalla lenta ripartenza. Il libro, già dal sottotitolo, chiarisce la propria natura: non solo il ritratto di Luciano “Lucio” Stoppani, l’apicoltore del principe Doria Pamphilj, ma la restituzione di una stagione storica attraverso la voce di chi l’ha vissuta davvero.

Francesco Vergovich (in alto) e in basso con la mamma Virginia e il fratello Natale

Il testimone che ha salvato un patrimonio della città

La figura di Francesco Vergovich assume oggi un rilievo ancora più forte proprio perché i suoi ricordi non appartengono solo alla genealogia di una famiglia. La sua “non è semplicemente una storia personale e familiare”, ma una vicenda capace di aprirsi alle paure, alle identità, ai ruoli e ai motivi di esistenza di un’intera epoca. E qualche anno fa l’amministrazione comunale di Valmontone ha contribuito a mettere a frutto quei ricordi e a promuovere la pubblicazione del libro L’apicoltore del principe, “per mantenere viva anche la memoria novecentesca di una comunità e della nostra città”. È un passaggio che oggi suona quasi come una consegna morale: la memoria di Vergovich è diventata bene comune.

Non è un riconoscimento di circostanza. In un tempo che spesso consuma in fretta anche le vicende più dense di significato, Francesco Vergovich ha avuto il merito raro di custodire un mondo e di consegnarlo alla pagina prima che scivolasse nell’ombra. Il suo sguardo ha salvato nomi, scene, rapporti, fatiche, luoghi, parole e dettagli che nessun archivio ufficiale avrebbe potuto restituire con la stessa intensità.

I ricordi di Vergovich oltre la dimensione familiare

Anche la prefazione di Luciano Lanna insiste sullo stesso punto e lo fa con parole che definiscono bene il valore pubblico del volume. Quelle pagine, scrive, restituiscono “un affresco di vita, di esistenze reali e di storia corale” che avrebbe rischiato di essere consegnato all’oblio. La storia vera e profonda, osserva Lanna, si ricostruisce attraverso le vicende delle famiglie, perché i grandi fatti che studiamo nei libri restano soltanto la cornice di un intreccio molto più coinvolgente fatto di carne, sangue, memoria, nostalgia e legami. In questo senso L’apicoltore del Principe riesce a fare qualcosa di prezioso: mostra come la storia locale, se raccontata da una voce autentica, diventi racconto universale.

È qui che Francesco Vergovich, lettore infaticabile e per decenni primo frequentatore della biblioteca comunale emerge in tutta la sua importanza. Non come semplice depositario di ricordi, ma come interprete di un passaggio storico. La sua memoria non si limita a elencare fatti. Li mette in relazione, li umanizza, li radica in un paesaggio sociale preciso. Così Valmontone non appare più solo come teatro di eventi bellici o di vicende aristocratiche legate a Palazzo Doria Pamphilj, ma come un organismo vivo, abitato da persone riconoscibili, con i loro timori, i loro slanci, le loro perdite.

Valmontone, la guerra e la vita quotidiana vista da vicino

Il racconto di Francesco Vergovich parte da un viaggio che è già, da solo, un frammento di storia europea. Lui, il fratello Natale e la madre Virginia arrivano a Valmontone da Istanbul, città cosmopolita nella quale la vita per molti cittadini europei stava diventando difficile dopo la nazionalizzazione kemalista e l’inasprimento delle condizioni per gli stranieri. Da quel lungo tragitto comincia una nuova esistenza, ma comincia anche una nuova osservazione del mondo.

A Valmontone i due ragazzi entrano in un microcosmo fitto di relazioni. Lo zio Lucio abita a Palazzo Doria Pamphilj, dove vive e lavora come apicoltore del principe. Attorno a lui si muovono figure che nelle mani di un testimone meno sensibile sarebbero rimaste comparse, ma che nei ricordi di Vergovich acquistano spessore e voce: il ragioniere Memmo Palazzi, il fattore Salvitti, gli abitanti del palazzo, i lavoratori delle terre, le famiglie sospese in un’attesa continua. Sono presenze che permettono al lettore di cogliere la sostanza umana del paese, il suo tessuto vivo, la sua identità concreta.

È proprio in questo che la testimonianza di Francesco si rivela straordinaria. La guerra, nelle sue pagine, non è mai astratta. Non è solo il riflesso delle decisioni prese altrove. È un’esperienza che tocca i corpi, le case, il lavoro, i campi, i rapporti. L’8 settembre a Valmontone, per esempio, arriva come “un giorno come tutti gli altri”, ma dentro quel giorno apparentemente ordinario si apre la soglia di una fase drammatica. Da quel momento in poi la storia accelera e investe il paese con tutta la sua durezza.

Lucio Stoppani e il mondo raccontato da Francesco Vergovich

Il libro ruota attorno a Luciano Stoppani, “Lucio”, l’apicoltore del principe, ma il vero valore narrativo dell’opera sta nel modo in cui Vergovich gli costruisce intorno un’intera civiltà minuta. Lucio, nato in una famiglia di origine lecchese, formatosi in un contesto colto e internazionale, appassionato di apicoltura e di lettura, arriva a Valmontone con una storia personale ricca e fuori dall’ordinario. Il volume ricorda il suo lavoro con gli alveari, il rapporto con i Doria Pamphilj, la divisione del miele con il principe, il progetto di far crescere l’attività, fino alla ripresa del dopoguerra che porterà il “Miele Stoppani” a diventare un prodotto richiesto anche da commercianti romani e da grandi operatori del settore.

Ma tutto questo acquista forza proprio perché passa attraverso l’occhio di Francesco Vergovich. È lui a dare misura umana a quel percorso. È lui a trasformare un mestiere in una storia, una presenza familiare in un simbolo di tenacia, una vicenda produttiva in una pagina di ricostruzione economica e morale. Senza il suo racconto, Lucio Stoppani sarebbe rimasto forse un nome significativo per alcuni; con i suoi ricordi diventa invece una figura che parla a tutta la città.

In fondo Lucio Stoppani, la moglie Marika e i figli Viola, Alberto e Anna

La memoria come responsabilità civile

Uno dei tratti più belli che emergono dalle pagine introduttive è la descrizione di Francesco Vergovich, ci ripetiamo, come “imbattibile lettore”, uomo curioso, aperto alle nuove amicizie e agli incontri. Non è un dettaglio marginale. Aiuta a capire la qualità della sua testimonianza. Una memoria tanto nitida non nasce solo dall’età o dalla vicinanza ai fatti, ma da una disposizione intellettuale e umana: osservare, trattenere, ascoltare, comprendere. Francesco Vergovich non ricordava soltanto. Sapeva dare forma a ciò che ricordava.

Ecco perché, un anno dopo la sua morte, il suo nome merita di essere richiamato non in modo rituale ma sostanziale. Il suo contributo ha permesso a Valmontone di non perdere un tratto decisivo del proprio volto. Ha offerto al territorio uno strumento di riconoscimento, un archivio sentimentale e storico, una narrazione capace di unire famiglie, luoghi e destini individuali a un quadro più grande. In tempi nei quali la memoria rischia spesso di ridursi a celebrazione superficiale, il caso di Francesco Vergovich dice il contrario: ricordare bene significa consegnare agli altri un pezzo di verità.

Un anno dopo, il senso di un’eredità

Rileggere oggi L’apicoltore del Principe significa allora compiere un gesto doppio. Da una parte si rende omaggio a un uomo che ha attraversato quasi un secolo di vita e che ha saputo trattenere ciò che conta. Dall’altra si riconosce che quei ricordi hanno un valore che supera la biografia individuale. Sono diventati uno strumento di identità per Valmontone, una chiave per comprendere gli anni della guerra e della ricostruzione, una prova concreta del fatto che la memoria delle persone comuni può contenere la sostanza più vera della storia.

A un anno esatto dalla scomparsa di Francesco Vergovich, il suo lascito appare dunque nitido: non solo il ricordo di una vita lunga e intensa, ma la restituzione di una stagione decisiva della città. Ed è forse questa la forma più alta di eredità civile. Aver fatto in modo che Valmontone non smarrisse la propria voce.

 
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Cronaca

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