Luciano Fontana, una vita per il teatro: “I premi frutto di anni di lavoro, anche se qualcuno mi ha dato per scontato”

Luciano Fontana racconta una vita di teatro: Proietti, Manfredi, Corrado, Valmontone, famiglia, premi e giovani attori
Di Francesco Vergovich
Luciano Fontana con Marco Vitale
Luciano Fontana con Marco Vitale

Luciano Fontana sta vivendo una fase particolare della sua lunga carriera: premi, riconoscimenti e attestati di stima stanno arrivando con una continuità che restituisce il senso di un lavoro costruito nel tempo, senza scorciatoie. Attore, regista, autore, direttore della Compagnia Teatro Nuovo di Valmontone e insegnante di recitazione, Fontana ha attraversato generi, palcoscenici ed esperienze molto diverse, mantenendo costante un principio che torna più volte nel corso di questa intervista: «Il teatro è una cosa seria». Una convinzione maturata da bambino, rafforzata dalla formazione, dall’incontro con maestri importanti e dall’ammirazione per Gigi Proietti, ma anche da una vita nella quale il lavoro ordinario, la famiglia e il teatro hanno dovuto convivere grazie a sacrifici non piccoli.

Luciano Fontana, dai primi palcoscenici ai riconoscimenti di oggi

La sua storia parte da Valmontone e addirittura dai ricordi della prima infanzia, quando assisteva alla Sacra Rappresentazione per poi tornare a casa e interpretarne i personaggi. Passa per gli anni difficili trascorsi in collegio, per un padre poeta che aveva a sua volta calcato il palcoscenico, per la formazione teatrale e per la scelta, arrivata in un momento decisivo, fra l’Accademia Silvio d’Amico e un posto di lavoro che, ultimo di sette figli, Fontana non si sentì di rifiutare.

Il teatro, però, non lo ha mai lasciato. Fontana lo ha portato avanti insieme al lavoro, trasformandolo progressivamente in una parte centrale della propria esistenza. Ha recitato, scritto, diretto spettacoli, formato giovani attori e affrontato anche occasioni televisive importanti. Nell’intervista racconta il premio ricevuto dalle mani di Nino Manfredi e quell’abbraccio inatteso dopo aver scoperto di essere entrambi legati allo stesso territorio; ricorda la vittoria alla Corrida di Corrado, l’esperienza con Renato Zero e un provino per Fantastico 7 di Pippo Baudo che sembrava poter aprire un’altra strada.

C’è poi Gigi Proietti, riferimento artistico dichiarato, dal quale Fontana dice di avere imparato soprattutto il rapporto con il pubblico e quella capacità di vivere il palcoscenico come se fosse casa propria.

Ma l’intervista entra anche nella sfera personale: la moglie Patrizia e le figlie Selene e Sveva, la nipotina Stella e il rapporto con Valmontone, le soddisfazioni ottenute spesso lontano dalla propria città, qualche amarezza mai completamente cancellata, il calcio, la Juventus, la necessità della solitudine dopo mesi di prove e tensioni, il lavoro con gli allievi e il desiderio di continuare a insegnare soltanto a chi dimostra di volere davvero il teatro.

Di seguito l’intervista a Luciano Fontana. L’incontro, ormai abituale, nella Barberia Tradizionale di Marco Vitale.

«Questi premi sono il frutto di anni di lavoro»

Vergovich: Oggi arrivano premi, riconoscimenti e attestati di stima con una continuità particolare. Che effetto ti fa vivere questa fase della tua carriera? È il momento in cui senti che il lavoro di tanti anni ti sta tornando indietro?

Fontana: L’effetto è sicuramente molto bello. Questo è il frutto di anni di lavoro, del credere sempre che quello che si fa con professionalità prima o poi ritorni. Questo, forse, è uno dei periodi più belli della mia carriera.

Vergovich: Quando nasce davvero il tuo amore per il teatro? Ricordi il momento in cui hai capito che salire su un palcoscenico non sarebbe stato soltanto uno svago, ma qualcosa di molto più importante?

Fontana: Nasce da piccolo. Mi ricordo che forse avevo due anni, non lo so con precisione. Mi portavano a vedere la Sacra Rappresentazione e, quando tornavo a casa, interpretavo i personaggi che avevo visto durante lo spettacolo.

Vergovich: Quindi la Sacra Rappresentazione è stata in qualche modo il primo impulso. Che ragazzo era Luciano Fontana prima del teatro? Timido, estroverso, osservatore? Avevi già tante storie da raccontare o magari imitavi gli artisti che vedevi in televisione?

Fontana: Sin da ragazzino ho avuto, forse a differenza di molti altri, un’infanzia particolare. Ho trascorso diversi anni in collegio, prima durante le elementari e successivamente ad Artena. È stata un’infanzia molto dura. Forse, però, proprio in quel periodo si è mosso qualcosa dentro di me e ho acquisito quella sensibilità che successivamente mi è servita moltissimo nel teatro.

Vergovich: Nella tua famiglia d’origine c’era qualcuno che aveva intuito questa vocazione?

Fontana: Mio padre era, tra virgolette, un artista. Era un poeta, scriveva poesie e sicuramente amava anche il teatro. Soltanto molti anni dopo seppi da lui che aveva calcato anche il palcoscenico. Per me fu una sorpresa e pensai che evidentemente c’era già un seme.

Vergovich: Un seme che poi ha germogliato. Qual è stato il tuo primo vero rapporto con un palcoscenico e che cosa ricordi delle prime volte davanti a un pubblico?

Fontana: Già in collegio, quando c’erano delle feste, venivo scelto per raccontare qualcosa, leggere poesie o fare gli auguri. Da lì cominciava già il mio rapporto con un pubblico, anche se allora era naturalmente un pubblico amico.

L’incontro con il maestro e la formazione teatrale

Vergovich: C’è stato l’incontro con un maestro, un collega o un regista che ha cambiato concretamente il tuo modo di intendere il teatro?

Fontana: Dopo il secondo periodo in collegio e terminate le medie ci fu un incontro veramente importante, che cambiò il percorso della mia vita teatrale: quello con Angelo Recanatesi. Dirigeva una compagnia in parrocchia, nel famoso teatrino Don Paolo. Entrai subito in quel circuito teatrale e mi venivano spesso assegnate parti da protagonista. Angelo è stato un maestro che mi ha fatto comprendere che il teatro è una cosa seria, con la quale non si scherza. Mi preparò anche per l’Accademia Silvio d’Amico.

Feci il provino e fui considerato un talento naturale. Proprio in quel periodo, però, arrivò anche il posto di lavoro e non potei frequentare l’Accademia. Ripresi la formazione qualche anno dopo frequentando l’Accademia Sharoff di Roma. Lì trovai insegnanti molto bravi e approfondii la tecnica teatrale, perché il teatro non è soltanto anima e non è soltanto tecnica: è un insieme delle due cose e soltanto quando riesci a unirle arriva il risultato.

Gigi Proietti: «Sul palcoscenico sapeva sentirsi a casa»

Vergovich: Hai sempre guardato con particolare ammirazione a Gigi Proietti. Che cosa rappresentava per te? Il grande attore, il maestro, l’uomo di teatro capace di fare praticamente tutto?

Fontana: Il primo grande spettacolo che feci da solo nacque nel momento in cui vidi A me gli occhi, please di Gigi Proietti. Rimasi folgorato. E da pazzo, perché gli artisti a volte sono pazzi e proprio quella pazzia può portarti a risultati inaspettati, misi in piedi Brutto, sporco e cattivo.

Stavo in scena per due ore da solo, con un chitarrista e tre ballerine. Fu un successo. Da lì nacque anche Frega frega scappa, un musical con il quale ottenemmo un importante premio nazionale.

Vergovich: Che cosa hai cercato di imparare maggiormente da Proietti? I tempi comici, il rapporto con il pubblico, la disciplina, la capacità naturale di stare in scena? C’è una qualità particolare che hai cercato di seguire?

Fontana: Prima di entrare in scena, ancora oggi, provo sempre quella piccola ansia che poi diventa il motore che ti porta a volare sul palcoscenico. Da Proietti ho imparato soprattutto quel suo modo di sentirsi a casa, di spaziare, di affrontare il pubblico. Perché il pubblico o lo affronti oppure vieni mangiato dal pubblico.

Lui era un grande “mangiatore” di pubblico perché sapeva relazionarsi con le persone e vivere la scena insieme a loro. Sul palcoscenico non si è mai veramente soli, anche quando si recita da soli. Per me non esiste realmente la quarta parete: il teatro è quasi un palcoscenico rotondo nel quale sono compresi l’attore sulla scena e il pubblico in platea.

Nino Manfredi e quell’abbraccio impossibile da dimenticare

Vergovich: Qual è il momento più emozionante che ricordi sul palcoscenico? Hai una carriera lunga, con tante soddisfazioni. Qual è stata l’emozione più forte?

Fontana: I momenti sono stati tantissimi e ancora oggi ogni volta sembra quasi la prima volta che salgo sul palcoscenico. Forse è proprio questo che continua a portarmi a fare teatro e credo che lo farò per tutta la vita.

Vergovich: Però vorrei un momento preciso. Uno che ti è rimasto impresso più degli altri, magari anche legato alla televisione o a un premio.

Fontana: Ce n’è uno che racconto ancora oggi ai ragazzi. Fui premiato per la migliore regia da Nino Manfredi. Annunciarono: “Vince Luciano Fontana, Compagnia Teatro Nuovo di Valmontone”. Manfredi si avvicinò e mi disse: “Ma tu sei di Valmontone?”. Gli risposi di sì. Mi abbracciò e cominciò a piangere. Mi disse: “Ma noi siamo paesani”.

In quel momento mi sentii il più piccolo del mondo, perché avevo davanti un mostro sacro come Manfredi. È un episodio che fa capire quanto la sensibilità di un attore possa arrivare oltre confini che non immagini.

Vergovich: C’è invece un ruolo che avresti voluto interpretare e che ancora non hai avuto l’occasione di affrontare?

Fontana: Devo riconoscere di essere passato attraverso tantissimi ruoli diversi. Ho fatto il comico brillante, il cabaret, Pirandello, ruoli drammatici. Non mi sono mai fermato su un solo personaggio o su un cliché d’attore, proprio per scelta. Preferisco continuare a spaziare.

Il lavoro e il teatro: «Sono l’ultimo di sette figli, dovevo scegliere»

Vergovich: Hai sempre mantenuto anche un lavoro ordinario parallelamente all’attività teatrale. È stata una scelta di sicurezza, una responsabilità familiare oppure non hai mai voluto trasformare completamente il teatro in un mestiere dal quale dipendere economicamente?

Fontana: Questa è una bella domanda. Vengo da una famiglia di sette figli e sono l’ultimo. Nel momento forse più importante della mia vita mi trovai davanti alla scelta fra l’Accademia Silvio d’Amico e un posto di lavoro. Capisci che c’era anche una responsabilità.

Erano altri tempi. Mi avrebbero detto: “Ma tu sei pazzo? A un posto di lavoro non si rinuncia”. Alla fine feci quella scelta: lavorai e contemporaneamente, con tanti sacrifici, continuai a fare teatro.

Vergovich: Hai mai avuto la sensazione che il fatto di non vivere esclusivamente di teatro abbia portato qualcuno a sottovalutare il tuo lavoro d’artista? Che qualcuno pensasse che valessi meno perché non eri un attore a tempo pieno?

Fontana: È giusto che ognuno possa pensare quello che vuole. La cosa importante è che tutti i pensieri e tutte le parole finiscono nel momento in cui vai in scena. Lì devi dare risultati, emozioni e sensazioni. Devi lasciare qualcosa. Tutto il resto conta poco.

Teatro Nuovo di Valmontone e la formazione dei giovani

Vergovich: Il Teatro Nuovo di Valmontone è diventato nel tempo molto più di una compagnia. Quando hai capito che, accanto agli spettacoli, sarebbe stato importante formare anche nuovi attori?

Fontana: Quando preparavo gli spettacoli avevo spesso persone che, tra virgolette, non erano ancora attori: non avevano frequentato un’accademia e non avevano esperienza teatrale. Automaticamente, mentre mettevo in piedi lo spettacolo, diventavo anche il loro insegnante, un maestro di teatro. E vedevo che le cose funzionavano.

Vergovich: Il talento può essere costruito con il lavoro oppure o c’è o non c’è?

Fontana: Il talento o ce l’hai o non ce l’hai. Puoi diventare un bravo attore, ma per essere un grandissimo attore serve qualcosa che va oltre. È la stessa cosa per un musicista o per un ballerino. Tecnicamente possono fare tutti la stessa scala musicale, ma quando ascolti un grande pianista ti accorgi che va oltre le sette note. Un grande ballerino ti fa sognare, così come un grande attore. C’è sempre qualcosa in più.

Vergovich: Che cosa cerchi di trasmettere agli allievi oltre alla tecnica teatrale?

Fontana: In Accademia facciamo innanzitutto tre mesi dedicati alla tecnica, perché è fondamentale: dizione, ortofonia, psicotecnica, recitazione. Sono strumenti basilari per un attore, perché puoi avere una grande anima, ma se non possiedi i mezzi per esprimerla non riesci a trasmetterla.

Successivamente si lavora anche sull’anima. Io ho studiato il metodo Stanislavskij alla Sharoff: significa entrare nel personaggio anche attraverso situazioni della vita, dolorose, divertenti o di altro genere. Solo allora riesci davvero a trasmettere qualcosa. Altrimenti davanti al pubblico rimane un muro e non arriva nulla.

Luciano Fontana quando il sipario si chiude

Vergovich: Chi è Luciano Fontana quando si chiude il sipario? Che uomo sei nella vita quotidiana?

Fontana: Quando le mie figlie erano piccole ero un papà che le seguiva molto. Facevo il mio lavoro e cercavo di essere disponibile anche per le richieste che arrivavano dall’amministrazione, dagli amici, per presentazioni e altre iniziative. Non mi sono mai sentito al di sopra di nessuno.

E ai ragazzi dell’Accademia dico sempre anche un’altra cosa: non bisogna sentirsi mai al di sotto di nessuno. Né sopra né sotto.

Poi mi piace molto il calcio. Tifo Juventus e quando la Juventus perde sto male. Chiudo la televisione e non voglio vedere più niente.

Vergovich: Quanto è importante per te la famiglia che hai costruito negli anni?

Fontana: La famiglia è stata sicuramente la parte più importante. Con il tempo Patrizia, mia moglie, è entrata anche nella compagnia. Si occupa delle basi musicali, mi fa da aiuto regia e mi consiglia. Lo stesso fa mia figlia Selene. Ho bisogno di queste persone e il fatto che siano anche la mia famiglia per me è molto importante.

Vergovich: La tua famiglia ha dovuto accettare anche le assenze, le prove, gli spettacoli e tanti fine settimana dedicati al teatro.

Fontana: È vero. Per anni, ad esempio, ho curato la regia del Presepe Vivente e quindi la notte di Natale e i giorni precedenti non li trascorrevo in famiglia. Il giorno dell’Epifania non ero a casa. Con la Sacra Rappresentazione accade la stessa cosa.

Sono impegni che non si improvvisano. Richiedono tempo. Quando devi lavorare con più di duecento persone devi fare maturare ognuno nel proprio personaggio e non è semplice.

Vergovich: Riesci comunque a frequentare gli amici?

Fontana: Sì. Gli amici sono pochi ma buoni e diversi sono anche parenti con i quali condividiamo delle serate.

Gli errori sul palco che fanno ridere anche gli attori

Vergovich: Che cosa riesce ancora a farti ridere sul serio?

Fontana: Spesso mi fanno ridere gli errori che facciamo noi attori in scena e dei quali il pubblico magari non si accorge nemmeno. Durante Il padrone, per esempio, in una battuta avrei dovuto dire “due pinze e una tenaglia” e invece mi uscirono “due pizze e una ricotta”.

Lo dissi con una convinzione tale che non me ne accorsi nemmeno io. Quando entrai dietro le quinte vidi gli altri che ridevano e chiesi: “Ma che cosa è successo?”.

Vergovich: Sei una persona che ama stare sempre in mezzo alla gente oppure, dopo tanto palcoscenico, senti anche il bisogno della solitudine?

Fontana: La solitudine è importantissima. Ti dà la possibilità di riflettere e di sgombrare la testa da tutte le tensioni. Quando si apre un sipario, dietro quel momento non c’è soltanto quell’istante: ci sono mesi di lavoro. Alla fine arriva il momento in cui hai veramente bisogno di rilassarti.

Dal calcio alla pallavolo, le passioni fuori dal teatro

Vergovich: Oltre al teatro c’è lo sport. Hai giocato anche a calcio.

Fontana: Sì, sono arrivato anche in Serie D come portiere a Palestrina. Il calcio è quindi una passione che viene anche dalla mia esperienza personale.

Vergovich: E poi c’è la pallavolo.

Fontana: Anche quella è diventata una passione seguendo il percorso in famiglia, iniziato a Valmontone con nostra figlia Sveva e arrivato fino alla Serie B con Civitanova Marche. Abbiamo seguito tutta questa evoluzione e naturalmente mi sono appassionato e nel frattempo Sveva ci ha regalato un dono prezioso, la nostra nipotina Stella.

Vergovich: C’è qualcosa che avresti voluto fare nella vita completamente lontano dal teatro?

Fontana: No, faccio fatica a pensarmi al di là del teatro. È già una vita piena.

La vittoria alla Corrida e quella telefonata che non arrivò da Valmontone

Vergovich: In una carriera così lunga ci sono state sicuramente anche delle delusioni. Qual è quella che ti ha ferito maggiormente?

Fontana: Le delusioni arrivano soprattutto quando riesci a ottenere dei risultati e magari quel successo non viene riconosciuto. Allora ti chiedi perché.

Vergovich: Ma vorrei un episodio preciso. Un riconoscimento importante al quale magari è seguito il silenzio da parte di chi ti conosceva.

Fontana: Penso anche a quando vinsi La Corrida. Fu una sfida un po’ da pazzo, perché già facevo l’attore. Era la prima edizione televisiva con Corrado, partecipai alla terza puntata, portai un pezzo di Petrolini e vinsi alla grande.

Da parte dell’amministrazione comunale, però, non arrivò niente. Come se non fosse successo.

Vergovich: E parliamo di una televisione che allora raggiungeva un pubblico enorme.

Fontana: Milioni e milioni di persone. C’erano Rai Uno, Rai Due, Canale 5 e soprattutto c’era Corrado. La cosa curiosa è che la puntata andò in onda a luglio e a settembre partii per il viaggio di nozze. Ovunque andassi venivo riconosciuto, le persone mi circondavano e mi chiedevano autografi.

Eppure dalla mia città non arrivò neppure quella semplice telefonata per dirmi: “Bravo”. Quella cosa mi dispiacque.

Renato Zero e Fantastico 7, le grandi occasioni rimaste a metà

Vergovich: C’è stato un momento in cui hai avuto un’occasione più grande delle altre che poi è sfumata?

Fontana: Ce ne sono state diverse. Una in particolare riguarda Renato Zero. Mio fratello mi disse: “Guarda che Renato Zero sta cercando attori, ballerini, cantanti e musicisti per creare un gruppo di dodici artisti”.

Feci domanda e mi chiamarono per un provino al Piper di Roma. Quando arrivai c’erano circa duemila persone e pensai: “Ma dove vado?”. Poi arrivò il mio momento.

Ero nella sala del Piper prima di esibirmi quando entrò Renato Zero. Mi guardò e mi disse: “Ma io ti conosco”. Gli risposi: “No, semmai sono io che conosco te”. Invece insisteva. Poi ricordammo che ci eravamo incontrati perché, dopo la vittoria alla Corrida, Corrado organizzava a Tivoli delle serate con tanti grandi artisti e in una di quelle occasioni c’era anche Renato Zero.

Feci il provino e qualche giorno dopo arrivò la chiamata: ero stato scelto fra i dodici. Girammo al Teatro Vittoria una serie di puntate che però non andarono mai in onda. Era una formula che potremmo paragonare a Saranno famosi: entravamo tutti insieme, ballavamo con Renato Zero, cantavamo la sigla e poi ciascuno si esibiva. Non ho mai capito realmente perché quelle puntate non siano state trasmesse.

Vergovich: E poi ci fu Fantastico 7.

Fontana: Sì, un’altra grande occasione. Feci un provino per Fantastico 7 che andò benissimo. A mezzanotte arrivò la telefonata: “Sei stato preso a Fantastico 7”.

Vergovich: Chi c’era in quella edizione?

Fontana: C’era Pippo Baudo. Era prevista una sorta di competizione a squadre, con artisti guidati da grandi personaggi del mondo dello spettacolo, quasi come un campionato con andata e ritorno. Ero stato scelto, poi il progetto cambiò: invece di ventiquattro persone ne presero dodici. Fra quelli che andarono avanti c’era anche Pieraccioni.

Questi sono stati due momenti nei quali avevo fatto delle belle cose, ero arrivato molto vicino a un’occasione importante, ma poi non sono riuscito ad andare fino in fondo.

«Non cerco vendetta, provo a imparare anche dalle delusioni»

Vergovich: C’è qualcosa che ancora oggi non riesci a perdonare a qualcuno?

Fontana: Sono un pacifista nel senso che tendo a superare le cose. Non significa dimenticare completamente, perché nella vita è giusto ricordare quello che è accaduto, ma senza vendetta.

Cerco sempre di utilizzare anche le esperienze negative per migliorare e spesso mi domando se anch’io abbia avuto una parte di responsabilità.

Luciano Fontana e Valmontone: amore, teatro e qualche amarezza

Vergovich: Sei profondamente legato a Valmontone. Che rapporto hai oggi con la tua città?

Fontana: È la città dove vivo, dove ho la scuola di recitazione e dove ho i miei amici, pochi ma importanti.

Vergovich: Quanto di Valmontone c’è nel tuo modo di raccontare le persone e di fare teatro?

Fontana: Valmontone la amo. Qui abbiamo fatto i primi grandi passi. Ricordo quando debuttammo con Terra mara, uno spettacolo che venne ripreso anche dalla Rai e che rappresentammo per venticinque o trenta serate.

Il rapporto inizialmente era molto forte. Poi forse anch’io, preso dai tanti impegni, mi sono un po’ distaccato.

Vergovich: Valmontone ti ha dato più soddisfazioni oppure più delusioni?

Fontana: Diciamo entrambe, quasi allo stesso modo.

Vergovich: Un cinquanta per cento di soddisfazioni e un cinquanta per cento di delusioni. Ti sei mai sentito maggiormente apprezzato fuori da Valmontone rispetto alla tua città?

Fontana: Purtroppo devo dire di sì. Forse qui alcune cose vengono date per scontate, non lo so. Fuori, invece, capita qualcosa di molto bello: ti trovi davanti a persone che apprezzano quello che fai in un modo che non ti aspetti.

Il rapporto con il Comune e con i cittadini

Vergovich: Il rapporto con le amministrazioni comunali nel corso degli anni è stato quello che ti saresti aspettato per una realtà teatrale come il Teatro Nuovo?

Fontana: Con Matteo Leone, l’assessore alla Cultura, ho sempre avuto un ottimo rapporto, anche di amicizia. Gliel’ho sempre detto con molta chiarezza: “Matteo, la prima volta che ti sei presentato io non ti ho votato, però metto a disposizione la mia arte se può essere utile”.

Da lì è iniziato un percorso molto bello e con lui mi sono rapportato sempre di più anche a livello comunale.

Vergovich: Hai mai avuto però la sensazione che il lavoro culturale tuo e del Teatro Nuovo fosse considerato meno di quanto avrebbe meritato? E, guardando ai cittadini, pensi che abbiano compreso fino in fondo il valore di avere una compagnia che non soltanto produce teatro, ma forma giovani e porta il nome di Valmontone fuori dal territorio?

Fontana: Per quanto riguarda gli spettacoli il pubblico c’è sempre stato. Abbiamo fatto moltissimi sold out. Spesso, però, una parte molto consistente degli spettatori arrivava da fuori Valmontone.

Vergovich: C’è stato un momento in cui Valmontone ti ha dimostrato un affetto particolare che non hai dimenticato?

Fontana: Sono stato chiamato molte volte per presentare manifestazioni, il premio letterario e tante altre iniziative. Ho curato la regia della Sacra Rappresentazione e ho ricevuto apprezzamenti. Non posso certamente dire che non ci siano stati.

«Valmontone dovrebbe credere di più nell’arte e nel bello»

Vergovich: Di che cosa avrebbe bisogno oggi Valmontone per diventare una città migliore?

Fontana: Di credere un po’ di più nell’arte e nel bello. Bisognerebbe educare sin da piccoli ad amare il bello, perché se un bambino, già a partire dalla scuola, riesce a comprenderlo e ad amarlo, sicuramente anche quello che costruirà successivamente sarà migliore.

Vergovich: Qual è il luogo di Valmontone al quale sei maggiormente legato dal punto di vista emotivo?

Fontana: La Valle. Io sono nato alla Valle. Per me è sempre stata qualcosa di importante. Ci sono nato, ci ho vissuto con i miei fratelli e con i miei genitori. Per me la Valle è il cuore pulsante.

Vergovich: Pur non essendo il centro storico. Se dovessi raccontare Valmontone in uno spettacolo e potessi andare a pescare anche qualche decennio indietro, quale personaggio porteresti sul palcoscenico per raccontare la città?

Fontana: Non ce n’è uno in particolare. Forse la persona che mi ha dato maggiormente, e torniamo ancora al teatro, è sicuramente Angelo Recanatesi.

«Un attore che pensa di essere arrivato è finito»

Vergovich: Arrivato a questo punto della tua carriera, senti ancora di avere qualcosa da dimostrare?

Fontana: L’attore ha sempre qualcosa da dimostrare. Non si arriva mai. Nel momento in cui un attore pensa di essere arrivato, è finito come attore, perché non prova più emozioni e di conseguenza non riuscirà più a darle agli altri.

Non si finisce mai di imparare.

Vergovich: Stai già preparando qualcuno che possa accompagnarti in questi anni e, un giorno, raccogliere la tua eredità artistica?

Fontana: Ho insegnato a tantissimi ragazzi. Alcuni oggi fanno altro, altri hanno realizzato cose importanti e per me questa è una grandissima soddisfazione.

Negli ultimi anni, in Accademia, ho avuto risultati che mi hanno reso particolarmente orgoglioso. Matteo Marsili, un ragazzo di Colleferro, a diciassette anni ha portato un monologo e ha ottenuto un importante riconoscimento. Poi c’è Giorgia Fortuna, di Valmontone, che è arrivata a sedici anni dicendomi semplicemente: “Io voglio fare teatro”.

Era dicembre e le dissi che arrivava tardi, perché aveva perso i tre mesi di preparazione di base. Ma continuava a ripetermi: “Io voglio fare teatro”. Le proposi di partecipare ad alcune lezioni e vedere cosa sarebbe successo. È rimasta, si è preparata e ha poi vinto al Golden il premio come migliore attrice protagonista confrontandosi con decine di altre interpreti.

Ci sono inoltre giovani che vengono selezionati per esperienze nazionali e stage importanti. Quando vedo questi risultati capisco che qualcosa di quello che riesco a insegnare arriva.

Ma io voglio insegnare soprattutto a chi vuole veramente fare teatro. Il tempo non va perso.

Come vorrebbe essere ricordato Luciano Fontana

Vergovich: Se dovessi guardare molto più avanti, come vorresti essere ricordato? Quali sono, secondo te, le qualità che ti hanno distinto durante tutti questi anni di teatro?

Fontana: Spero di aver fatto vivere delle forti emozioni. Questa forse è la cosa più bella. E spero di averlo fatto nella maniera più vera e professionale possibile perché, come ti ho detto all’inizio, il teatro è una cosa seria, molto seria.

È bello che tutti possano fare teatro, ci mancherebbe. Ma se vuoi fare teatro con la T maiuscola devi impegnarti e devi veramente sudare sette camicie.

«Provate a entrare in teatro: scoprirete uno scambio di vita»

Vergovich: Chiudiamo con un messaggio ai tuoi concittadini e anche alle persone che non conoscono il teatro, che magari ne sono diffidenti o pensano di potersi annoiare. Persone che non hanno mai scoperto l’emozione di uno spettacolo dal vivo, che cambia ogni sera anche quando viene rappresentato per un mese consecutivo. Che cosa diresti loro?

Fontana: A chi non è dentro questo mondo il teatro può apparire in mille modi diversi. Io dico: provate a entrare. Provate a fare teatro.

Vi accorgerete di trovare un gruppo di persone che lavora per lo stesso progetto. Ci sono momenti di divertimento, momenti di sofferenza, c’è soprattutto uno scambio di vita. E questo significa già vivere qualcosa di importante.

È sicuramente più semplice perdersi in un bar o in tante altre cose. Il teatro, invece, offre mille possibilità. E se poi scopri di avere anche talento, ti accorgi che può essere ancora più bello. Questo è il messaggio che voglio lasciare.

 
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