Denise aveva 35 anni, viveva ad Ariccia, ai Castelli romani, aveva un figlio piccolo e portava sulle spalle una storia che avrebbe schiacciato molte persone. Era la figlia di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ’ndrangheta nel 2009 per aver scelto di rompere con l’ambiente criminale nel quale era cresciuta. Denise aveva seguito sua madre nella vita sotto protezione e, dopo l’assassinio di Lea, aveva compiuto una scelta altrettanto difficile: testimoniare contro suo padre Carlo Cosco, costituirsi parte civile e contribuire alla ricerca della verità sull’omicidio della madre. Denise è morta il 10 settembre, dopo alcuni giorni di ricovero. Aveva tentato di togliersi la vita domenica 6 settembre.
La sua morte non autorizza nessuno a costruire facili rapporti di causa ed effetto. Sarebbe scorretto sostenere che Denise abbia compiuto quel gesto perché era stata una testimone, perché aveva vissuto sotto protezione o perché lo Stato l’avesse abbandonata. La vita di una persona e le ragioni di un suicidio non possono essere ridotte a una spiegazione unica. Ma sarebbe altrettanto sbagliato archiviare questa storia senza porre una domanda che riguarda migliaia di cittadini: che cosa accade davvero a una persona quando decide di aiutare la giustizia?
Denise e Lea, una scelta di legalità pagata con una vita completamente diversa
Lea Garofalo aveva iniziato a collaborare con gli investigatori raccontando fatti e dinamiche delle famiglie legate alla ’ndrangheta. Dal 2002 lei e Denise erano state sottoposte a misure di protezione. Lea venne assassinata a Milano il 24 novembre 2009. Il suo corpo fu bruciato e i resti furono recuperati soltanto anni dopo, grazie alle dichiarazioni di Carmine Venturino. Carlo Cosco, padre di Denise ed ex compagno di Lea, è stato condannato definitivamente all’ergastolo insieme ad altri responsabili del delitto.
Denise non rimase ai margini del processo. A soli 19 anni testimoniò. Si costituì parte civile contro suo padre. In aula veniva protetta da un paravento. Significa immaginare una ragazza chiamata a raccontare davanti alla giustizia che l’uomo che era suo padre era coinvolto nell’assassinio di sua madre. Carlo Cosco arrivò poi ad ammettere l’omicidio e a riconoscere davanti ai giudici di meritare l’odio della figlia.
Dopo la conclusione del programma di protezione Denise si era stabilita ad Ariccia con il compagno e il bambino e lavorava in un ministero a Roma. Don Luigi Ciotti l’ha ricordata come una donna «coraggiosa e sofferente», sottolineando quanto desiderasse sentirsi finalmente libera e autonoma dopo anni trascorsi nascosta.
Lo Stato chiede coraggio, ma deve occuparsi anche del giorno dopo
Quando accade un reato diciamo ai cittadini di denunciare e se qualcuno assiste a un’aggressione chiediamo di testimoniare. Oppure ogni volta che un imprenditore riceve una richiesta estorsiva gli diciamo di rivolgersi alle forze dell’ordine. Nel momento in cui una persona conosce fatti di mafia pretendiamo, giustamente, che rompa il silenzio. È il principio sul quale si regge uno Stato di diritto.
Ma troppo spesso la discussione termina nel momento della denuncia. Come se consegnare informazioni a un carabiniere, entrare in una Procura o presentarsi davanti a un giudice fosse la conclusione del problema. Per il cittadino, invece, può essere soltanto l’inizio.
Alcuni procedimenti durano anni, udienze rinviate, confronti con gli imputati, avvocati, interrogatori, esposizione pubblica. Nei casi più gravi arrivano minacce, trasferimenti, cambio di identità, perdita dei rapporti sociali, difficoltà lavorative e la necessità di ricostruire una vita altrove.
La legge italiana prevede per i testimoni di giustizia misure di protezione, sostegno economico, assistenza legale e reinserimento sociale e lavorativo. La legge 6 del 2018 ha rafforzato proprio questo sistema e prevede che il trasferimento in località protetta sia una misura eccezionale quando le altre forme di tutela non siano sufficienti. Dunque sarebbe falso sostenere che lo Stato non faccia nulla.
La questione è un’altra: quanto riesce lo Stato ad accompagnare realmente una persona per tutto il tempo necessario a restituirle una vita normale?
Anche testimoniare un fatto comune può trasformarsi in un problema
Il caso di Denise appartiene a una dimensione estrema, quella della ’ndrangheta, dei programmi di protezione e degli omicidi di mafia. Ma esiste un problema più quotidiano e molto più diffuso.
Un cittadino assiste a una rissa. Vede chi danneggia un’automobile, riconosce l’autore di un furto, conosce chi minaccia un commerciante. È presente durante un’aggressione, cosa deve fare? La risposta civile è semplice: parlare.
La risposta concreta può diventare meno semplice quando quel cittadino comincia a domandarsi se il proprio nome finirà negli atti, se dovrà comparire davanti all’imputato, quante volte dovrà andare in tribunale, chi proteggerà la sua famiglia in caso di intimidazioni e quali conseguenze potrà subire nella propria vita quotidiana.
È qui che lo Stato rischia di perdere la sua battaglia più importante. Non quando manca una legge, ma quando nel cittadino nasce la convinzione che farsi i fatti propri sia più conveniente che aiutare la giustizia.
È una convinzione devastante. Perché una società nella quale il cittadino corretto considera la denuncia un rischio mentre chi commette un reato confida nel silenzio degli altri è una società nella quale il rapporto fra legalità e convenienza si è rovesciato.
Non può essere l’onesto a dover diventare un eroe
Per anni abbiamo celebrato il coraggio dei testimoni di giustizia. È giusto farlo. Ma forse abbiamo accettato troppo facilmente l’idea che per essere cittadini onesti serva essere coraggiosi. Non dovrebbe essere così.
Denunciare un reato non dovrebbe richiedere eroismo. Testimoniare non dovrebbe significare mettere in discussione la propria serenità. Aiutare lo Stato non dovrebbe trasformare una persona in qualcuno costretto per anni a difendersi dalle conseguenze della propria scelta.
Quando nel 2015 il Ministero dell’Interno affrontò il problema dei testimoni di giustizia, venne formulato un principio chiarissimo: chi aiuta lo Stato deve essere aiutato dallo Stato. Quel principio vale ancora di più oggi.
E non riguarda soltanto le grandi organizzazioni criminali. Riguarda il cittadino che telefona alle forze dell’ordine, il commerciante che denuncia un’estorsione, la donna che segnala un’aggressione, il vicino che accetta di testimoniare, il dipendente che porta alla luce un illecito.
Lo Stato non può chiedere loro soltanto una deposizione. Deve offrire procedure rapide, informazioni comprensibili, tutela della riservatezza quando possibile, assistenza nei casi di intimidazione e soprattutto la certezza che chi collabora non verrà lasciato solo con le conseguenze della propria scelta.
La domanda lasciata dalla storia di Denise
Denise aveva soltanto 35 anni, la stessa età che aveva sua madre quando venne assassinata. Non sappiamo e non possiamo stabilire dall’esterno quale peso abbiano avuto le diverse esperienze della sua vita nella tragedia che si è consumata in questi giorni. Sarebbe irrispettoso nei suoi confronti trasformare la sua morte in una dimostrazione utile a sostenere una tesi. Possiamo però guardare alla sua storia.
Una bambina costretta a crescere sotto protezione. Una madre assassinata. Un padre accusato e poi condannato per quell’omicidio. Una ragazza chiamata a testimoniare contro di lui. Anni vissuti con un’identità e una quotidianità condizionate dalla necessità di essere protetta. Poi il tentativo di costruire una vita diversa, ad Ariccia, insieme alla propria famiglia.
Davanti a una vicenda simile la politica e le istituzioni non dovrebbero limitarsi alla commemorazione, ma dovrebbero chiedersi quanto siamo capaci di proteggere non soltanto la vita fisica di chi sceglie la giustizia, ma anche la sua possibilità di tornare, prima o poi, ad avere una vita normale.
