Da Roma al MoMA di New York: Marco Manzo porta il tatuaggio nel dibattito dell’arte contemporanea

Marco Manzo porta al MoMA di New York il Manifesto del Tatuaggio Artistico Contemporaneo: dalla ricerca romana al dibattito internazionale sull'arte
Di Redazione
Marco Manzo, tatuatore
Marco Manzo

Il tatuaggio può essere documentato, certificato, catalogato e conservato come un’opera d’arte contemporanea? È attorno a questa domanda che si sviluppa il Manifesto del Tatuaggio Artistico Contemporaneo di Marco Manzo, artista romano che il 19 giugno 2026 è stato protagonista al Museum of Modern Art di New York nell’ambito dell’evento dedicato all’Atlante dell’Arte Contemporanea. Un appuntamento che ha portato negli Stati Uniti una ricerca maturata a Roma e sviluppata negli anni attraverso tatuaggio, arti visive, scultura, videoarte e nuove tecnologie. L’Atlante ha pubblicato un estratto del Manifesto, dedicando uno specifico approfondimento al percorso di Manzo e alla possibilità di attribuire al tatuaggio artistico strumenti di riconoscimento normalmente associati alle altre espressioni dell’arte contemporanea.

Marco Manzo da Roma a New York: il tatuaggio arriva al MoMA

Il passaggio newyorkese rappresenta una tappa rilevante nella ricerca di Marco Manzo, artista visivo, tatuatore, scultore e designer romano che da molti anni lavora sul rapporto fra corpo e produzione artistica.

L’evento del 19 giugno, ospitato nel Celeste Bartos Theater del MoMA, era dedicato all’Atlante dell’Arte Contemporanea e comprendeva uno spazio specifico riservato al lavoro di Manzo. La sua presenza a New York non nasce quindi da un episodio isolato, ma si inserisce in un percorso che lo ha visto partecipare alla Biennale di Venezia e presentare opere e progetti anche al MACRO di Roma e al Complesso del Vittoriano.

Il centro dell’operazione culturale rimane il tatuaggio, osservato non soltanto dal punto di vista tecnico o estetico, ma nella sua possibile collocazione nella storia dell’arte contemporanea.

Una questione tutt’altro che marginale. Il tatuaggio presenta infatti una caratteristica che lo distingue da quasi tutte le opere tradizionali: il supporto è il corpo umano. Non può essere trasferito, acquistato o conservato secondo le modalità proprie di un dipinto e la sua esistenza materiale coincide con quella della persona sulla quale è stato realizzato.

Proprio da questa peculiarità prende forma una parte sostanziale della ricerca di Manzo.

Il Manifesto del Tatuaggio Artistico Contemporaneo

Il Manifesto del Tatuaggio Artistico Contemporaneo propone di costruire attorno all’opera tatuata un sistema di documentazione che ne consenta l’identificazione e la conservazione della memoria artistica.

L’Atlante dell’Arte Contemporanea ne ha accolto un primo estratto. Nel progetto di Manzo il tatuaggio viene considerato un’opera che può essere studiata, certificata e documentata, creando gli strumenti necessari per registrarne autore, caratteristiche, immagini e storia. Sky TG24, presentando l’iniziativa, ha sintetizzato il nucleo della proposta nella definizione del tatuaggio come espressione artistica contemporanea e patrimonio culturale da conservare e valorizzare.

Il tema diventa particolarmente interessante nel rapporto con musei, archivi e collezionismo. Se l’opera non può essere separata dal corpo che la ospita, la sua documentazione può assumere un ruolo decisivo per inserirla all’interno di una ricostruzione storica e critica.

Il Manifesto tenta dunque di offrire una risposta a un problema concreto: come lasciare una testimonianza permanente di un’opera che, per propria natura, non è fisicamente conservabile secondo i criteri tradizionali.

Le 66 radiografie e la videoarte realizzata con l’intelligenza artificiale

L’appuntamento newyorkese ha consentito di presentare anche un’altra componente della produzione di Marco Manzo.

Nel programma figurava una video-art performance sviluppata utilizzando nuove tecnologie e intelligenza artificiale per animare tridimensionalmente 66 lastre radiografiche realizzate dall’artista per la Biennale di Architettura di Venezia. Le immagini erano già entrate nel percorso espositivo di Manzo e alcune prove d’autore provenienti da una collezione privata sono state successivamente donate al Metropolitan Museum of Art di New York.

È un passaggio che aiuta a comprendere come la sua ricerca si sia progressivamente allontanata dai confini di una sola disciplina. Il corpo rimane un elemento centrale, ma viene interpretato attraverso tatuaggio, fotografia, radiografia, scultura, tecnologie digitali e videoarte.

RaiNews, presentando l’evento, ha sottolineato proprio l’interesse suscitato da questa relazione fra corpo, tecnologia e creazione visiva, ricostruendo il percorso dell’artista romano dalla Biennale di Venezia al Vittoriano e alla mostra “Tattoo Forever” al MACRO.

Dal tatuaggio ornamentale alla ricerca museale

Marco Manzo aveva già sviluppato negli anni precedenti una riflessione teorica attorno al tatuaggio ornamentale, stile al quale è strettamente legata una parte importante del suo lavoro.

La sua produzione ha affiancato al tatuaggio opere scultoree, performance, design, arti digitali e contaminazioni con l’Alta Moda. Il precedente Manifesto del Tatuaggio Ornamentale era stato pubblicato anche nel catalogo del Padiglione Guatemala della Biennale di Venezia e nel catalogo della mostra personale dedicata a Manzo al Complesso del Vittoriano.

Il nuovo Manifesto amplia però il campo. Il tema non riguarda più soltanto l’affermazione di uno specifico linguaggio stilistico, ma l’inquadramento del tatuaggio artistico all’interno delle categorie, degli archivi e degli strumenti attraverso i quali viene studiata l’arte contemporanea.

Da questo punto di vista, l’appuntamento di New York assume un significato preciso: inserire la discussione sul tatuaggio in un contesto frequentato da studiosi, curatori, collezionisti e operatori culturali, sottraendola a una lettura limitata esclusivamente alla tecnica o alla moda.

Il percorso dell’artista romano e il rapporto con le istituzioni culturali

Manzo, romano classe 1968, ha costruito negli anni un percorso nel quale il lavoro del tatuatore si è progressivamente intrecciato con quello dell’artista visivo e dello scultore.

Ha lavorato come artista e curatore in diversi contesti istituzionali e ha partecipato alla 58ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, nel Padiglione del Guatemala, presentando anche sculture in marmo statuario di Carrara sulle quali il linguaggio del tatuaggio ornamentale veniva trasferito dalla pelle alla materia.

È proprio questa continuità fra differenti supporti a spiegare l’evoluzione successiva della sua ricerca. Il disegno tatuato non viene considerato un settore separato dalle arti visive, ma una delle possibili modalità attraverso le quali un artista costruisce un’opera.

La presentazione newyorkese dell’Atlante dell’Arte Contemporanea ha permesso di portare questa posizione davanti a un pubblico internazionale e di formalizzarla attraverso un Manifesto.

Il tatuaggio può diventare un’opera da catalogare e collezionare?

La questione aperta da Marco Manzo non pretende di cancellare le differenze esistenti fra tatuaggio, pittura, scultura o performance. Al contrario, proprio la specificità dell’opera realizzata sul corpo rende necessario individuare criteri adatti alla sua natura.

Il valore del Manifesto sta quindi soprattutto nell’apertura di un terreno di confronto: stabilire quali tatuaggi possano assumere una rilevanza artistica, come documentarli, in che modo certificarne l’autenticità e quale rapporto possano avere con archivi, musei e collezioni.

Non è sufficiente chiamare “arte” qualsiasi tatuaggio perché il problema sia risolto. Servono ricerca, autore, progetto, documentazione, capacità tecnica e un contesto critico capace di valutarne il percorso.

L’approdo al MoMA del progetto di Marco Manzo, nel quadro della presentazione dell’Atlante dell’Arte Contemporanea, porta questo dibattito dalla scena romana a quella internazionale. Per un artista che ha costruito buona parte della propria ricerca nella Capitale, è anche il riconoscimento della capacità di Roma di produrre esperienze artistiche contemporanee in grado di trovare ascolto fuori dall’Italia.

La pelle resta il supporto dell’opera, ma il problema posto dal Manifesto riguarda qualcosa di più duraturo: come consegnare alla storia dell’arte un lavoro destinato fisicamente a vivere insieme alla persona che lo porta.

 
CATEGORIA

Rubriche

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista