Alberto Sordi appartiene a Roma in maniera così profonda da essere diventato uno dei suoi volti riconoscibili nel mondo, ma la storia familiare dell’attore conduce pochi chilometri oltre la Capitale, fino a Valmontone. Non si tratta semplicemente del luogo di nascita del padre. A Valmontone affondavano le radici della famiglia paterna, qui Sordi trascorse periodi dell’infanzia e della giovinezza, tornò con i familiari durante le estati e nei fine settimana, mantenne rapporti con i parenti e, ormai celebre, continuò a conservare quella provenienza nella memoria privata e perfino nel proprio cinema.
Un passaggio particolarmente significativo avvenne il 13 dicembre 1996, quando Alberto Sordi, ormai uno dei maggiori attori italiani del Novecento, grazie soprattutto all’invito del fotografo Stefano Spaziani, tornò personalmente a Valmontone per ritirare l’atto di nascita del padre Pietro, nato nel paese nel 1879. È probabilmente questa la chiave più corretta per comprendere un rapporto del quale spesso si parla in maniera generica: Valmontone non fu una località occasionale nella vita di Sordi, ma una parte della sua genealogia familiare.
Pietro Sordi nasce a Valmontone: dalla famiglia di un fornaio al Teatro dell’Opera di Roma
Alberto nacque a Roma, in via San Cosimato 7, a Trastevere, il 15 giugno 1920, ma il padre Pietro era nato a Valmontone nel 1879. Era musicista, professore di musica e strumentista, destinato a diventare titolare della tuba contrabbasso nell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma. Il percorso di Pietro racconta dunque anche una storia di mobilità sociale e culturale: dalle origini valmontonesi allo studio professionale della musica, fino a un’istituzione centrale della vita musicale della Capitale. Pietro studiò infatti a Pesaro e conseguì il diploma di strumentista al Conservatorio Rossini; proprio a Pesaro conobbe Maria Righetti, originaria di Sgurgola, che avrebbe sposato nel 1910.
Dietro Pietro c’era però una famiglia profondamente legata a Valmontone. Le ricostruzioni biografiche indicano come valmontonesi anche i nonni paterni di Alberto, mentre le testimonianze familiari raccolte dal cugino Igor Righetti aggiungono un elemento particolarmente concreto: il nonno di Sordi esercitava il mestiere di fornaio a Valmontone. È un dettaglio apparentemente piccolo, ma restituisce la dimensione reale di queste origini. Prima del figlio musicista approdato all’orchestra dell’Opera e molto prima del nipote destinato a diventare “Albertone”, c’era una famiglia inserita nella vita quotidiana di un paese laziale, con un’attività artigiana conosciuta e riconoscibile.
Occorre invece una certa prudenza su un altro aspetto della memoria locale. Nelle fonti pubbliche oggi facilmente verificabili non emerge con sufficiente precisione la strada o la casa di Valmontone nella quale nacque e visse Pietro Sordi, così come non esiste un elenco documentato degli amici valmontonesi del padre che permetta di attribuire nomi e rapporti senza affidarsi esclusivamente alla tradizione orale. Sono dettagli che meritano un’indagine negli atti anagrafici storici, negli archivi parrocchiali e soprattutto nelle testimonianze delle famiglie più antiche della città. Sarebbe sbagliato riempire quei vuoti con ricordi non verificati, mentre la documentazione disponibile consente già di ricostruire un legame familiare molto più consistente di quanto comunemente si sappia.
Le estati a Valmontone e la famiglia Sordi che tornava alle proprie origini
Il rapporto non si interruppe con il trasferimento di Pietro e la nascita dei figli a Roma. Secondo il racconto familiare di Igor Righetti, negli anni Trenta i Sordi trascorrevano a Valmontone le estati e vi tornavano frequentemente nei fine settimana. Alberto arrivava insieme alla famiglia e ritrovava così un ambiente molto diverso dalla Roma nella quale stava crescendo. Fonti biografiche concordano inoltre sul fatto che l’attore trascorse una parte dell’infanzia a Valmontone.
Questa frequentazione consente di ridimensionare anche un’immagine troppo semplice di Sordi come prodotto esclusivo della romanità urbana. Roma rimane naturalmente decisiva nella sua formazione linguistica, artistica e umana, ma la sua famiglia metteva insieme territori diversi del Lazio: Valmontone attraverso Pietro, Sgurgola attraverso la madre Maria Righetti. Il carattere popolare che Sordi avrebbe osservato per tutta la vita non proveniva quindi soltanto dalle strade di Trastevere. Nella sua esperienza infantile entrarono anche il paese, la famiglia allargata, i pranzi dei parenti e un Lazio ancora profondamente legato alle proprie consuetudini.
Un personaggio importante di questa geografia familiare era Ginevra Sordi, sorella di Pietro, rimasta a Valmontone. Le testimonianze del cugino dell’attore la riportano in maniera molto concreta dentro i ricordi di Alberto. Sordi parlava con affetto di lei e soprattutto della sua cucina: gnocchi, carciofi, sughi e tagliatelle. Non è semplice folclore gastronomico. Nelle memorie familiari il cibo diventa il punto di contatto con una casa, con le visite e con un ambiente nel quale il futuro attore non arrivava da personaggio famoso, ma tornava come nipote e membro della famiglia.
Quella linea familiare esiste ancora nella memoria locale: Carlo Filippo Livignani, cugino di Sordi, nato e residente a Valmontone, è nipote proprio di Ginevra. La sua presenza alle iniziative organizzate negli ultimi anni per ricordare Alberto ha consentito di riallacciare pubblicamente una storia che per decenni era rimasta soprattutto nelle relazioni familiari.
Il padre Pietro, la musica e un rapporto non sempre facile con Alberto
Pietro Sordi non rappresentò soltanto il collegamento geografico con Valmontone. La musica era il suo mestiere e Alberto crebbe dunque in un ambiente nel quale il lavoro artistico aveva una sua disciplina professionale. La voce del futuro attore si manifestò prestissimo: da bambino cantò prima nella parrocchia di Santa Maria in Trastevere e poi nelle voci bianche della Cappella Sistina, fino alla trasformazione della voce che gli avrebbe consegnato quel timbro basso e immediatamente riconoscibile.
Il rapporto fra padre e figlio, tuttavia, non deve essere trasformato in una favola sulla famiglia d’arte. Secondo la ricostruzione proposta da Igor Righetti nel progetto cinematografico dedicato alla giovinezza dell’attore, Pietro guardava con preoccupazione alle ambizioni del ragazzo. Non perché fosse estraneo allo spettacolo, ma probabilmente proprio perché conosceva la difficoltà di vivere di un mestiere artistico. Temette che Alberto non riuscisse a costruirsi un futuro stabile; la madre, da parte sua, interveniva perfino sull’italiano e sul romanesco del figlio, correggendone l’espressione. Righetti descrive quindi un rapporto con il padre anche conflittuale, dietro il quale c’era la paura concreta che il giovane Alberto non riuscisse a mantenersi. Pietro morì nel 1941, quando il figlio aveva appena vent’anni e il grande successo era ancora molto lontano.
È un elemento importante anche per leggere il successivo ritorno del 1996 a Valmontone. Cinquantacinque anni dopo la morte del padre, Sordi volle recuperare proprio l’atto di nascita di Pietro. Sarebbe eccessivo attribuire senza una sua testimonianza diretta un significato psicologico preciso a quel gesto, ma il dato documentato resta eloquente: all’età di 76 anni, con una carriera ormai consegnata alla storia del cinema, Alberto tornò nel paese paterno per cercare un documento della propria famiglia.
Da una bocciatura per l’accento romano alla costruzione di una lingua cinematografica italiana
La carriera che separa quel ragazzo dal Sordi tornato a Valmontone nel 1996 fu straordinaria, ma non iniziò affatto con il successo. A Milano cercò di entrare all’Accademia dei Filodrammatici e il suo accentuato modo di parlare romano divenne un ostacolo. Proprio quella voce sarebbe però diventata una delle sue armi più importanti. Nel 1937 vinse il concorso della Metro Goldwyn Mayer per doppiare Oliver Hardy e diede a Ollio una voce che ancora oggi appartiene all’immaginario italiano.
Seguirono il teatro di rivista, il doppiaggio e soprattutto la radio. Dal 1947 la Rai gli affidò Vi parla Alberto Sordi, programma nel quale sviluppò figure come Mario Pio, il Conte Claro e il Compagnuccio della parrocchietta. Il cinema inizialmente gli procurò più sconfitte che soddisfazioni. Mamma mia che impressione! nel 1951 non ebbe successo; Fellini lo volle poi in Lo sceicco bianco, ma anche quel film ebbe inizialmente un’accoglienza difficile. La svolta arrivò nel 1953 con I vitelloni, ancora per decisione di Federico Fellini, nonostante produttori ed esercenti considerassero il nome di Sordi quasi un ostacolo commerciale. Dal successo veneziano del film e dal Nastro d’argento dell’anno successivo iniziò un’altra storia.
Nello stesso periodo nacque Nando Mericoni, prima in Un giorno in pretura e poi in Un americano a Roma. Da quel momento Sordi non si limitò a interpretare personaggi comici: costruì progressivamente una specie di archivio cinematografico dell’italiano del dopoguerra. L’opportunista, l’impiegato, il medico arrivista, il vigile, il borghese pauroso, il soldato, il professionista apparentemente rispettabile, l’uomo comune alle prese con il potere e con la propria coscienza diventavano strumenti attraverso i quali il cinema raccontava un Paese che stava cambiando.
La grande guerra, Tutti a casa, Il vigile, Una vita difficile, Il mafioso, Il medico della mutua, Detenuto in attesa di giudizio, Lo scopone scientifico, Un borghese piccolo piccolo e Il marchese del Grillo mostrano quanto riduttivo sia ricordarlo soltanto come un grande comico. Dietro la risata Sordi mise spesso la paura, l’egoismo, il conformismo, l’arrivismo e la capacità dell’italiano di adattarsi alle situazioni pur di salvarsi. Treccani lo considera uno degli interpreti che più efficacemente hanno rappresentato l’evoluzione sociale e quasi antropologica dell’italiano medio del secondo dopoguerra. Nel 1972 ottenne a Berlino il premio come miglior attore per Detenuto in attesa di giudizio e nel 1995 ricevette il Leone d’oro alla carriera a Venezia.
Valmontone entra anche nei film di Alberto Sordi
Il punto forse più curioso è che Valmontone non rimase confinata ai ricordi privati. Il nome del paese arrivò anche sullo schermo.
Il riferimento più evidente e documentabile è in Il tassinaro, film del 1983 diretto e interpretato dallo stesso Sordi. Il tassista Pietro Marchetti discute con una coppia di americani ossessionata dalla serie televisiva Dallas e, per prendere in giro l’invasione culturale statunitense, domanda provocatoriamente se gli italiani impongano agli americani trasmissioni chiamate “Valmontone, Portogruaro, Gallarate”. La battuta è registrata anche nelle raccolte dedicate alle frasi celebri di Sordi. Il primo paese che gli viene in mente non è dunque casuale: è Valmontone.
Le memorie familiari raccolte da Igor Righetti riferiscono inoltre un omaggio a Valmontone anche ne Il marchese del Grillo. Su questo secondo riferimento le fonti reperibili risultano meno puntuali rispetto alla battuta inequivocabile de Il tassinaro, perciò è corretto presentarlo come una testimonianza proveniente dalla famiglia di Sordi anziché attribuirgli lo stesso livello documentale. Resta significativo che proprio i familiari abbiano sempre interpretato quei richiami cinematografici come un omaggio di Alberto alle origini paterne.
Il ritorno del 1996: Alberto Sordi va a Valmontone per cercare suo padre
Il 13 dicembre 1996 è probabilmente la data che dovrebbe entrare pienamente nella memoria culturale di Valmontone. Sordi aveva già interpretato quasi tutti i personaggi attraverso i quali sarebbe rimasto nella storia del cinema italiano. L’anno precedente Venezia gli aveva consegnato il Leone d’oro alla carriera. Non aveva bisogno di ricostruire pubblicamente una genealogia per accrescere la propria fama.
Eppure tornò a Valmontone per ritirare l’atto di nascita di Pietro, il che consente di comprendere meglio il rapporto con il paese rispetto a molte celebrazioni successive. Alberto non cercava semplicemente una località da associare alla propria biografia: cercava il documento di suo padre, l’uomo valmontonese che aveva studiato musica, suonato la tuba nell’orchestra dell’Opera, temuto per il futuro professionale di quel figlio così ostinato e non aveva potuto assistere alla sua consacrazione cinematografica.
Da questo punto di vista Valmontone rappresenta qualcosa di diverso da Roma nella geografia umana di Sordi. Roma è il luogo della nascita, della lingua, del lavoro, dei personaggi e della fama; Valmontone appartiene alla dimensione precedente, quella della famiglia paterna e delle origini.
Dal ricordo familiare al Gran Teatro Alberto Sordi di Valmontone
Negli ultimi anni questo rapporto è stato riconosciuto anche pubblicamente. Nel 2023, nel ventesimo anniversario della morte dell’attore, il teatro da circa 800 posti di MagicLand a Valmontone è stato intitolato ad Alberto Sordi. Nello stesso spazio è stata organizzata una mostra curata da Igor Righetti con fotografie familiari e immagini provenienti anche dagli archivi di Alessandro Canestrelli. All’inaugurazione partecipò Carlo Filippo Livignani, discendente della linea valmontonese della famiglia attraverso Ginevra Sordi.
Nel 2024 un’altra esposizione, “Alberto Sordi e i suoi amici”, è stata allestita nello stesso teatro. Anche il Corriere della Sera, presentando l’iniziativa, ha ricordato esplicitamente che la scelta di Valmontone non era casuale perché Pietro Sordi era nato e vissuto nel paese e Alberto lo frequentava da bambino e da ragazzo con la famiglia.
Il rischio, però, sarebbe fermarsi all’intitolazione di un teatro. La vicenda suggerisce un lavoro culturale più ampio: ricostruire attraverso l’anagrafe storica la presenza dei Sordi a Valmontone, identificare con certezza l’abitazione e il forno della famiglia, raccogliere testimonianze e fotografie private delle famiglie valmontonesi che ebbero rapporti con Pietro, Ginevra e gli altri parenti, ricostruire le visite di Alberto successive alla guerra e documentare in modo completo la giornata del dicembre 1996. Questa parte della storia locale sembra ancora dispersa fra archivi, memorie familiari e testimonianze orali, e proprio per questo meriterebbe un’indagine sistematica.
Alberto Sordi romano, ma con una parte della sua storia profondamente valmontonese
Definire Alberto Sordi “di origine valmontonese” non significa contendere a Roma uno dei suoi simboli più autentici. Significa completarne la biografia. Suo padre Pietro nacque a Valmontone; la famiglia paterna viveva nel paese; il nonno vi faceva il fornaio; la zia Ginevra vi rimase e continuò a rappresentare per Alberto un riferimento affettivo; durante gli anni Trenta la famiglia tornava regolarmente per le vacanze estive e nei fine settimana; il nome di Valmontone entrò nel cinema di Sordi e, nel dicembre del 1996, Alberto vi tornò personalmente per recuperare l’atto di nascita del padre.
Sono elementi sufficienti per trasformare una generica “origine” in una storia molto più precisa. Valmontone non può sostenere di avere dato i natali ad Alberto Sordi, perché Alberto nacque e rimase profondamente romano. Può però affermare, con basi documentali molto solide, che una parte importante della storia familiare di Albertone comincia qui, prima del cinema, prima della radio, prima della celebrità. Comincia con una famiglia valmontonese, con un nonno fornaio e con un giovane Pietro che dalla provincia sarebbe arrivato, attraverso la musica, al Teatro dell’Opera di Roma. E molti anni dopo suo figlio, ormai diventato Alberto Sordi, sentì ancora il bisogno di tornare a Valmontone per cercarne le tracce.
