Bruno Matrigiani, il macellaio che non molla: “Ridate vita al centro storico di Valmontone”

Bruno Matrigiani, storico macellaio di Valmontone, racconta salute e lavoro. Poi l’appello al Comune: parcheggi, multe, luce e aiuti alle botteghe
Di Francesco Vergovich
Bruno Matrigiani
Bruno Matrigiani

A Valmontone c’è una bottega che racconta un pezzo di città più di molte fotografie: la macelleria di Bruno Matrigiani. Lui la chiama semplicemente “il negozio”, come si fa con le cose che non hanno bisogno di aggettivi. Eppure la sua storia, iniziata a 15 anni seguendo una tradizione familiare, è stata la prima macelleria del paese, oggi si intreccia con una richiesta netta all’amministrazione: riportare persone, servizi e opportunità nel centro storico, che rischia di spegnersi lasciando sole le attività rimaste.

Bruno Matrigiani e Valmontone: una vita di lavoro e ritorni dopo il dolore

Negli anni Novanta, racconta, la macelleria arrivava a lavorare quantità enormi: “una tonnellata di carne al giorno”, ricorda, citando anche l’idea dei “pacchi famiglia” come svolta pratica e moderna che aveva allargato la clientela. Poi il tempo è cambiato, e con lui le abitudini d’acquisto, i flussi, la tenuta stessa delle botteghe. Ma Matrigiani è rimasto un punto fermo, anche quando il corpo ha presentato conti pesanti: lo scorso anno la rottura del femore e un infarto, il lungo stop dal 7 aprile fino alla vigilia di Natale. “A casa ero un pesce fuor d’acqua”, dice, spiegando perché il ritorno al banco non è stato soltanto un rientro al lavoro, ma una scelta di identità.

Nel suo racconto c’è anche una ferita che non si dimentica: la rapina violenta di oltre dieci anni fa, con l’accoltellamento e il ricovero. “Sono tornato subito al negozio”, insiste, come se quella decisione avesse chiuso la porta a un buio ancora più pericoloso. La frase che ripete, quasi fosse una regola, è semplice: “Bisogna reagire per forza”.

Il centro storico di Valmontone visto da una bottega: clienti scoraggiati, serrande abbassate

Il punto non è soltanto la nostalgia di un’epoca di maggiore afflusso. Matrigiani parla di meccanismi quotidiani che, uno dopo l’altro, rendono difficile scegliere il centro storico per una spesa, una passeggiata, una serata. “Oggi il centro storico è spento”, dice, salvando però chi resiste: alcuni imprenditori “validissimi” che restano aperti nonostante tutto. È da qui che parte il suo appello: se la città vuole difendere il cuore antico, deve metterlo nelle condizioni di essere raggiunto, vissuto, percepito come accogliente.

Parcheggi a Valmontone e multe: “Così la gente non torna”

Il primo nodo, secondo Matrigiani, è la sosta: pochi parcheggi, paura della multa, acquisti che gravati dal rischio multa diventano un salasso. È un tema che tocca nervi scoperti in molti centri storici. Durante alcuni interventi in centro storico, l’amministrazione ha comunicato assetti temporanei di viabilità e perfino navette gratuite, segnale che il tema dei flussi non è marginale e può essere gestito con strumenti concreti, ma non basta.

Qui l’istanza di Matrigiani diventa politica nel senso più pratico: rendere il centro “facile”, far sì che chi arriva non si senta in trappola. Perché, dice, basta un episodio per perdere un cliente: “Vieni per spendere pochi euro e ti ritrovi una multa salata”. Da quel momento, spesso, la scelta cade su altre zone.

Illuminazione pubblica nel centro storico: luce come accoglienza e sicurezza

L’altro punto è la luce. Matrigiani segnala un lampione spento in Vicolo Santo Stefano, vicino alla sua attività: “da due anni”, racconta, con la sensazione di rimpallo e impotenza. Al netto del singolo caso, il tema dell’illuminazione pubblica è esteso in città, con segnalazioni di disagi in varie aree e attenzione pubblica sul problema.

Nel suo ragionamento, l’illuminazione non è un dettaglio estetico: è sicurezza percepita, invito a camminare, a fermarsi, a vivere la sera senza timori. Un vicolo buio, dice, fa scappare prima ancora di entrare in un negozio.

Botteghe storiche a Valmontone: agevolazioni e riconoscimento non come favore, ma investimento

Matrigiani chiede “attenzioni e agevolazioni” per chi porta avanti botteghe con radici lunghe. La richiesta si inserisce in un quadro più ampio: nel Lazio esiste una disciplina regionale dedicata alla salvaguardia e valorizzazione di botteghe e attività storiche, la Regione ha attivato avvisi e contributi dedicati a programmi comunali proprio su questo tema, con l’obiettivo di finanziare iniziative di tutela e rilancio.

Tradotto sul territorio: se Valmontone decide di puntare davvero sul centro storico, gli strumenti amministrativi e i canali di sostegno non mancano. Serve una scelta: fare delle botteghe storiche una leva di attrazione, non un ricordo.

Bruno Matrigiani mostra la foto dei genitori

Il lascito di Luigi Matrigiani e il tema del “noi” che si perde

Nel racconto di Bruno ritorna spesso la figura del padre, Luigi Matrigiani: “un uomo generoso”, “onestissimo”, capace nel dopoguerra di regalare carne a chi non aveva nulla. È un modello che Bruno dice di aver portato nel suo modo di lavorare, fino al gesto simbolico di cedere un negozio al collaboratore Arturo, considerato come un figlio: “Meritava quello che ho fatto per lui”.

E poi c’è una nota amara: l’“invidia” locale, la sensazione di ricevere più riconoscimento “da fuori” che in paese. Anche questo, per Matrigiani, è un tema che una buona amministrazione può affrontare indirettamente: valorizzare chi produce qualità e storia aiuta a ricucire rispetto, fiducia, orgoglio cittadino.

Valmontone ha un patrimonio fatto di pietre, vicoli, memorie. Ma senza servizi semplici — sosta gestibile, regole chiare, illuminazione funzionante, incentivi per le botteghe — quel patrimonio rischia di restare scenografia. La storia di Bruno Matrigiani, invece, ricorda che il centro storico non vive di slogan: vive quando la gente può arrivare, sostare, sentirsi al sicuro, e trovare serrande alzate. E quando chi resiste non viene lasciato solo.

 
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Cronaca

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