Libri, “Nessuno” di Gianni La Corte: il thriller che mette sotto processo giustizia, colpa e verità

Nessuno di Gianni La Corte è un thriller teso e contemporaneo su colpa, giustizia, deepfake, social e vendetta. La nostra recensione
Di Francesco Vergovich
Libro

Gianni La Corte costruisce con Nessuno un thriller di oltre quattrocento pagine che parte da un delitto, da un segreto sepolto nel 1999 e da un uomo senza volto, ma arriva molto più lontano del meccanismo investigativo. Al centro del romanzo c’è una domanda profondamente contemporanea: che cosa accade a una società quando smette di avere fiducia nella giustizia e comincia a desiderare qualcuno disposto a sostituirsi ad essa? Pubblicato da La Corte Editore nella collana Underground, con prima edizione datata settembre 2026, Nessuno è il risultato di una gestazione lunga: nei ringraziamenti l’autore racconta di aver iniziato a scriverlo nel 2019 e di averlo trasformato più volte nel corso di sette anni.

Gianni La Corte

Il risultato è un romanzo molto ambizioso, costruito per intrattenere ma anche per mettere il lettore in una posizione scomoda. La Corte non chiede semplicemente chi sia l’assassino. Chiede da quale momento un uomo che pretende di punire i colpevoli diventi egli stesso un criminale; fino a che punto il fallimento delle istituzioni possa alimentare il desiderio di una giustizia privata; quanto sia fragile la reputazione di una persona in un tempo in cui una tecnologia può fabbricare immagini perfettamente credibili e milioni di individui possono pronunciare una sentenza prima di un tribunale.

Da Tredenti a Torino, un passato che non ha mai smesso di vivere

La costruzione temporale è uno degli elementi migliori di Nessuno. Il romanzo apre nel giugno del 1999, a Tredenti, con un ragazzo che corre disperatamente in un bosco, inseguito da qualcosa che il lettore ancora non conosce. Poco dopo la narrazione si sposta a Torino, nel novembre del 2024. La storia continuerà a muoversi fra quelle due epoche, ricomponendo gradualmente ciò che accadde venticinque anni prima. La Corte divide il libro in più parti e usa il ritorno al passato come un vero strumento investigativo: ogni frammento aggiunge qualcosa e, nello stesso tempo, costringe a rimettere in discussione ciò che si credeva di avere capito.

A Tredenti ci sono Martino, Samuel, Giovanni, Zoe, Dario, Eric. Ragazzi dentro quella fase della vita nella quale un’amicizia può avere un’intensità assoluta e un’umiliazione può lasciare una ferita destinata a non chiudersi. Non è casuale che, prima dell’inizio del romanzo, La Corte richiami Stand by Me. L’adolescenza di Nessuno conserva infatti qualcosa di quel mondo: il gruppo, i segreti, l’amore, il desiderio di appartenenza, le crudeltà dei coetanei. Il riferimento viene però portato dentro una vicenda molto più oscura, segnata dal bullismo, dal razzismo e da una concatenazione di scelte che continua a produrre conseguenze un quarto di secolo dopo.

La Corte riesce soprattutto a restituire bene la colpa che sopravvive al tempo. Martino Falconi, diventato giornalista ed editore, porta il passato addosso in senso quasi letterale: il suo corpo custodisce date tatuate, una personale mappa della memoria. Nel presente dirige Metropolis, casa editrice specializzata in libri di denuncia, vive sotto scorta e combatte contro criminalità, corruzione e poteri che vorrebbero ridurlo al silenzio. Il suo impegno pubblico ha però anche una radice privata. Martino cerca continuamente di salvare qualcuno perché continua, in qualche punto di se stesso, a domandarsi chi non sia riuscito a salvare.

È uno dei personaggi più riusciti proprio perché La Corte evita di trasformarlo in un eroe senza crepe. Martino è coraggioso, egocentrico, generoso, ostinato, vulnerabile. Ha bisogno della propria battaglia almeno quanto quella battaglia ha bisogno di lui. Nel suo rapporto con la psicologa Eleonora Giglio affiora la parte che la dimensione pubblica riesce normalmente a occultare: stanchezza, paura, senso di colpa, bisogno di essere amato e una difficoltà profonda ad accettare che non tutto possa essere riparato.

Karl Jaspers e la domanda che attraversa tutto il romanzo

Il cuore intellettuale del libro si trova già nelle prime pagine ed è affidato a Karl Jaspers. L’uomo mascherato parla delle quattro forme di colpa indicate dal filosofo tedesco: criminale, morale, politica e metafisica. La prima appartiene al diritto, la seconda alla coscienza, le altre allargano il problema alla responsabilità degli individui davanti alla società e alle ingiustizie che avvengono intorno a loro.

Questa idea attraversa l’intero romanzo e gli dà una profondità che molti thriller costruiti soltanto sulla suspense non possiedono.

Martino vive soprattutto la colpa morale e quella che Jaspers definisce metafisica. Sunday Taiwo, il commissario incaricato delle indagini, tenta invece di riportare continuamente la colpa nella dimensione della prova e della legge. Nessuno compie il passaggio più pericoloso: stabilisce personalmente chi meriti una punizione e si attribuisce il diritto di infliggerla.

Ed è qui che La Corte trova uno dei passaggi moralmente più forti dell’intero libro. Sunday si trova davanti a uomini che disprezza e che considera responsabili di crimini gravissimi, ma quando una folla sta per linciarli interviene per salvarli. Il suo pensiero è chiarissimo: devono essere arrestati e giudicati, non consegnati alla vendetta di una massa.

In poche pagine viene definita la vera linea di separazione sulla quale si regge Nessuno. La giustizia conserva un senso proprio nel momento in cui siamo chiamati a riconoscere diritti anche a chi detestiamo. Se il diritto vale soltanto per coloro che consideriamo degni di riceverlo, ha già smesso di essere diritto.

Deepfake e social: il mostro più moderno di “Nessuno”

La parte probabilmente più attuale del romanzo riguarda il rapporto fra tecnologia, informazione e reputazione.

La Corte immagina il deepfake come un’arma capace di colpire una persona senza bisogno di ferirne il corpo. A Mauro Retina viene mostrato un filmato falso e devastante costruito con la sua faccia. Il punto più inquietante è espresso dallo stesso aguzzino: anche se qualcuno scoprirà che le immagini sono false, per molti altri saranno già diventate realtà e il dubbio continuerà a vivere.

È un passaggio che nel 2026 ha una forza particolare perché coglie il problema essenziale dell’intelligenza artificiale applicata alla disinformazione. Il danno può diventare irreversibile prima dell’accertamento dei fatti. La smentita arriva dopo, mentre l’immagine ha già attraversato telefoni, chat, social, redazioni e conversazioni private.

Nessuno lavora molto bene su questa asimmetria. Servono pochi minuti per distruggere una reputazione e molto più tempo per ricostruire la verità.

Il killer comprende inoltre che l’epoca dei social permette di fare qualcosa di ancora più potente: trasformare un carnefice in un simbolo.

La maschera nera diventa un marchio, i video diventano manifesti politici, i follower diventano seguaci. La Corte rende esplicito il gioco sull’identità quando il personaggio afferma: «Io sono uno, sono Nessuno, sono centomila». Poco dopo spiega che il suo volto non conta più perché saranno i sostenitori a diventare il volto della sua rivoluzione.

Il richiamo pirandelliano funziona perché viene trasportato nella società digitale. Un uomo può avere mille identità, oppure cancellare la propria e costruirne una collettiva. Una maschera replicata da migliaia di persone rende più difficile distinguere individuo e folla, responsabilità personale e contagio sociale.

La vendetta che sa vestirsi da giustizia

La Corte è particolarmente efficace nel raccontare il processo con cui la violenza cerca una giustificazione morale.

Nessuno non vuole considerarsi un assassino. Vuole pensarsi come qualcuno che corregge il mondo. È convinto che tribunali, politica, polizia e informazione abbiano fallito e che sia dunque necessario superare le regole. Il problema diventa ancora più interessante quando quella convinzione incontra persone pronte ad applaudirla.

Nel romanzo i seguaci di Nessuno crescono, iniziano a indicare nuovi presunti colpevoli, chiedono interventi, organizzano manifestazioni e arrivano all’aggressione. A un certo punto viene raccontato il pestaggio di un uomo precedentemente accusato di stupro e prosciolto dal giudice perché ritenuto innocente. La definizione utilizzata nel libro è esatta: sta diventando una caccia alle streghe.

Qui il thriller incontra una questione politica e culturale molto seria. La vendetta collettiva nasce spesso da un sentimento comprensibile: la rabbia davanti all’impunità. La Corte mostra però la velocità con cui quel sentimento può essere manipolato. Una società che affida la propria sete di giustizia a un capo carismatico rinuncia progressivamente alla verifica dei fatti. Rimangono il nemico indicato, il video condiviso, la condanna immediata.

Ed è forse questa l’idea più inquietante di Nessuno: il personaggio mascherato possiede un grande potere perché trova un pubblico disposto a consegnarglielo.

Sunday Taiwo, l’uomo che tiene insieme il thriller

In un romanzo pieno di personaggi, Sunday Taiwo ha una funzione fondamentale. È lui a impedire che Nessuno venga assorbito completamente dal suo antagonista.

Sunday osserva, dubita, verifica. La prima scena nella quale esamina il cadavere di Mauro Retina lo presenta benissimo: mentre intorno a lui tutti sono già pronti ad accettare la spiegazione più evidente, nota i segni ai polsi, guarda le scarpe troppo pulite rispetto al terreno fangoso e comprende che qualcuno ha preparato quella scena affinché apparisse come un suicidio.

È un investigatore credibile proprio perché la sua vita privata pesa sull’indagine. Ci sono la moglie Rachida, i figli, le responsabilità familiari, gli errori professionali, il rapporto con Sara Colli. Anche Sunday supera limiti e commette scelte discutibili. La Corte non gli attribuisce la purezza morale del poliziotto infallibile; gli lascia però una convinzione alla quale tornare: il metodo conta, la prova conta, la legalità conta.

In un libro nel quale tutti sembrano tentati dall’idea che il fine possa autorizzare qualunque mezzo, Sunday rappresenta la fatica quotidiana del limite.

Un thriller molto visivo, con qualche eccesso che non ne indebolisce la forza

La scrittura di Gianni La Corte è immediata, visiva, pensata per tenere alta la velocità della lettura. I capitoli sono spesso brevi, i cambi temporali frequenti, i punti di vista numerosi. Il montaggio ha un’impronta cinematografica evidente e nelle ultime cento pagine il ritmo accelera in maniera considerevole.

È una scelta che funziona molto bene sul piano della tensione e rende Nessuno un libro difficile da interrompere una volta entrati nella parte centrale.

In qualche passaggio, proprio questa volontà di spiegare e rilanciare porta il romanzo a dire apertamente ciò che il lettore aveva già intuito. Alcuni dialoghi chiariscono motivazioni e profili psicologici con una precisione maggiore di quella necessaria; alcune sequenze d’azione spingono deliberatamente verso il territorio del grande thriller cinematografico. Sono caratteristiche che possono dividere chi preferisce un noir più trattenuto e allusivo.

Ma sarebbe ingiusto giudicare il libro senza considerare il progetto che La Corte ha scelto. Nessuno vuole essere ampio, popolare, narrativamente generoso. Mette dentro amicizia adolescenziale, cronaca nera, mafia, giornalismo, psicologia, politica, social network, intelligenza artificiale, relazioni familiari, amore e bisogno di riscatto. Sorprende che, pur muovendo così tanti elementi, riesca quasi sempre a mantenere leggibile il filo principale.

Il significato più profondo di quel nome: Nessuno

Alla fine il titolo appare molto più importante dell’identità nascosta dietro la maschera.

“Nessuno” è chi si sente invisibile. È chi pensa di non avere avuto dalla vita il riconoscimento che meritava. È anche l’uomo che rinuncia al proprio volto per diventare un simbolo e scopre quanto possa essere seducente ricevere improvvisamente l’attenzione di migliaia di persone.

Ma “Nessuno” riguarda anche tutti gli altri personaggi.

Riguarda Martino e il bisogno di trasformare il dolore in azione. Riguarda Sunday e la responsabilità di restare dentro la legge anche davanti a persone che considera ripugnanti. Riguarda i ragazzi del 1999, che scoprono troppo presto come un gesto di paura, vigliaccheria o silenzio possa continuare ad agire per decenni. Riguarda infine la folla digitale, nella quale l’identità individuale può sciogliersi e la responsabilità sembra appartenere sempre a qualcun altro.

La Corte riesce così a costruire la sua idea più interessante: diventare “qualcuno” non significa necessariamente acquisire un’identità. Può significare perdere quella che avevamo.

L’epilogo, che è meglio non raccontare, evita deliberatamente una pacificazione completa. Quando Martino pensa di avere finalmente riconquistato uno spazio di vita personale, il romanzo introduce un ultimo segnale capace di riportare l’ombra dentro la luce e di lasciare aperta una minaccia.

È una chiusura coerente con tutto ciò che è venuto prima: certi eventi finiscono, le loro conseguenze molto meno.

Nessuno è dunque un thriller riuscito soprattutto perché il lettore, dopo aver cercato per centinaia di pagine un volto dietro una maschera, finisce per essere costretto a guardare qualcosa di molto più vicino. La facilità con cui giudichiamo, condividiamo, condanniamo, trasformiamo una rabbia legittima in una sentenza e affidiamo ad altri il compito di stabilire chi siano i buoni e chi i cattivi.

Gianni La Corte ha scritto un romanzo di tensione, ma anche un libro sulla responsabilità. E proprio la parola responsabilità, molto più della vendetta, del mistero o della paura, rimane addosso quando si arriva all’ultima pagina.

 
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Cultura

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