Religione

Religione, il discepolo vive in intimità con Dio

Il brano odierno (Gv. 1, 35-42) invita il lettore a entrare nel racconto (“Venite e vedrete”), a lasciarsi plasmare e trasformare, partecipando personalmente al movimento di riconoscimento di Gesù come suoi discepoli.

Dalla testimonianza alla “sequela” (seguire Gesù)

Mentre Gesù cammina come uomo, il Battista lo riconosce e lo indica in modo nuovo: “Ecco l’Agnello di Dio. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù” (vv. 36a-37). La ripetizione della solenne proclamazione da parte del Battista sottolinea l’importanza di questo titolo messianico e prepara la vocazione dei primi due discepoli di Gesù. La sequela di Gesù da parte di Andrea e dell’altro discepolo è motivata dall’ascolto della testimonianza del precursore. Mentre la prima proclamazione del Battista ha per scopo la rivelazione di Gesù a Israele come Agnello liberatore di Dio, che toglie il peccato del mondo (vv. 29.31), questa seconda affermazione (v. 35) ha una finalità diversa: preparare e favorire la sequela di Gesù. L’ascolto precede il vedere verso il quale saranno condotti i discepoli del nostro racconto, e noi con loro.

Troviamo qui il processo vivente con cui si trasmette la fede in Israele e poi nella chiesa nascente: mediante l’ascolto e la testimonianza personale ed ecclesiale. Si giunge così a “vedere” nella fede (= credere), per vivere in modo pieno nella verità divina e salvifica di Gesù, il quale si manifesta e può essere conosciuto dall’uomo come amore universale senza limiti, così da percepire la realtà stessa di Dio e dello Spirito come sorgente propria di ogni vita.

I due discepoli, Andrea e l’altro discepolo (presumibilmente l’apostolo Giovanni), seguono colui che il Battista gli ha indicato. Gesù, sentendo i passi dei due discepoli che lo seguono, fa un gesto naturale e lo accompagna con le sue prime parole nel quarto vangelo. Queste appaiono già programmatiche, ponendo una domanda che diventa cruciale anche per noi oggi: ”Che cosa cercate?” (v. 38). “Cercare” è una parola chiave dell’intero vangelo, perché è un termine correlato al verbo “trovare” che ricorre cinque volte nel nostro brano e, inoltre, la stessa domanda che qui si pone al plurale, torna al singolare alla fine del vangelo (20, 15).

I due brani messi insieme assumono un grande significato aprendo un cammino verso l’esperienza piena di Gesù maestro: “che cosa cercate?” (v. 38) e “chi cerchi?” (20, 15). La domanda di Gesù ha un profondo valore spirituale e teologico. Essa apre un cammino che coinvolge ognuno di noi, uomo o donna, da questa prima parola del Gesù storico ai due discepoli a quella del Cristo risorto a Maria Maddalena: un itinerario di fede, di sequela, di amore.

I due discepoli del Battista, interpellati da Gesù, rispondono: “Rabbì, dove dimori?” (v. 38). Notiamo che essi rispondono alla domanda di Gesù con una contro-domanda, che mostra tutto l’interesse verso la sua persona. La risposta di Gesù, “venite e vedrete” del versetto 39, è un invito a seguirlo, per rendersi conto di persona del suo modo di vivere e iniziare così una nuova relazione.

Andrea e il suo compagno decidono di seguire Gesù e di rimanere con lui. Questo contatto personale è una tappa di grande portata per tutta la loro vita, perché da essa sboccerà la fede in Gesù Messia. Infatti Andrea, dopo essere rimasto un giorno con Gesù, diventa capace di testimoniare al fratello Simone: “Abbiamo trovato il Messia” (v. 41) e lo condusse a Gesù, facendolo entrare nella medesima “catena” (comunione) dei discepoli. Gesù, incontrando Simone, gli cambia il nome, “Cefa”, conferendogli così una nuova vocazione e missione di vita.

Identità e senso dell’essere “discepoli” e del “seguire” Gesù

I due discepoli di Giovanni che seguono Gesù lo scelgono come maestro al posto del Battista, disposti a imparare da lui e a mettere in pratica il suo insegnamento. Nel nostro brano appare l’unione tra i concetti di “maestro” e di “Messia”, così come parallelamente nel passo successivo emerge la descrizione del “Messia” da parte di Filippo, chiamato a essere “discepolo”, e da Natanaele, che lo incontra e lo segue (vv. 43-51).

All’epoca di Gesù l’apprendistato-discepolato non era di tipo scolastico-intellettuale, come nell’esperienza greco-latina, in quanto il discepolo intendeva assimilarsi allo “stile di vita” del maestro, seguendo il suo insegnamento e il suo esempio. Nel nostro brano il termine “discepolo” si riferisce ai seguaci di Gesù. In tal modo “seguire” Gesù è il verbo che descrive sia il camminare dei discepoli storici dietro a Gesù vivendo con lui, sia quello che esprime la fedeltà del discepolo nel vivere il messaggio del Maestro, mettendo in pratica la sua Parola.

L’attività propria del discepolo nel quarto vangelo è “imparare”, realtà che si applica a ogni uomo e donna, perché secondo Gesù “tutti saranno istruiti da Dio e chiunque ha udito e imparato dal Padre viene a me” (6, 45). Gesù non apparteneva a nessuna scuola rabbinica, poiché non era stato “discepolo di nessun maestro”, il suo sapere/conoscere è nuovo e ha origine nella relazione filiale con il Padre, e lo Spirito che scende e rimane su Gesù, perché “Dio è Spirito”.

Siamo tutti chiamati a vivere da figli alla sequela di Gesù, in cammino verso il Padre con la sua Parola, lasciandoci plasmare dallo Spirito di verità, certi che il Maestro ha pregato per i suoi discepoli e per noi: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola…Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me” (17, 20-23).                  

Il Capocordata.

Bibliografia consultata: Mazzeo, 2021.

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