C’è una strada, a Valmontone, che porta il nome di un uomo che camminava, avanzava, rompeva gli indugi. Si chiama Corso Garibaldi.
Eppure oggi, in un tratto preciso – dal civico 21 al 29 – non si cammina più: ci si aggira. Non si arriva: si rinuncia. Non si entra: si gira intorno, finché si va via.
Le automobili sono ferme. Non parcheggiate: ferme. Da giorni, da settimane. Come se fossero diventate arredi urbani, lapidi di lamiera piazzate davanti a scuole e negozi. E intorno, una città che prova a vivere, inciampa, rallenta, si spegne.
Davanti a quelle auto immobili passano bambini che devono entrare a scuola. Passano genitori che cercano di fermarsi due minuti, non due ore. Passano insegnanti che arrivano per una supplenza, un’ora di sostegno, un servizio pubblico breve ma essenziale. Passano clienti che vorrebbero comprare un pane, un quaderno, un regalo. Passano – e se ne vanno.
Perché non c’è spazio. Non per mancanza fisica di asfalto, ma per mancanza di rotazione. Perché qualcuno ha deciso, senza dirlo, che lo spazio pubblico può diventare privato. Che una strada del centro storico può trasformarsi in un parcheggio permanente. Che la comodità di pochi vale più della funzionalità di tutti. E allora alcuni cittadini scrivono. Non urlano. Non minacciano.
Scrivono una lettera istituzionale, educata, persino paziente. La indirizzano al Sindaco, Veronica Bernabei, e al Comandante della Polizia Locale.
Chiedono una cosa semplice, quasi banale: il movimento.
Chiedono il disco orario. O, se si preferisce, la sosta a pagamento senza deroghe per i residenti.
Chiedono che Corso Garibaldi torni a essere una strada, non un deposito. Lo fanno parlando di scuola, prima ancora che di negozi. Perché è lì che la questione diventa morale. Che senso ha una città che rende difficile l’accesso a un plesso scolastico? Che idea di comunità è quella che costringe i bambini a zigzagare tra auto ferme da settimane? Che civiltà urbana è quella che ostacola chi accompagna, chi educa, chi insegna?
Lo fanno parlando anche dei residenti, contro ogni facile demagogia. Perché paradossalmente sono proprio i residenti a essere penalizzati dall’assenza di regole: chi deve scaricare la spesa, fermarsi dieci minuti, aiutare un anziano, acquistare del pane, un libro o un quaderno, spesso non trova posto. La sosta senza limiti non è libertà: è anarchia a vantaggio di chi arriva prima e resta di più.
La proposta è misurata, persino prudente: trenta minuti. Fasce orarie precise. Sei mesi di sperimentazione. Esclusione sacrosanta per i disabili e per chi li accompagna. Nessuna ideologia, nessuna crociata. Solo una domanda, che è poi una sfida politica: Valmontone vuole essere una città viva o no?
Perché le città muoiono così. Non con i grandi scandali, ma con le piccole rinunce. Con i negozi che chiudono uno alla volta. Con le famiglie che evitano il centro. Con le scuole che diventano difficili da raggiungere. Con le strade che smettono di essere luoghi e diventano ostacoli.
Governare significa scegliere. Anche quando la scelta disturba un’abitudine. Anche quando tocca dire che il suolo pubblico non è di nessuno, quindi è di tutti. Anche quando bisogna ricordare che la città non appartiene alle auto, ma alle persone.
Corso Garibaldi aspetta una risposta. E con lei, aspetta tutta Valmontone. Non una risposta burocratica. Una risposta politica, nel senso più alto e più semplice del termine: quella che decide se una città vuole restare ferma o tornare a camminare.
Avv. Carlo Affinito
