Riforma edilizia e sanatoria abusi storici: cosa cambia nel Lazio e a Roma

Nuovo Codice delle costruzioni, sanatoria per gli abusi storici e silenzio-assenso: come la riforma dell’edilizia inciderà su Roma e sui comuni del Lazio
Di Lina Gelsi
Muratore, Ediliza, costruzioni, pexels, gowtham, agm
Muratore, Ediliza, costruzioni, pexels, gowtham, agm

La riforma dell’edilizia non è più un dossier astratto: con la legge delega per il nuovo Codice delle costruzioni e la sanatoria mirata per gli abusi “storici”, il governo interviene su uno dei nodi che da anni bloccano cantieri, compravendite e piani urbanistici. Un cambiamento che avrà ricadute dirette su Roma e su tutto il Lazio, dove la presenza di edifici datati, piccoli ampliamenti non formalizzati e pratiche complesse rende essenziale una semplificazione delle regole e dei rapporti con gli uffici tecnici comunali.

Riforma edilizia e Codice delle costruzioni: il quadro per Roma e Lazio

Il Testo Unico dell’edilizia, il Dpr 380 del 2001, è nato in un’epoca in cui il riparto di competenze fra Stato e Regioni era diverso. Dopo la riforma costituzionale del Titolo V, l’urbanistica è diventata materia a potestà concorrente e ciò ha prodotto un mosaico di norme regionali, regolamenti locali e interpretazioni che rende difficile la vita a tecnici e cittadini. Il nuovo Codice delle costruzioni punta a definire in modo chiaro quali regole restano di competenza esclusiva statale e quali ambiti restano affidati alle Regioni, fissando criteri omogenei per la definizione degli abusi edilizi, per i parametri minimi di abitabilità e per i titoli necessari.

Per Roma e per i comuni del Lazio, questo può significare meno contenziosi e una maggiore prevedibilità delle decisioni: un’altezza minima per i locali, i requisiti per rendere abitabile un sottotetto o la differenza fra intervento lieve e intervento pesante non dovranno più cambiare a seconda dell’interpretazione adottata da un municipio o da un altro.

Sanatoria degli abusi storici: il nodo degli immobili ante 1967 nel Lazio

Uno dei punti più attesi riguarda la sanatoria per gli abusi “storici”, cioè quelli legati a immobili realizzati prima del 1° settembre 1967, data in cui è entrata in vigore la Legge Ponte. In molti centri del Lazio, soprattutto nelle zone cresciute negli anni Sessanta con forte sviluppo edilizio, esistono fabbricati costruiti quando l’obbligo di licenza non era applicato con l’omogeneità attuale. Spesso si tratta di case unifamiliari, porzioni di villini, piccole palazzine nate ai margini dei centri abitati, con modifiche interne ed esterne mai completamente formalizzate.

Finora la regolarizzazione è stata frenata dal principio della doppia conformità: per ottenere la sanatoria è necessario dimostrare che l’opera era conforme sia alle regole in vigore al momento della realizzazione sia a quelle attuali. Un compito quasi impossibile quando si parla di lavori risalenti a sessant’anni fa, magari in assenza di un piano regolatore compiuto. La riforma, nel rispetto del principio di non retroattività, punta a rendere sanabili molti di questi interventi, purché non incidano su sicurezza strutturale e vincoli paesaggistici o storico-artistici.

Per i cittadini del Lazio questo significa la possibilità di mettere ordine nella documentazione di case ereditate, appartamenti acquistati decenni fa, porzioni di immobili rurali passati nel tempo a uso abitativo.

Dal decreto “Salva Casa” al Codice: continuità e novità per i proprietari laziali

Il nuovo impianto normativo si innesta su una prima stagione di semplificazioni già avviata con il decreto “Salva Casa”, che ha reso meno rigidi alcuni parametri e ampliato le tolleranze costruttive per difformità minori. La legge delega oggi in arrivo va oltre: non si limita a ritoccare singole norme, ma punta a riordinare l’intero sistema, aggiornando definizioni, nomenclatura degli interventi, collegamento fra tipologia di lavoro e titolo abilitativo necessario.

Per un proprietario romano che voglia chiudere una veranda condonata a metà, regolarizzare una tramezza spostata anni fa o vendere un appartamento con qualche irregolarità formale, la differenza è rilevante. Il Codice dovrebbe chiarire in modo univoco quando basta una comunicazione, quando serve Cila, quando è necessaria Scia o un permesso di costruire, impedendo che la stessa opera venga qualificata in modo diverso a seconda dell’ufficio.

Allo stesso tempo, resta ferma la linea dura verso le opere integralmente abusive o realizzate in zona sismica senza i necessari calcoli: in questi casi la regolarizzazione potrà essere concessa solo a fronte di adeguamenti strutturali verificabili.

Silenzio-assenso e commissario ad acta: tempi certi per le pratiche nel Lazio

Una delle novità più rilevanti riguarda i tempi delle amministrazioni. La riforma punta a rendere realmente perentori i termini entro cui gli uffici devono pronunciarsi sulle richieste di sanatoria e sui titoli edilizi. Se il Comune non risponde entro la scadenza fissata, scatterà il silenzio-assenso: in presenza dei requisiti richiesti dalla legge, la domanda si intenderà accolta. In un territorio come il Lazio, dove molti uffici urbanistici sono sotto organico e le pratiche si accumulano, l’impatto può essere notevole.

Per i casi più complessi, quelli in cui intervengono più enti – soprintendenze, uffici regionali, autorità preposte al paesaggio – è prevista la figura di un commissario ad acta, capace di sostituirsi all’ente che non rispetta i tempi e chiudere il procedimento. In questo modo si punta a evitare che un parere mancante blocchi per anni il destino di un edificio, con conseguenze dirette sul valore degli immobili e sulla possibilità di accedere a mutui o bonus.

Nuova classificazione degli interventi e digitalizzazione: cosa cambia per tecnici e imprese

Altro capitolo importante è la revisione delle categorie di intervento. La distinzione attuale fra manutenzione straordinaria, restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia verrà sostituita da una classificazione basata su rilevanza, natura e impatto sul territorio. A ogni categoria corrisponderà, in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, un titolo abilitativo.

Per i professionisti del Lazio questo significa poter programmare con maggiore certezza tempi e iter dei lavori, riducendo il rischio di contestazioni successive da parte degli uffici. La riforma scommette anche sulla digitalizzazione delle procedure: modulistica uniforme, invio telematico delle domande, tracciamento dello stato delle pratiche.

Se queste misure verranno attuate in modo coerente, imprese e tecnici potranno seguire in tempo reale avanzamento e richieste di integrazione, senza doversi affidare solo a sopralluoghi e sportelli fisici.

Opportunità e timori nel dibattito laziale

Nel Lazio il dibattito è acceso. Da un lato proprietari e imprese vedono nella sanatoria degli abusi storici un’occasione per mettere in ordine archivi, titoli edilizi e atti notarili, sbloccando vendite e investimenti rimasti fermi per timore di irregolarità. Dall’altro, una parte del mondo ambientalista teme che la riforma possa trasformarsi in un condono mascherato, favorendo chi ha alterato nel tempo il territorio senza rispettare piani e vincoli.

La differenza dipenderà molto dai decreti attuativi: dalle condizioni concrete di accesso alla sanatoria, dall’entità delle sanzioni, dai paletti su sicurezza, rischio sismico e tutela del paesaggio costiero e delle aree agricole. Per Roma e per il Lazio la riforma dell’edilizia rappresenta un passaggio decisivo per colmare il divario fra norme scritte e realtà costruita: un banco di prova che metterà alla prova capacità amministrativa, trasparenza degli uffici e responsabilità dei professionisti.

Solo un’applicazione rigorosa, accompagnata da controlli efficaci, potrà trasformare il nuovo Codice delle costruzioni in uno strumento di certezza del diritto e non nell’ennesimo intervento destinato a generare contenziosi.

 
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