Il carabiniere che uccise il ladro in fuga all’Eur condannato a 3 anni: “Eccesso colposo nell’uso delle armi”

Condanna a 3 anni per il carabiniere che sparò al ladro in fuga all’Eur nel 2020. Legali divisi, appello annunciato, interviene Salvini
Di Alessandra Monti
NRM intervento del Nucleo Radiomobile dei Carabinieri
Carabinieri, intervento del Nucleo Radiomobile

Il Tribunale di Roma ha condannato a tre anni di reclusione Emanuele Marroccella, vicebrigadiere dei carabinieri, per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi: il militare, nella notte del 20 settembre 2020, sparò un colpo che uccise Jamal Badawi, 56 anni, durante l’intervento per un tentato furto in via Paolo di Dono, nel quartiere Eur. La pena decisa dal giudice è superiore a quella chiesta dal pubblico ministero, che aveva sollecitato due anni e sei mesi.

Il carabiniere condannato a 3 anni: cosa accadde all’Eur, in via Paolo di Dono

Secondo la ricostruzione emersa in aula, intorno alle 4 del mattino scattò l’allarme presso l’azienda Landing Solution per un tentativo di intrusione. Arrivarono tre pattuglie: i militari entrarono nei locali e un uomo comparve improvvisamente da dietro una porta. Nella colluttazione, il carabiniere Lorenzo Antonio Grasso venne ferito con un cacciavite. Badawi riuscì a guadagnare l’uscita e tentò la fuga, inseguito da Grasso e da Marroccella, che gli intimarono di fermarsi.

Gli atti processuali, per come riportati dalle cronache, collocano il momento dello sparo a distanza variabile, indicata fra 7 e 13 metri: Badawi, sempre secondo l’accusa, era ormai di spalle mentre si allontanava. Il colpo fu mortale e l’uomo morì sul posto; vicino al corpo venne trovato il cacciavite.

Il carabiniere condannato a 3 anni e la ferita al collega: il nodo del “pericolo attuale”

Il punto giuridico, in casi simili, ruota spesso attorno alla proporzione e all’attualità del pericolo: da una parte il contesto operativo, segnato da un’aggressione appena avvenuta e da un collega ferito; dall’altra la dinamica dell’inseguimento e la posizione della persona colpita nell’istante dello sparo. È su questo crinale che matura la contestazione di eccesso colposo, che presuppone l’esistenza di una reazione ritenuta non adeguata alle condizioni concrete, pur in un quadro di intervento legittimo.

La difesa del militare insiste proprio sul quadro di allarme, sottolineando la gravità dell’aggressione subita da Grasso. “È un miracolo che sia vivo”, hanno dichiarato i legali Paolo Galinelli e Lorenzo Rutolo, annunciando l’intenzione di impugnare la sentenza.

Il carabiniere condannato a 3 anni: le parole dei legali della vittima e l’ipotesi di omicidio volontario

Di segno diverso la lettura dei rappresentanti della famiglia Badawi. L’avvocata Claudia Serafini ha parlato di un esito “dal sapore agrodolce”, spiegando che era stata prospettata alla Procura una possibile riqualificazione del fatto come omicidio volontario. La sentenza, invece, si è fermata sull’eccesso colposo, mantenendo quindi un perimetro colposo e non doloso.

Questa doppia insoddisfazione, pur da posizioni opposte, racconta quanto il procedimento tocchi nervi scoperti: da un lato chi chiede una risposta più severa perché la vittima sarebbe stata colpita mentre fuggiva; dall’altro chi ritiene che l’azione del carabiniere sia stata una scelta operativa maturata in pochi istanti, dopo un’aggressione armata.

Il carabiniere condannato a 3 anni e l’intervento di Salvini: il caso diventa nazionale

La vicenda è rientrata anche nel confronto politico. Matteo Salvini, vicepremier e leader della Lega, ha espresso pubblicamente vicinanza al militare con un messaggio sui social, sostenendo che a temere la condanna dovrebbero essere i criminali e non “le forze dell’ordine e le persone perbene”.

È un passaggio che riaccende un dibattito ricorrente: come coniugare tutela di chi opera in divisa, regole d’ingaggio, formazione, strumenti di supporto e trasparenza nelle ricostruzioni, senza arretrare sul controllo di legalità dell’uso della forza. Il processo Marroccella, in questo senso, non resta soltanto un fatto giudiziario: diventa un caso-simbolo destinato a proseguire con l’appello, dentro e fuori le aule.

 
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