La tragedia di Crans-Montana torna a colpire Roma con un nuovo motivo di amarezza. Ai familiari di Manfredi Marcucci, il sedicenne romano rimasto gravemente ferito nel rogo della notte di Capodanno, è arrivata una fattura sanitaria da 75mila euro per quindici ore di terapia intensiva nell’ospedale svizzero di Sion, prima del trasferimento a Milano, al Niguarda. Nel documento si precisa che si tratta di una comunicazione informativa e che la somma non deve essere versata. Eppure il peso simbolico di quel conto resta enorme.
Un conto sanitario che riapre la ferita di Crans Montana
Il punto non è soltanto amministrativo. È umano, istituzionale, perfino politico. Perché quando una famiglia già provata da settimane di dolore, paura e incertezza si vede recapitare un documento di questo tipo, il messaggio che passa è comunque durissimo. Non conta solo la formula usata nel testo, né basta la dicitura che esclude il pagamento immediato. Conta l’effetto concreto su chi sta ancora facendo i conti con le conseguenze di una tragedia che ha segnato molte famiglie italiane e, in modo diretto, anche la capitale.
Manfredi Marcucci non è un nome qualunque in questa storia. È uno dei ragazzi sopravvissuti all’incendio che nella notte di San Silvestro ha devastato il locale di Crans-Montana. È anche l’amico di Riccardo Minghetti, il sedicenne romano che in quel rogo ha perso la vita. In questo contesto, l’arrivo di una fattura da 75mila euro assume un significato che va ben oltre il rapporto fra ospedale e paziente. Tocca il tema del rispetto dovuto a famiglie che hanno già pagato un prezzo altissimo.
Il nodo dei rimborsi e il confronto con il Canton Vallese
Sul piano formale, la posizione annunciata dalle istituzioni italiane appare chiara: le famiglie non devono sborsare nulla. La questione, però, non si chiude qui. Resta infatti aperto il capitolo relativo a chi debba sostenere davvero la spesa sanitaria e se il sistema svizzero possa cercare un recupero economico tramite il Servizio sanitario nazionale italiano. È un passaggio tecnico solo in apparenza, perché investe responsabilità, accordi presi dopo la tragedia e rapporti fra autorità di due Paesi.
L’ambasciatore italiano a Berna, Gian Lorenzo Cornado, ha fissato per il 24 aprile un incontro con i vertici del Canton Vallese proprio per chiarire questo punto. La linea italiana è netta: nessun costo deve ricadere sui parenti dei feriti. Ma c’è anche un altro profilo da sciogliere, ed è quello di un eventuale addebito indiretto al sistema sanitario italiano. In altre parole, la partita non riguarda soltanto una busta arrivata in casa. Riguarda il modo in cui viene gestita, anche sul piano pubblico, l’eredità di una delle pagine più dolorose degli ultimi mesi.
Cosa cambia adesso per le famiglie coinvolte
Nell’immediato, la rassicurazione più importante è che quella cifra non va pagata. Questo è il dato concreto che interessa i familiari e che evita un ulteriore aggravio materiale. Ma non basta a cancellare l’impressione di una procedura inadeguata. Anche perché, secondo quanto emerge, documenti analoghi potrebbero essere arrivati o stare arrivando ad altre famiglie italiane coinvolte nella stessa vicenda. Se fosse così, il caso smetterebbe di essere un episodio isolato e diventerebbe un problema più ampio, da affrontare con un chiarimento ufficiale rapido.
Intanto rimane aperta una domanda che tocca anche il piano della sensibilità pubblica: è accettabile che, dopo accordi annunciati subito dopo la strage, si producano comunicazioni di questo genere verso nuclei familiari già devastati dal dolore? È qui che il caso smette di essere solo sanitario e diventa anche istituzionale. Roma segue da vicino questa vicenda perché uno dei ragazzi coinvolti era romano, come romano era Riccardo Minghetti. E il Lazio, ancora segnato da quella perdita, vede riaffacciarsi il peso di una tragedia che non si è mai davvero chiusa.
Roma e il Lazio davanti a una vicenda che chiede rispetto
Vicende simili obbligano a una riflessione più larga sul rapporto fra burocrazia e persone. Le procedure servono, i conti vanno regolati, le competenze vanno definite. Ma esiste un confine che non dovrebbe mai essere oltrepassato: quello della sensibilità verso chi si trova già in una condizione di estrema fragilità. In casi come questo, la forma non è un dettaglio. È sostanza. Un documento inviato nei modi sbagliati, o nel momento sbagliato, può diventare esso stesso una seconda ferita.
Adesso l’attenzione si sposta sull’incontro del 24 aprile e sulle risposte che arriveranno dal Canton Vallese. Le famiglie aspettano una parola definitiva, non solo per essere rassicurate sul mancato pagamento, ma per capire se davvero gli impegni assunti dopo il rogo saranno rispettati fino in fondo. Perché, dopo una tragedia del genere, non si può chiedere ai parenti di continuare a difendersi anche dalla carta intestata di una fattura.
