Per il Lazio si apre una fase nuova sulla gestione dei rifiuti. La Giunta regionale ha approvato il Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti 2026-2031 con un obiettivo dichiarato che pesa più dei numeri: chiudere finalmente il ciclo dentro i confini regionali, superando una dipendenza esterna che va avanti da anni e che si è aggravata dopo la fine dei conferimenti a Malagrotta.
Il passaggio politico e amministrativo non è secondario, perché il Piano dovrà ora affrontare l’iter in Consiglio regionale, ma la direzione è già fissata: più raccolta differenziata, nuovi equilibri territoriali, impianti finali per smaltimento e recupero energetico, regole più rigide per la localizzazione dei siti e un riassetto dell’intera filiera. L’ambizione è netta: autosufficienza per trattamento e smaltimento, 72,3% di raccolta differenziata entro il 2031 e riduzione del 6% dei rifiuti prodotti.
Il nuovo piano rifiuti del Lazio cambia schema e corregge il nodo storico del sistema
Il dato che aiuta a capire perché la Regione abbia scelto di intervenire adesso è semplice e pesantissimo allo stesso tempo: ogni anno circa un milione di tonnellate di rifiuti laziali viene smaltito o trattato fuori regione. È il segnale di un sistema rimasto incompleto, costretto a spedire altrove rifiuti indifferenziati, scarti di lavorazione, combustibile da rifiuti e perfino gran parte della frazione organica.
Nel 2023 la produzione complessiva si è attestata a 2,865 milioni di tonnellate, pari a 501 chili per abitante, con un assetto ancora fortemente sbilanciato tra Roma e il resto del territorio regionale.
Il nuovo PRGR prova a intervenire proprio su questo punto. Viene superato il modello dei cinque ATO provinciali e si passa a due Ambiti Territoriali Ottimali: ATO 1, cioè il Lazio senza Roma, con circa 2,9 milioni di abitanti, e ATO 2, cioè Roma Capitale, con circa 2,8 milioni.
La scelta fotografa una realtà nota da tempo: la Capitale e il resto della regione hanno volumi, criticità e tempi diversi, dunque richiedono una regia differenziata. Non è solo una modifica tecnica. È una scelta che riconosce il peso decisivo di Roma nell’intero sistema laziale e prova a costruire un’organizzazione più aderente alla realtà.
Raccolta differenziata e riciclo, gli obiettivi che misureranno il successo del Piano
La Regione fissa un traguardo ambizioso sulla raccolta differenziata: media regionale al 72,3% entro il 2031. Nel dettaglio, l’ATO 1 dovrebbe arrivare al 78%, mentre Roma Capitale dovrebbe raggiungere il 68%. Il primo obiettivo normativo, quello del 65% su scala regionale, è indicato per il 2028.
Oggi il quadro resta molto disomogeneo: il Lazio senza Roma ha già superato la soglia di legge con il 66,5%, mentre Roma è ferma al 46,6%. Anche per questo la partita vera si giocherà soprattutto nella Capitale, dove un miglioramento della raccolta differenziata avrebbe effetti immediati sull’intero dato regionale.
Accanto alla differenziata c’è il nodo del riciclaggio effettivo, cioè il parametro calcolato con i criteri europei più aggiornati. Il Piano punta al 60% entro il 2030, mentre nel 2023 il livello stimato era al 48,2%. Altro obiettivo forte è il drastico ridimensionamento del conferimento in discarica: non oltre il 6% del totale dei rifiuti urbani prodotti entro il 2031, ben al di sotto del limite massimo europeo del 10% fissato per il 2035. Sono numeri che raccontano una visione precisa: meno rifiuti da produrre, più materiali da recuperare, minor ricorso possibile alla discarica.
Impianti e autosufficienza, il cuore politico e industriale del Piano regionale
Il punto più delicato resta quello impiantistico. È qui che negli anni si sono accumulati ritardi, conflitti locali, ordinanze, trasferimenti fuori regione e costi elevati. Il Piano individua l’autosufficienza regionale nel 2028 per il comparto del recupero energetico. Da una parte c’è San Vittore nel Lazio, dove il polo Acea Ambiente già operativo, con capacità pari a 397.200 tonnellate annue, dovrà contare anche sulla quarta linea in fase di realizzazione, pensata per garantire continuità anche durante manutenzioni o stop temporanei delle altre linee.
Dall’altra c’è il nuovo termovalorizzatore previsto a Santa Palomba, indicato come tassello decisivo per Roma Capitale: entrata in funzione prevista dal 1° gennaio 2028, capacità di 600 mila tonnellate l’anno, ricezione diretta di gran parte dei rifiuti urbani indifferenziati romani, produzione di 65 megawatt di energia elettrica, cattura della CO₂ e recupero di metalli dalle ceneri pesanti entro il limite previsto.
Il messaggio politico della Regione è chiaro: senza impianti minimi non esiste una chiusura reale del ciclo. E senza chiusura del ciclo il Lazio continuerà a dipendere da altri territori e, in alcuni casi, anche dall’estero. Il Piano, inoltre, ingloba integralmente quello di Roma Capitale già varato dal Commissario straordinario per il Giubileo 2025, compresi due biodigestori, due piattaforme per il recupero di carta e plastica e lo stesso termovalorizzatore di Acea Ambiente.
È una scelta che tiene insieme pianificazione regionale e programmazione della Capitale, evitando sovrapposizioni e provando a costruire un quadro unico.
Discariche, trattamento intermedio e organico: come cambia la rete del Lazio
Sul versante delle discariche per rifiuti non pericolosi, il fabbisogno stimato nel periodo 2026-2031 è di circa 1,166 milioni di tonnellate. La capacità prevista, però, supera i 2,223 milioni di tonnellate, dunque sulla carta copre ampiamente l’orizzonte temporale del Piano. I siti indicati come principali per l’ATO 1 sono Viterbo, Aprilia, Roccasecca e Civitavecchia, con ampliamenti o nuove volumetrie già autorizzate, in corso o in autorizzazione.
Per l’ATO 2 il Piano prende atto di un vuoto: Roma Capitale non ha previsto una discarica di chiusura del ciclo all’interno dei propri confini e dunque la Regione indica l’ampliamento di una discarica per rifiuti non pericolosi dentro la Città Metropolitana, pur nel perimetro dell’ATO 1, per ricevere i rifiuti trattati provenienti da Roma secondo il principio di prossimità. È uno dei passaggi destinati a generare il confronto più acceso sul piano istituzionale e territoriale.
Il Piano interviene anche sugli impianti intermedi, quelli di trattamento meccanico e biologico-meccanico, che nel 2023 hanno ricevuto oltre 1,201 milioni di tonnellate, pari a circa il 93,3% dei rifiuti urbani indifferenziati del Lazio. Qui la parola chiave è transizione. Alcuni impianti sono usciti di scena o hanno ridotto l’attività dopo incendi e stop autorizzativi, come Albano e Malagrotta 2; altri hanno riaperto o si sono adeguati, come Malagrotta 1, Guidonia, Castelforte e Pomezia.
Ma il quadro è destinato a mutare ancora di più con l’avvio del termovalorizzatore di Roma, che dovrebbe ricevere direttamente gran parte dell’indifferenziato capitolino, riducendo il ruolo degli impianti intermedi. In parallelo è prevista anche la riconversione di Rocca Cencia verso il trattamento delle frazioni secche riciclabili.
C’è poi la frazione organica, settore nel quale il Lazio punta addirittura a superare il proprio fabbisogno. Oggi gran parte dell’umido viene mandata in Veneto. Secondo il Piano, al 2031 serviranno 780 mila tonnellate annue di capacità, ma gli impianti esistenti, in costruzione o autorizzati potrebbero superare 1,9 milioni di tonnellate annue.
È uno dei passaggi più rilevanti, perché dimostra che l’autosufficienza non viene immaginata soltanto sul rifiuto indifferenziato, ma anche su una filiera che incide in modo diretto sulla qualità della raccolta differenziata e sui costi del servizio.
Investimenti, regole sui siti e conseguenze per Comuni e territori
Il Piano non si regge solo sugli impianti. La Regione richiama anche le risorse già messe in campo con il PR FESR Lazio 2021-2027: 60 milioni di euro complessivi per economia circolare, raccolta differenziata, centri di raccolta, isole ecologiche, compostaggio, ammodernamento degli impianti e riconversioni. Nel dettaglio, 18 milioni vanno al potenziamento della differenziata nei Comuni del Lazio, 19 milioni ai centri di raccolta e alle attività sul compostaggio, 21 milioni agli interventi sugli impianti di trattamento.
A questi si aggiungono 9 milioni destinati ai Comuni che sostengono il peso della chiusura del ciclo, in particolare quelli che ospitano discariche e termovalorizzatori, con possibilità di incremento sulla base della norma inserita nel recente bilancio regionale. È un segnale politico rilevante, perché prova a riconoscere in modo concreto il carico sopportato da alcuni territori.
Un’altra novità riguarda i criteri di localizzazione dei nuovi impianti. Province e Città Metropolitana di Roma dovranno recepire entro un anno mappe specifiche con aree idonee e non idonee. Il Piano distingue fattori escludenti, fattori di attenzione progettuale e fattori preferenziali, con distanze minime dalle funzioni sensibili che cambiano a seconda della tipologia di impianto.
Questo passaggio ha un doppio valore: da un lato prova a rendere più chiaro e meno discrezionale il percorso autorizzativo, dall’altro anticipa il terreno sul quale si misureranno reazioni, opposizioni locali e richieste di mitigazione ambientale. Perché il nuovo Piano non vive solo nei numeri e nelle tabelle: vive soprattutto nella capacità della politica regionale di trasformare obiettivi tecnici in opere realizzabili, in tempi compatibili con il fabbisogno del Lazio.
Il vero banco di prova sarà proprio questo. Dopo tredici anni segnati da emergenze cicliche, trasferimenti fuori regione e soluzioni tampone, il Lazio prova a costruire una filiera più ordinata, più autonoma e meno esposta agli imprevisti. Il Piano mette sul tavolo una visione organica e riconosce, senza giri di parole, che la chiusura di Malagrotta senza alternative aveva lasciato un vuoto enorme.
Ora quel vuoto viene riempito con una strategia che tiene insieme raccolta, riciclo, trattamento, recupero energetico, discariche residue e regole di localizzazione. Resta da vedere se alla coerenza del disegno seguirà la capacità di trasformarlo in realtà, perché è lì che si misurerà la tenuta del nuovo corso regionale sui rifiuti.
